Nu iti mai bbire bisognu te mie

 

 

Tentativi di comprensione e di riflessione sull’amicizia

 

Nu iti mai bbire bisognu te mie, locuzione dialettale a significare letteralmente: non dovrete mai avere bisogno di me.

Esprime il risentimento di una persona nei confronti di un’altra per un favore non ricambiato. Eh sì, nel Salento, è una frase ricorrente che si basa su un principio discutibile di solidarietà che non sempre viene soddisfatto, ovviamente, per varie ragioni. Ma quando viene pronunciata purtroppo lede il rapporto di amicizia o di parentela che fino a poco tempo prima c’era. Una brutta cosa che poi genera odio e vendetta. Sì vendetta, perché colui che rivendica un favore non ricevuto, al contempo si augura che la persona inadempiente prima o poi debba avere bisogno dell’altro e allora la vendetta avrà il suo epilogo.

Sostanzialmente c’è in questo modo di fare, che ha  sapore di mafia,  una filosofia di vita basata sulla reciprocità di aiuto,  anche quando è in contrasto con la morale e la giustizia. Quante volte ho sentito pronunciare questa frase da persone che non hanno mai osservato le regole e che magari  operano nel malaffare, oppure in apparenza sono semplici persone.

Ed è proprio dell’amicizia che vorrei occuparmi con questo mio testo, tralasciando tutto il resto. L’amicizia si sa è un legame sociale derivante da un sentimento di affetto reciproco tra due o più persone, caratterizzato da una forte carica emotiva, da intendere come un rapporto alla pari, basato sul rispetto, la stima, e la disponibilità reciproca. Aristotele dà una enunciazione esemplare: [1]L’amicizia è una virtù o s’accompagna alla virtù; inoltre essa è cosa necessarissima per la vita. Infatti nessuno sceglierebbe di vivere senza amici, anche se avesse tutti gli altri beni (e infatti sembra che proprio i ricchi e coloro che posseggono cariche e poteri abbiano soprattutto bisogno di amici; infatti quale utilità vi è in questa prosperità, se è tolta la possibilità di beneficiare, la quale sorge ed è lodata soprattutto dagli amici? O come essa potrebbe esser salvaguardata e conservata senza amici? Infatti quanto più essa è grande, tanto più è malsicura). E si ritiene che gli amici siano il solo rifugio nella povertà e nelle altre disgrazie; assistenza e per la loro insufficienza ad agire a causa della loro debolezza, a quelli che sono nel pieno delle forze per le belle azioni.[…].

L’amicizia è per Aristotele una virtù indispensabile all’uomo. Gli amici sono necessari nel bisogno, nella giovinezza, nella vecchiaia, nella vita privata e nella vita pubblica. E l’amicizia perfetta si perfeziona solo tra persone buone, simili nella loro virtù; e in quanto fondata sulla virtù è stabile e permanente, ma affinché accada ciò ci vuole tempo. L’amicizia fondata sul piacere o sull’utilità è momentanea, fragile, vulnerabile e prima o poi viene meno. Ma l’aspetto più importante della definizione di amicizia secondo Aristotele è che essa è virtù, o comunque accompagnata alla virtù. Bisogna ricordare qui che il termine greco che traduciamo con virtù – areté -, significa, in un senso più generale, la perfezione o l’eccellenza.  Quindi virtù e non sentimento. [2]Difatti  il sentimento presuppone un grado di contaminazione della coscienza derivante dalle pulsioni affettive o di simpatia, ed è condizionato da fattori esterni, nonché è difficile definirlo come conoscitivo tanto è incerto e confuso il sapere che si ottiene quando lo si preferisce alla razionalità. Tutto questo comunque non vuole dire che bisogna affidarsi alla razionalità che crea abitudine e acquiescenza passiva alla sensibilità, ma è necessario ricercare tramite gli affetti la “felicità mentale” come completezza conoscitiva.

 Amicizia, virtù, sentimento: cosa effettivamente rappresentano nella loro essenzialità? E qual è il pensiero filosofico che ha tentato di darne una spiegazione plausibile, certa e convincente tanto da giustificarne le  continue e costanti devianze? E ancora, esiste nel mondo contemporaneo l’amicizia? Un percorso arduo e complesso, pieno di insidie. Questa  breve trattazione si propone di dare qualche risposta, nonché di comprendere meglio quel qualcosa  che accompagna l’uomo sino alla fine dei suoi giorni che è appunto l’amicizia.

 Cos’è il sentimento?

Il sentimento è  la condizione affettiva meno intensa e rigida della passione, ma più duratura dell’emozione. Esso in psicologia è stato oggetto di analisi fenomenologiche e considerazioni specifiche nell’ambito della sfera interiore dell’individuo. Per quanto concerne il concetto filosofico ritengo che Kant abbia dato la definizione più esaustiva del sentimento. Invero egli in contrapposizione alle teorie dei sentimentalisti inglesi (denominati tali per la particolare attenzione dedicata al concetto di sentimenti) che assegnano un valore morale al sentimento (considerato un atteggiamento innato in cui convergono il bello e il vero)[3], afferma l’apprezzamento per il sentimento dell’animo umano tendente al bene, ma questa predisposizione è volubile e incerta: occorre invece condurre un’indagine razionale per l’esplicazione di un rigoroso senso del dovere. Il sentimento, secondo Kant, è una forma affettiva riconducibile unicamente all’intimità del soggetto  e come tale essa è una facoltà autonoma dell’uomo che può essere oggetto, come l’intelletto e la volontà. Considerato che i “giudizi riflettenti” indicano che il soggetto non mette in opera il giudizio determinante  con cui conosce gli oggetti tramite l’intelletto ma  “riflette” come uno specchio la realtà interiore su quella esterna, essi rientrano dunque nell’ambito di quell’estetica che Kant connette alla moralità dell’uomo dando luogo al “sentimento morale” che è inteso come conseguenza dell’azione compiuta in obbedienza alla legge morale che è santa[4].

Nell’età romantica il sentimento diventa la facoltà di cogliere l’infinito sia in senso lirico (Friedrich Schlegel, Friederich Hölderlin), sia in senso  religioso (Friedrich E. Schleiermacher): la religione è intuizione dell’Universo, dell’infinito, di Dio; Dio: elemento attivo (rivelazione), Uomo: elemento passivo (intuizione). L’infinito secondo  Schleiermacher è oggetto primo del desiderio e l’uomo è in tensione mistica verso di esso. Nella sua opera Discorsi sulla religione afferma l’importanza per tutti coloro che pretendono di detenere un sapere di osservare una religione.  L’esigenza da soddisfare è che arte e intuizione senza la condivisione dell’infinito sono inadeguate a esprimere la complessa potenzialità del sapere umano.

Ombre di un’amicizia, luce di una solitudine

 La peggiore assurdità che possa colpire l’amicizia è l’indifferenza e il silenzio. Indifferenza che sfiora come una piuma e, stranamente, invece di dare una piacevole sensazione, graffia, incide come un rasoio nella pelle. Silenzio che non ha parole e/o  motivazioni tali da giustificarne – appunto – il silenzio. Un silenzio che si erge impietoso a progettare strade di incomunicabilità, frontiere invalicabili, sentieri di ombre regine. Nessuna domanda dà una risposta al silenzio, è come per miracolo racchiusa nel mistero delle assurdità. La desertificazione dell’amicizia incombe inesorabile nei cuori dominati dall’ambizione e dall’arroganza. L’amicizia è anche un piccolo dono, dato con amorevolezza, può essere immenso (Teocrito), nessun numero o somma può quantificare il valore dell’amicizia.

Il dono dell’amicizia sebbene gratuito, al momento in cui viene offerto, dovrebbe presupporre sincerità e lealtà senza null’altro di diverso in cambio da richiedere al ricevente. Marziale però sentenziò che i doni sono trappole… e lo sono davvero se nel farli c’è la pretesa di un controvalore. Ma è anche difficile fare regali, in particolar modo, l’amicizia, almeno ad alcune persone. Il tipo sospettoso e schizzinoso troverà sempre qualcosa di cui lamentarsi e rinfacciare. Il tipo arrogante userà ogni mezzo per pretendere favori. Le persone che comprendono l’alto significato dell’amicizia sono rare. Antonio Porchia, poeta italo-americano scrisse: noi sappiamo ciò che diamo, ma non sappiamo che cosa l’altro riceva. In questa massima è sintetizzato il volto drammatico dell’amicizia.


[1]    Aristotele, Etica Nicomachea, trad. it. In Opere, vol. VII, Bari, Laterza, 1983, libro VIII, cap. 1, pagg. 193-194.

[2]    Clotilde  Calabi, Leibniz e la felicità mentale in Pratica filosofica, 1994, n.4, pag. 27

[3]    Cfr. Shaftesbury, Ricerca sulla virtù e il merito

[4]    I. kant, Critica del Giudizio, p.I, L.I, C.III