Cristina Alziati (Milano, 28 febbraio 1963) è poetessa e traduttrice italiana. Ha studiato filosofia all’Università Statale di Milano. Collabora con il Centro Studi Franco Fortini.

Nel 1992 ha esordito con la silloge poetica A compimento (Piero Manni Editore), ha vinto il Premio Pasolini ed è giunta finalista al Premio Viareggio.

Scrive il critico Massimo Raffaeli. “È raro imbattersi in un poeta di cui, ad apertura di libro, si avverta la necessità di questi versi”. 

Il suo secondo libro di poesie, Come non piangenti, Marcos y Marcos, Milano, pagg. 112, esprime una storia privata e al contempo una pubblica, due dimensioni che si intersecano e coniugano un linguaggio alto, anche con riferimenti al linguaggio del mondo della cronaca minima, soprattutto politica.

Scrive Fabio Pusterla: “La mia impressione è questa: siamo di fronte a un’autrice vera, diversa dai poeti ‘di moda’, potente nell’espressione, capace di condensare in immagini lancinanti un pensiero di vasta portata, insieme lirico e, si potrebbe quasi dire, epico, poiché sa attraversare la soggettività individuale affilata da un’esperienza terribile (la malattia, un tunore, di cui le poesie dicono parcamente ma chiaramente quel che si può dire, senza pietismi o autocompiacimenti) e aprirsi a uno sguardo sugli altri, sui sofferenti, minacciati, sui negati. Ne esce una poesia civile e persino politica nels enso più ampio e più alto del termine; e basta scorrere rapidamente le note conclusive per farsi un’idea di questo apsetto, e dell’ampiezza dello sguardo, che passa da Nairobi alle isole Eolie, dalle Dolomiti ai romeni di Tor di Quinto, letti in controluce con il comunicato nazista circa le Fosse Ardeatine, dai rom ai bambini malati di cancro […].

Alziati, dunque, va oltre la poesia con la poesia, al fine di recuperare un rapporto con la concretezza del vissuto personale e del vissuto della gente, senza però cedere alle tentazioni attraverso cui passa il cosiddetto “ritorno alla realtà.

Una sua poesia.

Viandanti
Era prima dell’ alba, e andando
all’improvviso stava trafitta l’aria
e lucentissima la falce della luna,
la lama chiara dei monti. E ci inchiodava.
Vedi, ti domandavo, che questa vista
a me pare che tremi, ché fragile
la tengo fra le mani, e piango; dimmi,
volge a noi forse, bellezza, una preghiera?
di quanto è dono, di quanto
è offesa insieme, forse un crinale in noi
di unica luce luce?
Da questa sosta chiedo, dove non discerno
se l’ombra mia qui scivolata a terra
gioia o dolore sia. Segno di cosa il pianto.
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Riferimenti biobliografici
. C’è l’eco di Fortini, articolo “Il Sole 24 Ore”, inserto Domenica, 8 gennaio 2012;
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