Gatto

Te ne vai nella quiete di questo mondo con passo felpato, ti fermi e guardi, va bene la colonna di pietra, appena addobbata di gelsomino, ti stendi socchiudi gli occhi per un pisolino, appena disturbato dalle solite cicale che non smettono, e  a tutto fiato stonano note di estate, apri gli occhi quando l’ape ti ronza addosso, o la mosca ti cerca per posarsi sul tuo pelo, sei sempre tu, da anni a gironzare da padrone in questa piazza santa, senza mai porti il problema che sei nero, troppo nero, ridi sornione della stupidità di alcuni.

Ma tu sei gatto e gatto continui a essere gatto, sempre lo stesso gatto, da quando ti ho visto per la prima volta,  mi ricordo della tua antipatia, poi ti sei affezionato al mio strano modo d’esserti amico.

Arricci i tuo baffi felini alla vista del cane, ti prende il raffreddore, ma sei abile a sbarazzartene in un baleno, poi di nuovo vai via per strade e vicoli del paese fra gli odori di umido e di gazzosa dei bar della piazza, e pensi che gli uomini sono noiosi, ma anche le donne, come quella che vedi ogni giorno con il cappellino rosa, e che dire del postino cretino, e del prete carino, tu non hai il fardello della croce, sei morbido come il letto della regina sputi beffe e semini anime dei morti, non vai mai via per ripicca, ti lascio andare per strombazzare la tua insolenza, un giorno mi caccerai, e come coda di pavone spiegherai in un cielo rugoso le tue rime spezzate alla luna, che seppure non comprendi cosa sia, ti senti di amarla, e rimesterai per lei la tua zuppa di pesce.