Il mercante

mercante

 

 

 

Se fossi mercante venderei bontà ad un prezzo equo e giusto. Nei luoghi di malaffare la proporrei in compresse per una rapida assunzione. Nei luoghi di peccato in fiale.

Il male agisce perché si è sordi e ciechi. Quand’anche esso è lontano la volontà accorcia le distanze e il tempo. Mi fingo mercante di bontà, in verità, perché sono triste e avvilito. Non mi va di incarnare lo spirito del “va bene tutto” quando già il tutto è nella profondità dell’inferno. E una preghiera non basta, né il più grande fra i santi può intercedere a Dio per ottenere misericordia. Non vedo indizi di pentimento né di ravvedimento; il piacere di peccare è così immenso che non si discute, tuttavia se fossi mercante venderei bontà.

Non ho scarpe per camminare. Non ho occhi per l’orizzonte. Non ho mani per carezze. Eppure vorrei vendere bontà. Ho la parola che a volte pur sfuggendomi mi trattiene orgoglio.

Ho parola dunque ma non basta. Viaggerò, ma non disperderò le strade nella moltitudine degli intrattenimenti e delle cordialità inutuili. Non perverrò mai al cielo: non ho meriti. Godrò sulla terra le benedizioni e le maledizioni che mi spetteranno. Loderò gli occhi di coloro che soccorreranno i miei affanni di vita nel dormitorio dell’opulenza. Continuerò con moderazione a declamare qualcosa che sia appendice al mio passato e del futuro non ho ragione di dubitarne, pur con le mille incertezze avanzerò verso il traguardo di un finito infinito.

Se fossi mercante di bontà non sarei felice. Questo adesso che s’intrattiene più del dovuto nella sua intenzione di non illudermi ma di farmi immaginare ciò che non sono mi rende vanitoso e colpevole di contrabbandi di sentimenti. Mi pare d’essere la vedova cinquantenne che dopo il lutto si sente rinata e si concede trasgressione e piacere, dimenticando il povero uomo del marito.

Se fossi mercante di bontà non potrei dedicarmi a fare fortuna e col tempo assommerei nostalgie. Vorrei trionfi e successi, invece. Mangiare cioccolatini con il cappello bianco sulla testa e pantaloni e giacca blu e cravatta all’insegna del glamour. Dimenticare le noiose chiacchierate domenicali sulla politica e sul governo.

Appartengo ad una generazione che non vedrà in tempo il cambiamento di questo Paese, che nella turbolenza dei mercati e dei terremoti continua a vivere nella memoria di un futuro.

Vorrei essere Fantozzi che del suo essere Fantozzi è stato sempre felice e non ha dubitato e non ha maledetto gli accadimenti, ma ha assorbito ed eliminato: una discarica che ha smaltito fastidi e incomprensioni e ha creduto che il cielo era sempre più blu.

Vorrei infine credere di essere come Fantozzi perché non avrei contraddizioni né rimorsi.



Pubblicato il 15 giugno 2012