Tuglie, un paese ancora

Tuglie è un paese dell’ultima provincia d’Italia, taciturno, sospettoso,  con  le voci che s’inseguono per perdersi nei vicoli e nelle corti quadrate con angoli retti, con qualche curva di devozione a un santo o alla madonna. Umile e cerimoniale, custode di riti, festivaliero, con finzioni di percorsi, una piazza di arcaica immobilità.  Non è nobilesco come altri, piuttosto borghese e malinconico, simula sicurezza in tutto ciò che potrebbe apparire in qualche modo riduttivo.

È un paese che dovrebbe ancora pretendere per non ammalarsi di piacere dell’indifferenza; che ha il dovere di suggerire un atteggiamento di contrarietà ai formalismi.  Il cielo di Tuglie è qualcosa che appartiene a questo luogo come le vie, le case e le piazze; è distaccato, dannatamente del Sud che rapisce bellezze e patisce assenze di fervore.

L’attesa del domani è scandita da quotidianità complesse che non lasciano spazio ai sogni, e le rispondenze delle speranze si concludono in tristezza. Senza risposta si adagia, eppure le immagini di vita emergono chiare per sorprendere e creando ritmi di armonia per una orchestra di passaggio.

Potrebbe essere bello, ancora. La rigidità del sole che sconquassa le pietre delle case cubiche, un tempo colorate di bianco, è eterna, tanto da sbalordire gli occasionali ospiti estivi. Anticamera del mare, conserva i ritratti di una campagna quieta, dedita alle osservanze delle leggi della natura, resiste agli attacchi dell’uomo sconsiderato, piace a Dio.

È persuasivo con i forestieri. Distende le membra su una collina posta in alto, che sovrasta un po’ tutto e nulla dice dei ritardi di stagione.

Non almanacca, vive di destino imposto. Si concede diversi inverni nell’indecifrabile scorrere del tempo che si è fatto corriere di  illusioni perpetue.

Nell’autunno che si annuncia attraverso chiari segni rimette a posto le faccende dell’estate, aspettando qualche pioggia feconda e il vento amico di scirocco. Poi quando verrà di nuovo la stagione del giallo tutti faranno festa di beffe e di diletto. Gli verrà il sonno della fatica, dormirà. Al risveglio  osserverà le terre lontane che gli appariranno all’orizzonte e un dolore al petto prefigurerà un ripensamento per una coscienza di luogo?

(Pubblicato in Fondazione Terra d’Otranto, 06 febbraio 2014)