Penso su di me

Delle mie letture ho fatto fiale di Toradol in un gioco di specchi, di luci e ombre proveniente da ogni luogo e confine della terra, ma ho anche individuato un poeta vissuto molti anni fa e ne ho subito il fascino dei versi, in una condizione di necessità e di riconoscimento di uno stato poetico in ansia. In un miraggio di me stesso in uno spicchio di acqua dell’oceano ho riconosciuto gli altri negli inganni semplici e dolci dell’agire volgare. Penso su di me in un’overdose di memoria e di una sigaretta lunga mille metri, fra malinconia e delusione si staglia l’autoritratto di me stesso sorvegliato da occhi maledetti che lasciano a un’improvvisa familiarità (purtroppo); “sono io stesso la materia del mio libro”, e lascio a voi tutti la storia, che non mi appartiene: è vostra, tinta di ipocrisia e maleducazione, il vostro giusto ritratto di mendacità ed edita malvagità. Non sono più e non voglio essere amico di nessuno, cancellatevi da me, definitevi quello che siete altrove, in altri luoghi di tane e di misfatti. Se io mi muovo e tutto si muove, siate cauti a non muovermi, poiché siete incapaci di cogliere (non la totalità)  il dettaglio sincero di un’amicizia. Dogmatici usurpatori di una verità che non conosce la profondità delle cose e non è assoluta, bensì misera e contorta, fiacca, putrida come le vostri carni macellate dall’odio e dalla presunzione.

Dagli amici del cuore serbo ancora la gentilezza di un sorriso, benché io non lo accolga sempre, ma ne apprezzo la volontà, la decisione e il coraggio. Se fosse sempre così facile scrivere non esisterebbero i poeti e gli scrittori; scrivere è un’arte e tutti quelli che ci hanno provato e ci provano devono confrontarsi con sé stessi per comprendersi e poi scoprirne la giusta ispirazione. Oggi in verità, la mia scrittura è frettolosa e incompleta, l’incedere del pensiero è claudicante, quasi mi vergogno di me stesso, delle mie inutili incombenze scritturali contro la vanagloria. Non ho mai avuto il vizio di elogiarmi, né guardarmi come un fuoriclasse o come un pastore irlandese impettito di dottrina. Per fortuna che per raccontarsi non occorre ricordare tutto, anzi mi vedo smemorato, e mi sembra che sia una fortuna non ricordare, seppure sprazzi di incomprensibili fatti mi sorreggono ancora le colonne dei vili ricordi di amici di un tempo. Voglio mettermi all’altezza del lettore che leggerà  solo per curiosità,  per strane voglie di coscienza internata nei corpi dei cadaveri litigiosi; comunque sia un po’ per approssimazione e un po’ per definizione concettuale non mi perdo e il tono infuocato cede il passo alla commiserazione. Santa memoria fallace.