Si sentono nominare in circostanze particolari, quando già nell’aria c’è qualcosa di sinistro. Poi nel sentirli si fa fatica a capire, si rimane stupiti.  Si vorrebbe non capire. Lasciare stare. Abbandonare la conversazione. Ma c’è in gioco la vita. E dopo aver preso coraggio, si balbetta: ma che cos’è? Ti rispondono con il sorriso appuntato sulla menzogna, che sì è una malattia grave ma che si può  tenere a bada facendo a intervalli regolari esami diagnostici. Nel frattempo è consigliabile fare il protocollo diagnostico per poi formalizzare la terapia. In due tre giorni tutto si dovrebbe concludere. Non è così. Ti danno un numero e sei un numero classificabile in uno schedario dove il nome e il cognome non conta. Poi ti mandano da un reparto all’altro con comode sale d’attesa, distributori di caffè, acqua e bibite, ma anche merendine e gelati. Una signorina  all’accettazione ti dà il benvenuto e le istruzioni da seguire. Non sai che cosa fare. Il cellulare è preso di mira. Guardi gli altri e ti chiedi perché siano lì con te. Intanto cresce la voglia di scappare. Gli infermieri sguazzano fra flebo e aghi a farfalla, alcol e cerotti.

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