[Il Natale è tutto. Difficile spiegarlo. Raccontare si può. Ho chiesto all’amica Silvia Barone di raccontami qualcosa del Natale, di come è percepito, vissuto nel cuore e nelle tradizioni vere. Di seguito la sua testimonianza].

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Si fa per sguario!
“Silvia, preparami un testo per Natale evidenziando il nostro modo paesano di sentirlo e di viverlo!”
“Ci provo!…Sì,ma che tipo di testo?”
…Silenzio… come a dire “Fai tu!”
Ritorno a leggere il messaggio, provando ad evidenziare mentalmente le indicazioni contenute:
– Natale (Bene!)
– evidenziando il nostro modo paesano di sentirlo e di viverlo (NOSTRO MODO
PAESANO…eccoci, ci siamo, iniziano i problemi!)
Eh, sì! Perché è dal lontano dicembre 2008, dal mio primo Natale tugliese, che vivo questa festa da
osservatrice. Caro amico mio, non saprei spiegare il senso di saudade (per dirla alla portoghese) che
mi travolge ogni anno in questo periodo.
Quindi no, sono costretta ad escludere l’aggettivo ‘nostro’ per passare alla qualità ‘paesana’.
Non essendo tra i ben informati, ne ho approfittato per farmi una chiacchierata con chi vive in
questo paese da tutta la sua vita e che è stato testimone di tradizioni ed usanze più antiche di quelle
che potrei ricordare io.
La prima cosa che è emersa, dogma dell’attesa dei giorni di vigilia, è l’usanza di preparare pietanze
a base di baccalà e stoccafisso.
Quasi dando per scontato questo ricordo, ho insistito affinché lo sforzo di memoria fosse più
intenso. Ho, dunque, appreso un rito a me sconosciuto, cioè la condivisione delle pittule con gli
animali domestici. Pare fosse usanza, la Vigilia di Natale, far assaggiare a galline, cani, gatti e a
qualunque altro animale presente in casa le pittule… E guai a non farlo! Perché nella Notte Santa
anche gli animali hanno il dono della parola ed il Bambinello, cullato dal loro caldo fiato, li ascolta,
e certamente non sarebbe lieto di saperli infelici e maltrattati.


A proposito di calore, ora non se ne usano più, ma fino a qualche decennio fa pare fosse una
tradizione raccogliere nei vari rioni del paese tutti i resti delle potature, creando dei grossi cumuli
che poi venivano dati alle fiamme la Vigilia di Natale. Nei rioni Lavitu, Aragona, nei pressi di
Largo Stazione, in Largo Fiera e nel rione di San Giuseppe grandi e piccini si raccoglievano intorno
alle fòcare per condividere auspici, auguri e quel calore di cui forse un po’ tutti sentiamo la
mancanza. Quando arrivava il momento per gli adulti di recarsi in chiesa per la veglia, gli anziani
ed i bambini raccoglievano della brace per portarla in casa, continuando a scaldarsi con i bracieri e
gli scarfaletti. Ma non si andava a dormire senza fare una piccola processione in casa, con una
candela in mano, per celebrare la nascita del Bambino.
Lo scampanio in piazza veniva accompagnato dallo scoppio dei petardi e dal suono della sirena!
Il giorno di Natale la tavola era più ricca, con pasta, carne, purciadduzzi, cartallate, taralli
zuccherati e biscotti con le mandorle.


Ho terminato la mia telefonata che avevo raccolto degli appunti su cui lavorare, e mi sono
ripromessa di fare un salto in biblioteca per saperne di più, non appena il virus influenzale mi darà
tregua.
Tuttavia, ormai l’invito è stato accettato, la musica è partita e a me tocca ballare! Quindi ho riletto
con attenzione tutto e ho ripensato ad un tuo ultimo scritto, in cui ti sei soffermato sulla storia di un
dolce tipico della tradizione natalizia italiana: il panettone.
Prendendo spunto da te, ma consapevole di non poter stare dietro al tuo passo, ho optato per il
salato, e, allontanandomi dalle fragranze dolci ed agrumate che rievocano le tue parole, mi sono
avventurata dietro quell’olezzo acre e pungete che in questo periodo dell’anno caratterizza le
bancarelle dei mercati, in cui pezzi di baccalà sotto sale e di stoccafisso essiccato attendono mani
desiderose di trasformarli in piatti della tradizione.
La tradizione cristiana da secoli vuole che nelle giornate della vigilia di Natale e dell’Immacolata
non si consumino le carni rosse, optando per alimenti come il baccalà e lo stoccafisso, che erano a
disposizione della gente più povera, avendo prezzi modici e potendosi conservare più a lungo nel
tempo.
Nei periodi di penitenza era vietato il consumo di carni appartenenti ad animali messi in salvo da
Noè, perciò era consentito cibarsi di pesci, essendo essi scampati al Diluvio mortale senza l’ausilio
dell’Arca. Per secoli, infatti, il pesce ha rappresentato il simbolo del Cristo, che può entrare nella
morte restando vivo. La teologia è ricca di riferimenti al pesce come nutrimento divino, i discepoli
nei Vangeli sono definiti “pescatori di uomini” e lo stesso Gesù è stato spesso rappresentato con un
pesce, visto che la traduzione greca di Gesù Cristo Figlio di Dio Salvatore (Iesùs Christòs Theòu
Uiòs Sotèr) dà origine ad un acrostico che suona come la parola “pesce” (ichtùs) .
Ma evitiamo di andare fuori traccia, addentrandoci in sentieri troppo complessi e remoti, e torniamo
invece alle tradizioni natalizie!
Le temperature invernali non sempre consentono di reperire pesce fresco e per questo nel tempo si è
fatto ricorso al pesce conservato, soprattutto dopo che nel Concilio di Trento (1545-1563) fu
esplicitamente indicato di sostituire la carne, cibo lussurioso e grasso, con lo stoccafisso.
Da qui la consuetudine di preparare pietanze a base di baccalà o stoccafisso la Vigilia di Natale.

 

Caro Elio,
ti ringrazio per avermi proposto questo gioco! Mi hai fatto trascorrere una serata diversa e
ho imparato anche io qualcosa di nuovo!
Mi raccomando, sii clemente con me, perché ho la consapevolezza di non saper scrivere. Per
questo adoro leggere, sperando di colmare le mie lacune con le parole degli altri. Ma soprattutto,
non dirmi che scrivo cagate, perché sono permalosa e potrei mandarti a quel paese!
Ti saluto e ti auguro buona notte!
Con affetto!
Silvia

Sitografia:
www.georgofili.info/contenuti/baccal-della-vigilia-di-natale/24269
Baccalà – Wikipedia
https://www.monicademattei.com/it/blog/sapevi-che-il-pesce

P.S.

Per le testimonianze sul passato, ringrazio i miei suoceri, Anna Maria Pino e Fabiano Spinelli.
Prometto che andrò in biblioteca a cercare altro.
Poi, se ti va, ti racconto della magia della Pastorale parabitana (che i tugliesi purtroppo non
conoscono) e del trauma che ho avuto nel mio primo periodo natalizio qui a Tuglie, sentendo
sfrecciare all’alba una macchina con un altoparlante guasto!

 

Silvia Barone

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