Ivan Sagnet è un giovane camerunense di ventisette anni, studente al Politecnico di Torino.

Nel luglio del 2011 si reca nel Salento per raccogliere pomodori. Ha bisogno di soldi per proseguire gli studi. Approda quindi su consiglio di un amico a Nardò (Lecce), presso una masseria del luogo. Da subito s’accorge delle disumane condizioni in cui è costretto a lavorare sotto il sole cocente e senza nessun conforto. Il video, pubblicato su intenet ( http://www.youtube.com/watch?v=jQxMuFE1hTI) esplica con dovizia di particolari il maltrattamento e le angherie subite dai lavoratori. La denuncia è avvenuta durante la prima puntata del nuovo programma condotto da Fabio Fazio e Roberto Saviano su La7, Quello che (non) ho, il 14 maggio 2012.

Una storia nella storia di “Animal Farm”. Molti sono gli aspetti che concorrono a delineare che gli animali della fattoria padronale di George Orwell, oggi sono gli uomini di colore, maltrattati e soggiogati.

Il sogno di libertà e di giustizia è stato infranto da alcuni, soprannominati caporali.

Una storia squallida che non fa bene ascoltare, che induce a fare qualcosa da subito senza alcun ripensamento.

Ivan Sagnet ha conosciuto un Salento, una porzione di un luogo che lo ha sconvolto.

La violenza è un fatto storico su cui ragionare e rappresenta il sintomo più vistoso e allarmante di carenze istituzionali ma anche di una coscienza civile che non può prescindere dal rispetto degli altri. Quanto è accaduto al giovane Sagnet è mortificante. Il Salento merita ben altri palcoscenici, certamente non quello della denuncia sociale. Consideriamolo un inciampo. Una caduta maldestra di civiltà. Sia un monito per rivedere le regole del lavoro. Abbiamo il dovere e il compito di proseguire un cammino onesto e al contempo giusto, già ampiamente tracciato dai nostri padri. Il lavoro sia retribuito e gestito secondo le norme contrattuali. Un tempo non molto lontano eravamo i cafoni d’Italia. Questo titolo che definiva una persona dai modi incivili e rozzi ha offeso per troppo tempo la dignità degli uomini del Sud, che tali non erano, certamente ingenui, bravi, buoni, appena cattivi, ma facilmente beffati a loro insaputa dai signori. E dai soprusi e dalla sofferenza la gente del Salento ha saputo trarre coraggio e costruire civiltà e saggezza. Facciamo in modo che la storia non si ripeta.

“La terra ai contadini” è stato l’obiettivo per cui hanno sperato e lottato tante generazioni, finché non si è giunti alle occupazioni delle terre incolte e al loro riscatto, grazie all’eroico impegno dei braccianti. La lotta non era solo questione di proprietà, si trattava anche del desiderio di rimpossessarsi della dignità infangata e distrutta dallo strapotere dei baroni.

La rivolta dei raccoglitori di pomodori del 2011 presenta molte analogie con i fatti accaduti negli anni Cinquanta, inequivocabilmente essa mirava come allora al riconoscimento della dignità che spetta di diritto a tutti gli esseri umani senza distinzione di razza.

Lo squallido qualunquismo di coloro che non si fanno scrupolo di usare la povertà per trarne profitto va combattuto con fermezza.

La nostra non è più soltanto la terra da coltivare. È una terra da gestire e da sapere preservare dagli attacchi dei potenti, che senza chiedere permesso, con il cipiglio del padrone, impongono e sconvolgono, dettano legge. È anche la terra delle tradizioni e della bellezza, della gente che onora l’ospite e si fa partecipe della sua integrazione. Il Salento è cultura di civiltà e ha l’obbligo di esercitarla sempre in maniera incondizionata.

Nardò, la bella, antica e onesta città del Salento si prodighi allora a conciliarsi con Sagnet e i suoi compagni, significando loro solidarietà, comprensione e la riconosciuta convinzione e accettazione giuridica che la città ha del rispetto delle norme.

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