Il dio della parola

Il nome è importante: sacro e gradito al dio di tutti gli dèi. Ha amato come nessun altro al mondo, di un amore giusto e sensato, così forte che mi stupisco non abbia fatto scoppiare il cuore.

Il dio della parola non ha ancora creato sé stesso né sostanziato il suo spirito per rivelarsi nella testimonianza di verità. Dio è soffocato dalla menzogna che è femmina nel verbo dell’inganno. È nell’idea di giustizia di cielo in nubi intrappolate dall’angelo  bello e presuntuoso, architetto delle cupole che s’innalzano in un altro luogo senza il sole:  sprofonda nella bruma dell’orizzonte ogni ragione. L’angelo distruttore non sente il suono della voce  a venire, scortica vitelli nelle macellerie della tragedia, alle porte di un miserabile paradiso. È l’angelo che commercia  gioielli e fa dimenticare le leggende dei padri onesti nel bel regno del vento di ponente che inabissa la voce di lamento dell’universo.

Il dio della parola negli specchi dei giorni andati vede il dolore dell’onore che si dimena nel testo di un destino beffardo, e riecco le ombre e i compagni morti inutilmente nella forma stabile della sua ombra. L’agguato è stato teso: l’ago dell’indicibilità non chiude la ferita e i lupi di ogni sorta attendono il sangue per trastullarsi ancora una volta a tavola con l’angelo e i vampiri.

E di pianeta in pianeta, di nebulosa in nebulosa, pur senza muoversi il cielo, il dio della parola attende il trono che gli spetta, e tanti universi si oblieranno, e i fantasmi scheletrici delle parole di oppio e di cianuro svaporeranno dai testi sacri del dio della parola. Non ci saranno pianti; ci saranno gigli di bellezza che nel chiaro di luna del mese di settembre offriranno effluvi di profumo al cielo. Godrà il dio della parola, pronunciando finalmente sé stesso: Giuseppe.