I pastori e gli angeli

C’erano in quella regione alcuni pastori che vegliavano di notte facendo la guardia al loro gregge. Un angelo del Signore si presentò davanti a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande spavento, ma l’angelo disse loro: “Non temete, ecco vi annunzio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia”. E subito apparve con l’angelo una moltitudine dell’esercito celeste che lodava Dio e diceva: Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini che egli ama”.

(Lc 2, 8-14)

Pastori, posso unirmi a voi? Saprò adattarmi al lungo viaggio.

 Il vento fermo di questa sera saprà guidarci.

Sulle labbra imbiancate di sabbia le parole coniugano l’annuncio.

Con voi, Pastori, giubila il mio intimo. Dell’accoglienza mi rendete favore.

Il giorno dell’inizio della Storia ci attende.

Questa festa è fatta di altro: di cose estensibili nella profondità del cuore.

Non intendo sorprendere  gli altri con l’ostentazione della ricchezza o della stravaganza, né colpirli con gli eccessi. Voglio nell’umiltà di un cammino, reso gradevole dall’amore, rendere omaggio con voi al Bambino. E non importa se non ho la carta di credito per comprare illusioni e doni. Ciò che conta, oggi, è avere compreso come fare festa.

Il viaggio sta per concludersi. Stanchi ma orgogliosi per avere vinto le fatiche.

Prostrati con devozione e con la benedizione del cielo, sentiamo su di noi la Sua grandezza. E agli altri, cari Pastori, che non hanno voluto seguirci, suggeriamo di percorrere il silenzio di Dio.

Le parole, questi minuscoli organismi, che come virus si moltiplicano e invadono la scrittura  e il parlare, in questo giorno di festa dovrebbero non contenere la superbia e recitare preghiere di solidarietà e di bontà.

Allora, sia il mio e anche il vostro, consueto, Buon Natale reso con la voce di devozione al Bene.

La storia di Aurora

Soffoco!
 
Quest’aria d’acciaio, intrisa di umidità mi uccide.
 
Sulle pagine di un libro perdo la ragione, e le parole irridono la nevrosi di questo mio andare per lettura nei giorni di domenica.
 
La messa del parroco non mi distrae e alle omelie stantie e ammuffite preferisco il silenzio stupefacente di un albero di pino, malandato e artitrico che alla finestra del mio studio s’appresta per rimediare confidenza.
 
Comprendo che vorrebbe rivelarsi e narrarmi di sé, della sua vita immobile. È tanto che vive in paese e ha imparato a sopportare il rumore maldestro e l’indifferenza degli uomini. Non ha la chioma superba di una volta, ora è scheletrico, non sorride e del lungo vivere è stanco e vorrebbe congedarsi.
 
Gli confermo simpatia, ammirazione e riconoscenza per l’ombra che mi ha dato e che continua a darmi. Ogni mattina durante il rito del caffè e della sigaretta non ha mai fatto caso all’inquietudine dei miei giorni sospesi a mezz’aria. Ha sopportato l’insolenza del sole e mai ho udito il suo pianto sommesso. Lasciami ancora ombra forte e rassicurante. Concedimi immaginazioni di parole affinché del mio vivere possa lasciare traccia nei campi incolti delle pagine di un diario. Non morire, resisti. Dimmi cosa posso fare per te. Non lasciare che i tuoi aghi inizino il viaggio sui treni dell’abbandono. Fa’ che i passeri costruiscano ancora i loro nidi su i tuoi rami. Dammi bellezza di natura e io continuerò a respirare vita e non ti curare della gazza ingorda che spavalda osa far casa da te.
 
Parlami, albero. Recuperiamo il tempo sperperato nei giorni di giovinezza. Non lasciare che la luna preferisca un’altra chioma alla tua per poggiare le sue luci di tenerezza durante le notti di marzo a rassicurare passerotti. Sopporta lo strisciare della serpe per grattarsi di sole sul tuo corpo di gigante. Albero, non iniziare il movimento lento e piacevole dell’andare per morte.
 
La tua mania giovanile di vivere in paese ha destato in te il fuoco del rimorso, hai fatto quello che hai potuto per dare splendore di albero e molti hanno taciuto la propria meraviglia per te, per l’albero grande, forte e bello che eri.
 
Mi dolgo e della tua sofferenza mi approprio non per confortarti ma per eterna riconoscenza. Sei saggio e sai che sfuggire non puoi al tuo decadimento. Ogni giorno avverto il tuo mesto inchinarti verso la terra che ti diede vita e che ora chiede morte.
 
********
 
Albero, tu che conosci il momento propizio per lasciare cadere i tuoi aghi, raccontami della giovane Aurora che all’ombra dei tuoi rami conobbe anticipazione della fine di giovinezza. Ne ho sentito parlare qualcosa da bambino.
 
– Aurora era una giovane bellissima, alta, magra con i capelli splendenti. Non ho mai dimenticato i suoi occhi di azzurro che nel lasciare lacrime mattutine durante le preghiere per sconfiggere il male di respiro, diventavano gravi e melanconici. Ed io forte, il migliore fra tutti gli altri alberi, mi adoperavo a stipare aria pura per lei. A nulla valsero le cure dei medici venuti da Bari. Il padre di lei costruì questa villa, nei pressi della collina a Tuglie, nell’estremo tentativo di consentirle di respirare aria buona per i suoi polmoni.
 
– E dimmi, albero, com’era la giovane Aurora? 
 
– Era dolce come la luna da spalmare di notte sulle nuvole di aprile. Bella come la Primavera che al mattino s’adorna di fiori. 
 
– Il destino era contro di lei. 
 
– Sì, il giorno stava per congedarsi e le ombre della notte si stabilirono nella pineta per smorzare i nostri respiri. Tutto doveva compiersi. L’ora del distacco sopraggiungeva e Aurora, sul letto con le lenzuola di lino, cadde come foglia, sfuggita all’attenzione di un dio. 
 
– Albero, tu piangesti? 
 
– Piangemmo tutti, tanto da spogliare le nostre chiome. Invitammo gli usignoli a cantare una nenia d’amore per lei, la nostra dolce Aurora.
 
– Poi cosa successe? 
 
– La villa fu abbandonata. Il padre non volle più rimettere piedi. Lasciò ogni cosa al suo posto.
 
– Che triste storia mi hai raccontato.
 
– Mio caro amico, io non conosco altre storie, soltanto questa, che è la più bella fra tutte, perché Aurora è nel giardino dei fiori e degli alberi della luna e attende il mio arrivo. Ecco perché io non ho paura di morire, anzi chiedo che la mia morte subisca un’accelerazione per godere dell’innocenza della natura quanto prima.
 
– Albero, ma non pensi a me?
 
– Ti penso e continuerò a pensarti. Ti chiedo soltanto un favore!
 
– Sì, dimmi quale.
 
– Ti prego di non ricordare nulla di quanto abbiamo parlato. 
 
– Perché? 
 
– Non ricordare, fa’ che la storia di Aurora nasca al mattino e muoia al tramonto come la ninfea che lei volle nella sua villa. 
 
– Ma perché vuoi questo? 
 
– Non sono io a volerlo, ma lei. 
 
– Ti prego, aiutami a capire! 
 
– Perché questa storia appartiene a noi. Non vogliamo che la gente se ne appropri e come spesso succede aggiunga dell’altro. Vogliamo che rimanga così com’è, semplice, ma bella nella sua tragicità. 
 
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Questa terra del Sud che hai amato e fatto tua, ti ricorderà e continuerà a sperare che ci siano sempre alberi come te, che nei giorni di fuoco siano sempre buoni per dare refrigerio al respiro affannoso dell’uomo del Sud che fatica ancora a rendere magia alle notti e ai giorni del sole. E semmai un giorno un poeta dovesse accorgersi di te canterà l’incerto profilo del paesaggio che rendesti romantico senza mai interrompere giorni felici. Di Aurora e la sua triste storia non proferirà parole mai con nessuno, ma lascerà intendere con gli artifizi della poesia la storia, non svelerà nessun dettaglio e canterà dai muri altissimi del cielo la bontà degli alberi di pino.
 
E io, caro albero, non dimenticherò le tue parole che hanno impressionato il mio cuore a tal punto che ora vorrei porre fino all’amarezza delle ore che accompagnano il dubbio e dell’opprimente melanconia che mi circondano. Dovrò attendere altri alberi. Dovrò fare a meno del tuo respiro, dei tuoi silenzi di resina, della tua dolce compagnia che ha saputo raccontarmi la storia di una giovane che negli alberi ha cercato la vita e li ha amati sino alla fine. Ora sei vecchio, malandato, gli uccelli ti scansano, calvo, bruciato dal sole, eppure non dai segno di viltà, sei fiero, il sole ti ha forgiato acciaio. Ecco vorrei essere come te. Io che ho sempre paura, e la notte non dormo, e mi spaventa il buio, e tu mi dai coraggio.
 
Chiunque da questa storia vorrà trarne bellezza interiore legga queste pagine con pazienza e bontà, e non si ponga la domanda se la storia qui narrata allude a qualcosa di realmente accaduto in un piccolo paese del Sud. E voglia perdonare l’autore per eventuali omissioni e inesattezze.

Tuglie, la puteca te li Papaionaca

Un giorno passare per via Veneto e accorgersi d’improvviso di un’insegna che sa di altri tempi: La puteca te li Papaionaca…

Una trovata pubblicitaria eccellente. Un ritorno al passato che fa piacere rivivere seppure nelle righe di un messaggio che prepotente rimanda nel tempo, quando leputeche di generi alimentari  in  un paese rappresentavano l’unico mezzo di approvvigionamento. La pasta, la conserva, la ricotta forte, il caffè si vendevano al minuto, non confezionati in pacchetti o simili ma sfusi.  Altri tempi. Tempi non buoni, fatti di povertà e sacrifici. Lu putacaru sovente concedeva ai clienti gli alimenti con la libretta, dove si annotavano  gli importi giornalieri della spesa: un rapporto fiduciario che si instaurava sull’onorabilità del cliente, il quale avrebbe poi provveduto a pagare appena le risorse finanziarie glielo avrebbero consentito. Un sistema che attualmente si può paragonare con le varianti moderne del compra oggi, paga fra un anno.

Gli anni Cinquanta faticosamente tendevano al progresso, le popolazioni del Sud  dovevano adattarsi alla lentezza di un divenire migliore che altrove incominciava a fare capolino. Non c’era superbia. C’era solidarietà, un alto senso di mutuo soccorso accomunava le persone. Il paese era una grande famiglia che accettava con rassegnazione le disgrazie, ma nel contempo era capace di tirare fuori il meglio di sé  per costruire futuro. Se non ci fosse stata la benevolenza, a quei tempi, dei putecari a dare da mangiare ai paesani,  la vita sarebbe stata un inferno.

E l’insegna de  La puteca te li Papaionaca, oggi nel terzo millennio, ha il sapore di un monito, di una reprimenda, di un segnale per le genti che vedono sopraggiungere una nuova povertà, diversa del passato, ma che fa sentire il suo peso: l’angoscia di non arrivare a fine mese è presente in molte famiglie. Sino a pochi anni fa, la spesa doveva compiersi nei grandi supermercati, era quasi una vergogna recarsi al piccolo negozio del paese.  La modernità pretendeva un modus operandi che doveva ostentare benessere, ricchezza e opulenza. Pagare in contanti alla cassa era da cafoni, meglio la carta di credito o il bancomat. L’imperativo  assillante era: possiamo permetterci tutto quello che vogliamo senza nessuna limitazione.

Ora però le cose incominciano a cambiare, ed è necessario rivedere molte abitudini e fare i conti con la crisi.

Il lettore vorrà perdonarmi per queste mie riflessioni, ma se avrà il piacere di continuare a leggermi sicuramente troverà nei piccoli fatti che racconto morali chiare che mai saranno oggetto di occultamento da parte degli uomini.

La famiglia Antonaci da anni opera con dedizione e passione nel commercio di generi alimentari in un piccolo paese, nello storico rione te lu Raona, il più importante di Tuglie.

Questa famiglia ha svolto da sempre imperterrita l’attività commerciale senza mai lasciarsi prendere la mano dalla modernità. Il negozio è un luogo cordiale, simpatico, dove è possibile scambiarsi quattro chiacchiere  nell’attesa del proprio turno, come un tempo. Non c’è l’aridità del supermercato. C’è il sorriso, la gentilezza, l’essenzialità delle cose.

E poi questo soprannome Papaionaca, che identifica la famiglia, è tutto un dire, una garanzia, una credenziale da esibire con orgoglio.

Silvio era il padre di Tommaso, Antonio e Gerardina, attuali gestori del negozio. Era simpaticissimo, un po’ filosofo, attento nelle sue esternazioni verbali, sempre presente nel negozio, vigilava, scrutava, comandava, raccontava fatti e aneddoti paesani. Si sedeva sul gradino posto accanto al negozio e salutava tutti. Ora non c’è più. Ma la sua assenza al pari di tante altre che erano significative, tipiche e originali per un paese piccolo,  pesano e chiedono di essere ricordate, affinché la memoria sappia trarre dal passato il meglio. Vi è sempre l’obbligo per una comunità della narrazione del passato. Non può sottrarsi.

Affermare che l’esposizione dell’insegna che rimanda al passato  rappresenti un evento è forse un’esagerazione, ma sostenere che essa ha prodotto, almeno al sottoscritto, un rinvio piacevole alla storia di una comunità è ragionevole.

Quando molti anni fa il tempo era docile e mite, considerevole e in abbondanza, la vita degli uomini scorreva senza l’assillo del “fare presto”. Il tempo veniva consumato con saggezza e la giusta attesa era presa in debita considerazione. La gente contemplava e inventava, costruiva, teorizzava e produceva.

La puteca dispensava il giusto necessario. L’acquisto compulsivo non esisteva. Si comprava quanto basta per vivere.

Si stava meglio quando era peggio: un detto della saggezza popolare per esprimere le odierne esagerazioni e le molteplici avidità.

La famiglia Papaionaca ha compreso l’utilità di un ritorno alle buone abitudini di un tempo, rinunciando alle lusinghe del consumismo sfrenato, prediligendo il buon senso e la normalità di un servizio. La puteca un punto di partenza per stemperare eccessi, ma anche un riavvicinamento al passato che fa bene.

L’utilizzo del termine dialettale (Puteca) e del  soprannome (Papaionaca), che sino a pochi anni fa sarebbe stato anacronistico, adesso indica una sorprendente novità nel grigiore di una uniformità sociale ben consolidata.

E poi provate ad andare alla Puteca te li Papaionaca, non rimarrete delusi, anzi la simpatia te la Tina, la calma te lu Tommaso, l’operosità genuina te la Gerardina, l’attenzione te lu Antonio, vi contageranno e ritornerete con piacere. Riscoprirete il gusto della spesa e della semplicità dell’approccio umano, certamente non paragonabile a quello dei commessi dei grandi magazzini.

Concludo. Forse ho esagerato. Forse ho sbagliato. Ma di una cosa sono convinto: ho raccontato in minima parte la storia di una famiglia laboriosa e onesta come tante altre del paese.

La colonia estiva

Un venerdì del mese di luglio dell’anno 2011, durante la lettura della  Repubblica, il titolo “Colonie: sport, musica e niente cellulare, bimbi in vacanza come una volta attira la mia attenzione.

Va letto! Mi piace quel “come una volta”, a significare l’importanza delle cose di una volta.

Rovisto nella memoria e quanto sono riuscito a raccogliere ve ne parlo adesso, con la convinzione che se non vi annoierò, vi  avrò almeno resi partecipi di qualcosa che fa piacere ricordare. Nulla di speciale, soltanto semplici cose… di una volta.

I giorni della colonia, quei giorni ormai lontani erano belli. Negli anni Settanta, con un corredo fatto di piccole ed essenziali cose mi allontanavo dai miei genitori per trascorrere a Villa Tabor, località Cenate di Nardò,  un mese  di vacanza con altri ragazzi.

All’inizio tutti eravamo tristi e impacciati, ma con il passare delle ore ritrovavamo il sorriso e quel luogo sconosciuto si apriva lentamente per offrirci il meritato divertimento estivo. C’erano le regole da rispettare: l’alzabandiera mattutina, il canto, la preghiera, il silenzio, la messa.

La villa era gradevole, immersa nel verde con alberi di pino dritti e dalla chioma fluente; un viale conduceva alla chiesa e tutt’intorno uno spiazzo immenso delimitato da un muretto che non infastidiva ma proteggeva la  nostra permanenza. Si respirava serenità simile all’aria fresca e dolce di un mattino di primavera. Quando il sole alto s’apprestava a discendere sugli alberi, dileguandosi lentamente, con discrezione, e nel cielo apparivano i colori del tramonto, sedevo sul muretto a immaginare  respiri di luna.

Alle undici di mattina andavamo a Santa Caterina, scortati dalle signorine che in certe situazioni facevano fatica a contenere la nostra esuberanza.

Non eravamo abituati all’abbondanza delle cose; la fanciullezza era scandita da tante rinunce e quando riuscivamo ad avere qualcosa –  che comunque ci spettava –  potevamo considerarci fortunati.

Non conoscevamo l’isola mito di Mykonos. E non eravamo dediti al ciclo continuo del divertimento. Imparavamo a dosare studio e svago. Non facevamo uso di droghe, tequila e pasticche. L’unica concessione che ci permettevamo era un gelato, ogni tanto, da consumare con sapiente lentezza.

Non ci sentivamo braccati dagli squilli del cellulare, né avevamo la smania per gli sms, né possedevamo l’account su Facebook. La vita per noi bambini era cadenzata da un insegnamento continuo, in alcuni casi ossessivo, di preparazione e di educazione alla vita.

Leggevamo libri e discutevamo delle nostre letture, confrontavamo le opinioni, cantavamo le canzoncine e l’inno d’Italia, giocavamo.

Appuntavamo sui diari le impressioni e tutto quanto fosse degno di tracciabilità e di futura memoria.

Altri tempi! La colonia seppure con la sua aria da caserma dava allegria; e la voglia di stare insieme ci faceva sopportare meglio la durezza delle regole.

C’era la direttrice sempre pronta a redarguire e a dare una carezza quando ne ravvisava la necessità.

C’erano i nostri genitori che non staccavano mai gli occhi su di noi, ci seguivano sempre per raccomandarci virtù; c’erano i maestri; c’era la famiglia.

C’era la colonia.

C’era un bambino, Daniele, alto, magro, capelli neri. Non rideva mai. Taciturno. Sempre in disparte. Assomigliava a un piccolo lord. Avevamo soggezione di lui, una prudente attenzione a non infastidirlo ci evitava di avere guai, giacché  era guardato a vista dal personale della colonia.

Pareva, però, essere felice. La sua era una felicità discreta con evidenti e sporadici sorrisi di classica eleganza che facevano intendere che in lui vi era qualcosa di singolare. Era fin troppo educato. Non frequentava nessuno. Alla sua presenza silenziosa e perbene ci eravamo abituati. Lo rispettavamo e speravamo di diventare presto suoi amici.

Nella camerata dormiva al primo letto posto sul lato sinistro e nell’attesa dello spegnimento della luce leggeva il libro di Omero.

Una mattina al refettorio sedette accanto a me per fare colazione. Fu una buona occasione per scambiare due parole. Mi salutò con simpatia e garbo. Ci scambiammo le solite informazioni personali, ripromettendoci di giocare insieme quando saremmo andati al mare.

Quasi ogni notte però aveva spasmi respiratori che lo costringevano a un respiro affannoso e umido. La camerata all’improvviso si animava: la direttrice aveva un bel daffare nell’attesa che giungesse il medico chiamato d’urgenza. Daniele sudava sul suo letto, gli occhi si rimpicciolivano, le mani cercavano un appoggio per tossire e riappropriarsi dell’aria. Lo guardavamo con sconcerto e paura, qualcuno piangeva e urlava, qualcun altro scappava. Non comprendevamo il suo malessere.

Una notte le sue condizioni peggiorarono e fu portato d’urgenza in ospedale. Non lo vedemmo più. Il suo letto non fu occupato da nessuno. Continuammo la nostra vacanza, ma  intorno a noi c’era un vuoto.

Oggi nel mio divagare nell’infinito della memoria il ricordo di Daniele si è presentato prepotentemente, come a darmi spiegazioni di quell’assenza forzosa  che avvertimmo allora. Comprendo ora che i suoi silenzi avevano il sapore amaro di un destino accettato sino in fondo con dignità,  perché anche quando il coraggio non è ostentato ma riservato, costituisce davvero una differenza essenziale nei modi di vivere la vita.

Mi accorgo nel mio peregrinare verso i luoghi della memoria, confrontando il passato con il presente, che oggi  un eccesso di modernità ha escluso il senso del limite, elasticizzando all’infinito la trasgressione e l’apparenza.

Chiudo il giornale.

La storia ha graffiato la memoria.

Il poeta ambulante

Intraprendere un lungo viaggio dal Pakistan all’Italia per andare di poesia in poesia. Incontrare luoghi sconosciuti da comprendere, domandare attenzione alle persone forestiere per dissipare malinconia di lontananza.

Umeed Ali è il poeta che per amore della poesia è giunto in Italia, il paese dei poeti. Il suo libro “Bilancio interiore” vuole lettori, e in un paese come il nostro dove i poeti sono una moltitudine e i lettori sono pochi è un’impresa ardua riuscire ad averli. Ma egli non demorde, va di paese in paese, di spiaggia in spiaggia, di piazza in piazza, con gli occhi di poesia per la gente che non ha il tempo di ascoltare, presa com’è dagli affari di divertimento che incombono e che chiedono godimento immediato. Un poeta poi è considerato come un povero diavolo che cerca nelle parole il conforto e lo sfogo delle delusioni acquisite in una vita, che spera di conquistare i cuori della gente evocando la bellezza delle cose che inevitabilmente o ci appartengono oppure sono distanti e irraggiungibili.

Un poeta dà noia con le sue cose, la gente vuole soltanto consumare felicità nell’immediatezza dei desideri, non è disposta ad ascoltare le stupide romanticherie verseggiate, ha bisogno di altro: di amori di contrabbando, di trasgressione, di creme per riparare rughe, di profumi per affascinare, di vestiti per stupire gli occhi degli spasimanti.

Umeed chiede compagnia, non può starsene da solo. La delusione lo assale quando la gente con le astuzie lo liquida, lo allontana da sé, comprendendo che la solidarietà è nelle parole.

Egli è poeta. Continua a credere che prima o poi la gente s’accorgerà di lui, del poeta ambulante che nelle tasche e nella saccoccia ha poesia e non barcciali e collane. Continuerà a raccogliere dai suoi passi erranti pensieri e lavorerà su se stesso per non smarrire nessuna traccia. Per il poeta lo scrivere è una sorta di procreazione alla quale si sente sollecitato da un desiderio speciale. Lavora giorno e notte, bagna le sue carte di sudore, legge le immagini chiare e sbiadite che gli appaiono e lentamente forgia la parola per immortalare qualcosa che va oltre la comprensione minima della ragione.

Nde chiamu alla chiazza

Nde chiamu alla chiazza (ci troviamo in piazza): a significare qualcosa d’importante.

Questa frase apparteneva al nostro modo di vivere la piazza. Sono ormai trascorsi tanti anni e la piazza, oggi,  non è più quella di una volta.

Allora  su di essa gravitavano le amicizie, le burla, gli scherzi e la voglia di fare. Sì, voglia incessante di fare, di essere protagonisti nella vita sociale e anche politica del nostro paese, pur fra mille contraddizioni, ostacoli e pregiudizi.

Si discuteva pacatamente e animatamente dappertutto, condensando nei ragionamenti anche parolacce e scherni. Il bar Provenzano era il cuore pulsante della Tuglie perbene (?), come un grande circolo cittadino all’aperto, un palco speciale per oratori, politici che disquisivano sui fatti locali e nazionali, con accenni folcloristici che, in qualche caso, si concludevano con una scazzottata. Ma poi tutto ritornava come prima.

I ricordi sono tanti; ovviamente annotati negli anfratti della mia memoria  e soggetti quindi all’evanescenza di qualche   particolare. Ma non per questo mi voglio sottrarre all’idea di riordinare mnemonicamente qualche episodio inerente la piazza, soltanto per il piacere di ricordare qualcosa di minore che non appartiene alla grandezza della storia ma pur sempre interessante in riferimento alle attività sociali, politiche, di svago e culturale che hanno interessato o reso protagonista  la comunità del nostro paese.

Una domenica mattina uscendo di casa per andare in piazza, rimasi sconcertato nel vedere appesa ad un albero in prossimità dell’abitazione di Mario Giuranno, in via Milano,  una bandiera rossa fatta a brandelli. Avevo 13 anni nell’anno 1972,  ma compresi subito che quella bandiera era stata ridotta in stracci al solo fine di consumare una vendetta. Non era difficile immaginare la parte politica che si era macchiata di tale misfatto, e quando la notizia criminis giunse in piazza e alle orecchie dei vertice del partito locale, successe il finimondo. I compagni comunisti chiedevano giustizia: l’oltraggio era imperdonabile.

Una piccola storia come tante altre che hanno contraddistinto le vicende, le tante vicende del nostro piccolo paese, che sapeva dimostrare nei momenti difficili di possedere cuore e ragionevolezza, passione e irragionevolezza.

Tuglie, un paese come tanti del Sud d’Italia, allora,  simile agli altri in mille cose: il bianco delle case, le strade impolverate, le fontane dell’acquedotto, la gente seduta per strada nelle notti d’estate a consumare il tempo, le botteghe degli artigiani, il carretto che raccoglieva l’immondizia, il vigile urbano che rappresentava un segno di modernità, il palazzo municipale, la scuola in condizioni precarie, la chiesa, la ferrovia, la campagna arida e nodosa, il sacrificio dei contadini, la miseria, il dolore, la farmacia, l’ambulatorio medico.

E le storie s’intrecciavano, componevano un mosaico di altre storie fatte di emigrazione, matrimoni,  rivendicazioni salariali, scontri e incontri non solo politici.

La piazza, il grande contenitore delle illusioni, delle idee, delle amicizie, del rinnovamento politico. C’erano le sedi dei partiti: Democrazia Cristiana, Partito Comunista Italiano, Partito Socialista Italiano, Movimento Sociale Italiano.

C’erano gli uomini che animavano il dibattito politico, alcuni importanti altri meno, ma un segno, una traccia  di essi e del loro modo di fare, è ancora presente in me.

Vituccio Giorgino con  linguaggio “severo” e autorevole, svelava o meglio narrava in piazza, nelle ore importanti, i grandi misteri della politica italiana. Ed era piacevole ascoltarlo, magari provocandolo ogni tanto con qualche domanda piccante e irrispettosa, così giusto per scherzare e riderci sopra.

Alfonso Mattera, altezzoso, portamento da ministro, disquisiva su tutto e contro tutto. La politica insieme al calcio erano le sue passioni, ma era difficile star dietro ai suoi ragionamenti.

Antonio Giorgino, militante e simpatizzante di ogni schieramento. Indicava e  prevedeva, durante le campagne elettorali, vincitori e vinti in abbuffate di scontri verbali conditi  e infarciti di spezie letterali nostrane.

Uccio Stamerra, maestro elementare, in silenzio e con devozione serviva il partito e il popolo: quaderno e matita sempre in tasca per annotare elettori e voti.

Otello Petruzzi, punta di diamante della DC tugliese, caparbio, infallibile, sindaco per molti anni, politico per sempre, punto di riferimento per alcuni, uomo da buttare dalla torre per altri.

Insomma non si poteva fare a meno della piazza, ogni cosa si decideva in essa: trame, tradimenti, congiure, apparentamenti, affiliazioni… fra la gente e l’indifferenza di molti o di pochi. Nelle afose notti d’estate  un gavettone del solito irriverente disperdevano gli assemblamenti, dando luogo a schiamazzi e scroscianti risate, tanto da infastidire il buon Uccio Erroi, che dal balcone di casa minacciava  gli scostumati.

La domenica la piazza si vestiva di festa: sorridente, forte e melodica in un crescendo di voci e di suoni.

Cici Quarta nelle ore precedenti la celebrazione della messa, distribuiva (vendeva) l’Unità, ed era molto difficile dirgli di no, avendo un modo cortese e al contempo “intimidatorio” nel proporlo.

E, ancora,  come non ricordare, negli anni Settanta, l’inaugurazione della sede del Fronte della Gioventù in piazza Garibaldi,  con la partecipazione di Mario De Cristofaro, sfociata in rissa, tanto che per sedare gli animi dovettero intervenire le forze dell’ordine?

Uomini di Tuglie, che ho avuto la fortuna di conoscere e oggi di raccontarne qualcosa, ovviamente a modo mio, in piena libertà… di memoria.

Rosa, oltre il fiore c’era una donna

Ora che non c’è più è come se il paese fosse stato privato di qualcosa. Un paese del sud, come tanti, con tanta gente di fatica, con i colori del sole e il grigio perla della luna.

Rosa era una donna del sud, tutti in paese la conoscevano.

Aveva i capelli neri ondulati, abbandonati alla bizzarria del vento. Il rossetto sulle labbra carnose ne risaltava l’indole trasgressiva. Amava passeggiare con il ventaglio nero con sottili righe di color rosso. I suoi abiti rigorosamente neri con il profilo di merletto, come a significare l’eleganza di altri tempi. I suoi occhi erano accesi di simpatia e fermezza.

La sua bellezza di gioventù consumata troppo in fretta per miseria viveva nel suo cuore e amava parlarne con discrezione come solitamente sapevano fare le nobildonne.

La gente non badava alle sue stravaganze, ai suoi giochi di parole, alle continue burla e risate: preferiva tenerla a debita distanza, non godeva della stima degli altri, di coloro che in fondo erano sì brave persone ma non potevano accettare il suo modo di essere donna diversa.

Il suo viso beffardo congelava le maldicenze e all’occasione sapeva imporre la sua autorità di donna.

Abitava in via XXIV maggio, nel centro storico del paese, in una corte bianca,  in una casa senz’acqua né luce.

Eppure era felice, cantava le melodie dell’amore durante le notti d’estate, quando nella piazza principale ancora la gente sostava a chiacchierare e a spettegolare.

E la vita scorreva tra un andirivieni continuo per l’approvvigionamento di acqua dalla fontana della piazza e le lacrime sapientemente celate sul volto rugoso per la sua bellezza di donna svanita troppo in fretta. La sua voglia di amare era acciaio che dava prova di durezza e indistruttibilità. Conosceva gli incantesimi, sì un po’ era fattucchiera, maga, strega e degli uomini conosceva vizi e virtù. Avrebbe voluto avere, fare qualcosa d’importante: non gli fu mai data l’occasione e ingenuamente seppe perdersi nel labirinto dell’amore.

Fu per lei una pena ingiusta, un lutto eterno.  Un destino irrevocabile per interpretare il senso della vita che sfugge ad ogni considerevole ragionamento, ma che esprime quella gioia incontenibile in ciò che si oppone: nel dolore e nel lutto.

La sofferenza di non avere avuto amore nella giusta misura, nell’inesprimibile desiderio d’essere amata, fu per lei una prova da superare ad ogni costo, con la sapienza del riso e della capacità di dare conforto al dolore che torturava il suo cuore attraverso l’ironia  e il sarcasmo.

Era colpa e innocenza. Buio e luce.