La donna con le labbra tracciate di gelso

Mi venne incontro una donna che pareva ragazza, la notte precedente alle sue nozze, aveva in mano un’orchidea rossa e nell’altra un garofano blu, copriva il suo corpo un velo turchino immacolato ma trasparente. Sorrideva con le labbra appena tracciate di gelso, non faceva nessun conto dei cani che la seguivano in processione senza fiatare latrato, mansueti come agnelli con gli occhi appuntiti di ferocia.

Scoppiò un tuono e scosse gli alberi docili di eucalipto allungati a schiera sul viale che portava alla villa della signora. Un grande fuoco si prodigò nelle varie direzioni bruciandosi nelle sue stesse lingue di fuoco. Sul ventre della donna intanto prendeva forma l’impronta di un sigillo: un leone. Si contorceva con eleganza e con atteggiamenti erotici. Mi avviai verso di lei con desiderio. Sorrideva e mi invitava. Caddi nelle sue succinte mele di bellezza. Toccai con timore le sue labbra per assaporarle: di miele e ciliegie, di incenso. D’improvviso un morso, glaciale, puntorio, piacevole, onirico, sul collo mi avvalse di luce superiore. Non ebbi il tempo di conservarmi in una preghiera di salvezza, già l’arcangelo nero brandiva la spada. Mi ritrovai nella bolgia dei renitenti. Una donna mi disse di non pensarci e si sperare in un’occupazione decente e meno faticosa. Fui condannato a conteggiare le ore del sole e delle luna. Apparve di nuovo la donna con le labbra tracciate di gelso: le chiesi di uccidermi ancora, senza pietà e nella dolcezza dei fiori acerbi.

L’arciprete di Lucugnano… poco arci, per nulla prete (forse)

Chi era costui? Un prete esistito nel XVI secolo, in un periodo che va dal 1520 al 1560. Fu arciprete dal 1589 al 1591 nel paese di Lucugnano frazione di Tricase, quasi nel lembo estremo del Salento: luogo che tende la mano al capo di Santa Maria di Leuca, dove le pietre sono l’icona della durezza della semplicità.

Papa Galeazzo era dedito quanto basta alle cose di Dio, con una predisposizione smisurata alla burla, fuori dai canoni, imprevedibile, cinico, giocondo, beffardo. Non si conosce il suo curriculum vitae et studiorum: le notizie riguardanti la sua vita sono scarne. I suoi culacchi sono frutto della fantasia popolare, manipolati e aggiustati nel tempo per renderli piccanti.

Un’invenzione letteraria del popolo salentino – vessato e oppresso – per menare sberle a destra e a manca ai signori e al clero. Dal ritratto del Buia, il nostro arciprete appare con il viso tondo e gonfio, due occhietti spiritati, un naso troppo dritto con narici spesse, baffi all’inglese, mento piccolo, capelli lunghi ondulati. Così come ci è stato tramandato nel disegno pare più un bonaccione che un burlone. Di statura piccola e grassottello, non disdegnava qualche approccio amoroso con la contadina del luogo.

Nei fatterelli, raccontati nel libro, curato da Michele Paone, Il Breviario di Papa Galeazzo, (edito da Congedo, 2001), il gusto morboso della risata accompagna il sentimentalismo populistico con cui sono narrati i vizi, la miseria, la frustrazione e la tipica concezione fatalistica della gente del Sud a tirare a campare, comunque.

L’agire dell’arciprete si stemperava in riparazione di errori commessi dalla gente del luogo, come incomprensioni coniugali e sociali, bisticci e altro. Consolatore degli afflitti con piglio sarcastico, come nel caso della Marchesa di Alessano sofferente per i dolori del parto, stesa sul letto di una stanza, dove su una parete era collocata l’immagine sacra di Santa Liberata. Alle implorazioni della nobildonna, Galeazzo si rivolge alla santa, a mani giunte, proferendo:

Oh, mia Santa Liberata,

Fa che dolce sia l’uscita

Come dolce fu l’entrata,

Oh, mia Santa Liberata.

La marchesa rise così tanto che il marchesino venne alla luce.

Un microcosmo, quello dell’arciprete, in cui si dipanano gli eventi spiccioli che coinvolgono protagonisti e comparse. I racconti sono ridotti alla dimensione di figurine Panini, di soldatini di collezione. Si leggono d’un fiato, alcuni divertono, altri privi di condimento letterario sono insipidi e deludono per l’overdose d’insignificanti aspetti narrativi.

Il prete nei fatti assorbe la centralità per le sue eccentriche e bislacche trovate innestate nell’umorismo campagnolo del Sud, che allora era assoggettato fin troppo alle cose dei preti e agli affari della chiesa. Un vizio che ancora la gente del Sud non riesce a scrollarsi di dosso.

Nei fatti del Breviario non è difficile, comunque, scorgere l’ironia dei valori e dei principi: la religione come arma per sottomettere anime “innocenti” e condannarle alla servitù del culto; i galantuomini che dominano sui cafoni, seppure in una condizione sociale apparente di buonismo trasfigurato in una narrazione favolistica, priva di riferimenti storiografici.

L’arciprete è una caricatura della quale manca il perfezionamento dei tratti somatici da identificare con il simbolo di rappresentatività di un’epoca che nello sfondo dei fatti di cui egli è protagonista è marginale. Spicca invece il suo spirito libero e indomito che gli fornisce gli strumenti per confezionarsi una vita senza troppi problemi perennemente in conflitto tra la realtà e l’irrealtà, tra il vero e il falso. Giocoso, bislacco, icastico irriverente, insomma assomma a sé fin troppe specificità caratteriali che lo rendono nei fatterelli adattabile a situazioni differenti. Tra l’altro era ostile e irriverente all’ortodossia e alla gerarchia ecclesiastica, e questo è inverosimile che un prete, in particolare modo nel sedicesimo secolo, si comportasse in quel modo. Valga a mo’ di esempio, il fatterello dal titolo Le reliquie di S. Cristoforo:

Tra un quarto di secolo e l’altro i Vescovi solevano procedere alla verifica delle reliquie. […] Papa Galeazzo, che non aveva reliquie da presentare[…] non volendo rinunziarvi, pensò di confezionarsi una reliquia, come infatti fece, rivestendo con un vecchio manico marocchino un bel manico di zappa […] tempestato da mille bolli di cera rossa. […]Monsignore […] giunse così all’Arciprete di Lucugnano. – Che reliquia avete portato? Domandò il Vescovo.

  • Il … di S. Cristoforo, rispose Papa Galeazzo, reliquia molto miracolosa nei casi di sterilità. Eccellenza.

  • I documenti?

  • I documenti, Eccellenza? I documenti? Meglio documento di questo!!? rispose subito Papa Galeazzo. Quale Santo. Eccellenza, poteva portare in terra un …, che uguagliasse questo?

Invero, è irrispettoso il comportamento di Galeazzo nei confronti del Vescovo di Alessano; c’è da supporre, come in altri aneddoti che lo riguardano, che la fantasia popolare avesse davvero costruito l’episodio per manifestare il proprio disprezzo nei confronti di un clero arrogante per minarne la credibilità. Tutto questo spiegherebbe l’assenza di uno stile e di una eleganza letteraria negli aneddoti di papa Galeazzo che si perdono in episodi di scarsa vena inventiva, statici e in molti casi dozzinali, con l’unico scopo di rimediare una risata immediata come nelle migliori barzellette moderne italiane; sono pagine in cui l’ironia diventa troppo acre e la volontà di colpire si fa troppo scoperta.

Indubbiamente nelle facezie dell’arciprete vi è il gioco dei valori e dei principi, in cui prevalgono l’affermazione dell’egoismo individuale, la supremazia dei più forti, la scaltrezza della povera gente, il primato dell’utilitarismo, l’egoismo come significazione dell’altra faccia (esasperata) del bisogno. In un contesto sociale così omologato dalle necessità primarie si può comprendere l’assenza di eroi, vi sono rappresentate, invece, piccole furbizie, occasioni di imbrogli, furtarelli di fichi. Galeazzo del sistema sociale è la vittima, mai l’eroe: gli attribuiti affibbiategli dalla tradizione popolare sono troppi ed esagerati… insomma forse sarebbe il caso di reinventarlo.

La svampita

Sempre fra la gente te ne stai. Svampita. Vuoi fare la donna forte, ma è soltanto posa. Non dai modo di sostenerti e dei giorni allunghi illusioni di destino. Diventi ragazza e corri, eppure non si accordano pensieri di fanciullezza; qualche volta ti capita di commuoverti per un passero che si posa sull’albero del  giardino a cantare, poi la malinconia; piangi.

Leggi Baudelaire e sola te ne stai. La poesia è specchio delle notti che ti inseguono e dell’abitudine di sognare ti sottraggono.

Vorresti che qualcuno ti dicesse una parola, ti desse un bacio, un abbraccio, ma non succede e piangi. I tuoi capelli di ghiaccio accarezzano il volto di donna e compensano il dolore dell’inquietudine nelle fantastiche ore in cui ti compiaci della bellezza.

Ogni mattina a pettinarti e a cantare senza capirti, nel tentativo d’incantarti e sorprenderti. Sei dolce come il silenzio del paradiso, amara come l’assenzio dei poeti. Nel costante disordine che c’è in te, che è pazienza di insuperabile e inesauribile voglia di amare, aggiungi ogni giorno un verso d’amore fugge e lo dimentichi, e piangi anche fra le gente.

A volte sei fiume di ciarle e affoghi nelle inaspettate incertezze che qualcuno vorrebbe stringerti al suo cuore.

La rabbia ti prende quando non hai altro piacere se non il sonno. Nel labirinto del giardino di rose sei donna bella e non sai che diavolo fare per avere un grammo di coraggio.

Sempre fra la gente te ne stai ma non hai compagnia e stenti ad accettare l’assurda assurdità delle assenze.

Sei bella, e poi?

Tutti a cercarti, nessuno disposto ad amarti. Quando ti offendi fai i dispetti e conficchi aghi di disperazione nel petto.

Quel giovane straniero ti vuole, ma non gli dai modo di avvicinarti, lo eviti, ti rallegra però il cuore quando passa accanto e vorrebbe dirti qualche parola di approccio. Niente! Ti piace giocare, gli fai intendere con il sorriso di gardenia che potrebbe un giorno accadere l’impossibile mentre guardi gli occhi suoi che vorresti avere.

E poi chiedi perché finisce sempre allo stesso modo. Fai finta di essere contenta in realtà sei triste. La tua storia d’amore è ancora da scrivere: non hai l’inchiostro blu. Sul letto piangi, sei sola.

Ogni giorno muori in un nuovo amore.

De gustibus non est disputandum ti è stata pronunciata alcuni giorni fa e sei rimasta male.  Pensi che siano soltanto gli altri a dare? Lo sai che non è così, manca poco per semplificarti e uscire finalmente dall’inutilità delle convinzioni che mordono e lacerano sentimenti.

Oggi c’è un sole impettito, per te. Prova a guardarlo e a sorridergli come non hai mai fatto. La nebbia fitta che pesa sul capo potrebbe diradarsi e rivelare un paesaggio di primavere, di fiori e di cieli tersi e luce piena. Immagina la Parigi dei pittori, la Praga dei misteri, la Roma delle borgate, i poeti della gente per abbandonare il grigiore opprimente dei sensi di colpa. Prova a ricominciare da zero, buttando a mare gli orpelli di presunzione. Salta sul treno che arriva in orario e non ritarda. Quel libro di “ieri” chiudilo. C’è da leggere nuovi luoghi, le cose buone della quotidianità, le parole fresche, gli aromi di gioventù sbocciata.

Apriti lentamente alla luce come il fiore di marzo e godi l’aria mattutina dell’alba delle primavere dei pittori colorate di giallo e di rosso, con i prati senza spigoli e le case inventate.

Il poeta e il cammello

Quel poeta aveva un cammello cieco. Girovagava per il deserto alla ricerca della luna migliore, fra i venti caldi impietosi.

Quel poeta immaginava storie di uomini.

Era stanco più del suo cammello claudicante e cieco, ma pensava di fare il bene della poesia nelle ombre di luna della notte di ieri.

Quel poeta aveva la melodia degli astri nelle orecchie sorde e cantava rime. Il cammello sorrideva compiaciuto e il sole fanciullo si sdraiava comodo sull’aurora di maggio per ascoltare quel poeta non in concorrenza con gli uomini.

Quel poeta non ricordava nulla di sé, non conosceva la storia, né la geografia, non aveva mai visto un suo simile. Pensava che il mondo fosse quel deserto e che la luna e il sole erano divinità di cui fidarsi.

Pensava che prima poi potesse accadere di ricevere la palma del martirio. Il cammello era sì cieco, ma sapiente e intelligente e gli piaceva annuire precipitosamente alle illusioni innocenti del suo padrone; consapevole tra l’altro che loro due fossero una coppia fuori del comune, contenuta in un “oltre” che era paradiso di parole.

Dei due,  il poeta era il cammello.

 

I cammelli e gli specchi

Ero negli specchi e guardavo i cammelli, ed essi non mi vedevano.

Adesso gli specchi sono curvi verso la realtà ed io sono in essa.

Le storie che un tempo narravo sono da ricomporre sotto il cielo che di un deserto è anima. Non tutto è stato scritto e qualcosa ancora può essere raccontato per fare accadere di nuovo con le parole quello che è già accaduto.

Ero abituato a vedere ogni cosa dietro le quinte degli specchi, adesso sono io a dovere rappresentare le vicende, ma non sono addestrato. Le idee non sono salde. I versi nel sonno di un notturno destano la luna che dell’incenso della mia iniziazione poetica pare interessarsi.

Avrei voluto seguire il cammino delle formiche che corrono veloci in due sensi; sicure, sanno dove andare e soprattutto cosa fare. Sono invece in un sogno oleoso, dove la libertà è untuosa e non possiedo un adeguato corredo di sapienza.

Un tempo lo specchio era il mio rifugio ed ero nell’ordine dei pensieri e delle parole. Ora non ho immagini bensì geometrie di incertezze, abbozzi di tempo, quaderni di errori, ritagli di memoria deposti sulle grucce dei peccati.

E mi tocca stare con i cammelli che fra tutti gli animali sono i più consenzienti ad accettare gli estranei.

Di essi sono amico. Insieme ci cibiamo delle erbe asciutte e spinose, salate o amare. Sono in tanti in questo deserto e mi coccolano. Vogliono che io sia il loro cammelliere.  Come faccio? Io non so farlo. Che strano destino il mio, immaginato dallo specchio e rivelato ai cammelli che mi hanno adottato con benevolenza.

Il vento nomade della notte mi è compagno e porta nelle mani le nubi di parole; si confonde con gli spiriti del deserto e lotta con gli scorpioni. Lascia il segno sulla sabbia fino all’alba, fintantoché un altro vento dispettoso del mattino non lo cancelli. È impetuoso, modella le rocce e toglie il respiro.

Io e il cammello accovacciati resistiamo al Khamsin che soffia ininterrottamente per cinquanta giorni. Corre come un bambino, si snoda e urla, lascia la sua firma sulla gobba, arde l’aria che fonde il blu della notte. E non dà modo di formulare un pensiero nell’arido nulla del deserto dove la vita evapora dagli occhi che tentano di sottrarsi alla luna; ma tutto sopravvive, anche la difficile “gioia della solitudine” che quando il vento non è corteo funebre delle speranze svanite e delle illusioni pietrificate, suggerisce i segreti del sublime.

Antonio Cannone

Questa è la storia di Antonio detto Cannone che del suo vivere felice e disincantato ha fatto la sua fortuna. Vive a Tuglie. Studioso di linguistica è alle prese con il suo nuovo libro: “Elementi di linguistica spicciola”, che limiterà il linguaggio a pochi lemmi essenziali nel tentativo di eliminare le difficoltà di comprensione di una lingua complessa, una sorta di obladì obladà modulato sulle regole del dialetto. Lui è un attento osservatore e pur non frequentando gli ambienti accademici ha tanto da dire sulla lingua.

Giocoliere delle parole. Equilibrista degli equivoci. Attore protagonista delle commedie. Non parla ma sibila come il vento.

Amico di Biagino il vinaio, non lavora ma mobilita mobilità.

Fuma e beve caffè. Legge il Sole 24 ore, è sindacalista.

Ride, o meglio sogghigna sempre anche quando non vi è necessità.

La crisi per lui non esiste. Percepisce la mobilità ed è felice. Può fare quello che vuole. Si diverte a passeggiare con la bicicletta e a chiacchierare di nulla con i suoi amici di barbe.

Antonio Cannone è un dritto. Lui lo sa, ma non lo fa intendere.

Non sa chi sia Monti, né Cancellieri, lui ha un altro Governo, quello regionale.

Antonio Cannone sa cosa sia il welfare, e dell’Imu non gliene frega un bel niente. Va bene così, almeno per lui.

La barbieria di Tommaso Ingrosso

Il luogo è semplice come d’altronde dovrebbe essere una barbieria di paese, dove si tramanda una cultura del servizio. Tommaso Ingrosso, meglio identificabile come Tommasu Sipana, svolge a Tuglie l’antica arte del barbiere, secondo i canoni antichi del mestiere.

Lui sa fare il barbiere, fedele alla cultura della rasatura classica con il rasoio a mano libera. Il suo rasoio scivola sulla pelle senza arrecare screpolature o piccoli tagli, lasciando la pelle in salute. Conosce il volto di ognuno dei suoi clienti e sa come trattarlo. Preciso come un chirurgo centra il bersaglio con maestria.

È bravo davvero, ma è anche come si è soliti dire nu grande fiju te puttana. Cordiale e pungente, pettegolo con discrezione, maestro dell’equivoco. Ed è così che nelle ore di attesa, gli astanti assistono ben volentieri alle piccole commedie che modulano e rispecchiano la vita dei paesani, che non si sottraggono allo sfottò, anzi lo alimentano e lo condiscono con dovizia di particolari inventati o verosimili. Ed è allegria che si manifesta e si conclude – qualche volta – con il risentimento e il rancore del povero malcapitato di turno, abbondantemente canzonato. Ma poi tutto si aggiusta e riprende l’atmosfera dolce e serena di un luogo esclusivo per uomini che si concedono il piccolo lusso della barba e del taglio dei capelli.

Moris Panareo è il suo aiutante: sornione e ironico, non concede nulla di sé. Ha appreso bene il mestiere e ne è fiero. Punzecchia e brucia con disinvoltura le sue vittime fra un taglio di capelli e una barba.

Questo luogo è la pagina scritta delle tradizioni di un paese che sopravvive alle regole del modernismo e ne accentua la specificità di un vivere contraddistinto di ritorni al passato e di coinvolgimenti nell’attualità dei fatti. Vi è la difficoltà di raccontare la storia della bottega, quasi impossibile tracciarne una linea di narrazione completa per le tante vicissitudini di cui è stata ed è protagonista, ma la descrizione seppure sommaria di alcuni clienti è doverosa.

Antonio Levantaci detto cannone è felice, sempre. Non conosce la grammatica, parla un dialetto claudicante e sofferente, ride come un fanciullo, beve il caffè, fuma, legge il giornale ma non comprende le notizie. Il mondo lo guarda diversamente da come lo guardano gli altri e non gliene importa nulla di esso. È esperto in numerologia, nel senso che vorrebbe trarre dai numeri fortuna e ricchezza per godersi meglio la vita con un sorriso ancora più largo ed elastico di quanto lo sia ora.

Biagino il vinaio, scombina e sconquassa l’atmosfera della bottega con il suo linguaggio rude e blasfemo. Quatto, quatto irrompe nei momenti di tensione verbale dei clienti e lancia strali ai presenti o al povero politico nazionale o locale. Tutti lo vogliono, tutti lo desiderano, tutti lo cercano. E lui come un serpente morde e fugge. Poi compare quando lo ritiene necessario per aggiungere un dettaglio dispettoso e irriverente verso qualcosa o qualcuno. E infine la risata sarcastica e soddisfacente che nell’evolversi della mimica facciale diviene essa stessa espressione di teatralità e compiacimento del suo essere scortese e impietoso. È da consideralo, se si può dire, come Pasquino, pur non avendo nulla in comune, in riferimento al linguaggio elegante e forbito, con il personaggio storico della Roma papalina, per le sue geniali satire contro il potere. Biagino è un Pasquino contadino che con le sue pasquinate piccanti ed effervescenti sollazza e diverte ancora di più quando discute con Ucciu Ria. È difficile contenerli entrambi. La conversazione diventa commedia; narrazione estemporanea dei fatti di un paese che nella comicità rivela le abitudini buone e cattive di una comunità. E poi ce ne sono altri che contribuiscono alla tradizione paesana di giocare e scherzare su persone e fatti: Antonio Giorgino, sagrestano e sommo priore; Nziatinu, la vittima preferita del maestro; Antonio Scarpa, sottile come una lama di coltello; Angelo te Matinu che a Tuglie ha imparato le regole del gioco a carte; Mauro Marzano, invadente, spocchioso ma simpaticissimo; Angelu te la protezione civile sempre distratto e alle prese con la riscossione degli arretrati.

Nel tentativo di narrare vita spicciola si rischia di tralasciare qualcosa d’importante. Vorrà, quindi, scusarmi il lettore per eventuali omissioni, errori o irriverenze. Ciò che conta è avere tracciato uno spaccato di vita spicciola che nel luogo della barbieria diventa storia che accomuna persone e amici.

I pastori e gli angeli

C’erano in quella regione alcuni pastori che vegliavano di notte facendo la guardia al loro gregge. Un angelo del Signore si presentò davanti a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande spavento, ma l’angelo disse loro: “Non temete, ecco vi annunzio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia”. E subito apparve con l’angelo una moltitudine dell’esercito celeste che lodava Dio e diceva: Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini che egli ama”.

(Lc 2, 8-14)

Pastori, posso unirmi a voi? Saprò adattarmi al lungo viaggio.

 Il vento fermo di questa sera saprà guidarci.

Sulle labbra imbiancate di sabbia le parole coniugano l’annuncio.

Con voi, Pastori, giubila il mio intimo. Dell’accoglienza mi rendete favore.

Il giorno dell’inizio della Storia ci attende.

Questa festa è fatta di altro: di cose estensibili nella profondità del cuore.

Non intendo sorprendere  gli altri con l’ostentazione della ricchezza o della stravaganza, né colpirli con gli eccessi. Voglio nell’umiltà di un cammino, reso gradevole dall’amore, rendere omaggio con voi al Bambino. E non importa se non ho la carta di credito per comprare illusioni e doni. Ciò che conta, oggi, è avere compreso come fare festa.

Il viaggio sta per concludersi. Stanchi ma orgogliosi per avere vinto le fatiche.

Prostrati con devozione e con la benedizione del cielo, sentiamo su di noi la Sua grandezza. E agli altri, cari Pastori, che non hanno voluto seguirci, suggeriamo di percorrere il silenzio di Dio.

Le parole, questi minuscoli organismi, che come virus si moltiplicano e invadono la scrittura  e il parlare, in questo giorno di festa dovrebbero non contenere la superbia e recitare preghiere di solidarietà e di bontà.

Allora, sia il mio e anche il vostro, consueto, Buon Natale reso con la voce di devozione al Bene.

La storia di Aurora

Soffoco!
 
Quest’aria d’acciaio, intrisa di umidità mi uccide.
 
Sulle pagine di un libro perdo la ragione, e le parole irridono la nevrosi di questo mio andare per lettura nei giorni di domenica.
 
La messa del parroco non mi distrae e alle omelie stantie e ammuffite preferisco il silenzio stupefacente di un albero di pino, malandato e artitrico che alla finestra del mio studio s’appresta per rimediare confidenza.
 
Comprendo che vorrebbe rivelarsi e narrarmi di sé, della sua vita immobile. È tanto che vive in paese e ha imparato a sopportare il rumore maldestro e l’indifferenza degli uomini. Non ha la chioma superba di una volta, ora è scheletrico, non sorride e del lungo vivere è stanco e vorrebbe congedarsi.
 
Gli confermo simpatia, ammirazione e riconoscenza per l’ombra che mi ha dato e che continua a darmi. Ogni mattina durante il rito del caffè e della sigaretta non ha mai fatto caso all’inquietudine dei miei giorni sospesi a mezz’aria. Ha sopportato l’insolenza del sole e mai ho udito il suo pianto sommesso. Lasciami ancora ombra forte e rassicurante. Concedimi immaginazioni di parole affinché del mio vivere possa lasciare traccia nei campi incolti delle pagine di un diario. Non morire, resisti. Dimmi cosa posso fare per te. Non lasciare che i tuoi aghi inizino il viaggio sui treni dell’abbandono. Fa’ che i passeri costruiscano ancora i loro nidi su i tuoi rami. Dammi bellezza di natura e io continuerò a respirare vita e non ti curare della gazza ingorda che spavalda osa far casa da te.
 
Parlami, albero. Recuperiamo il tempo sperperato nei giorni di giovinezza. Non lasciare che la luna preferisca un’altra chioma alla tua per poggiare le sue luci di tenerezza durante le notti di marzo a rassicurare passerotti. Sopporta lo strisciare della serpe per grattarsi di sole sul tuo corpo di gigante. Albero, non iniziare il movimento lento e piacevole dell’andare per morte.
 
La tua mania giovanile di vivere in paese ha destato in te il fuoco del rimorso, hai fatto quello che hai potuto per dare splendore di albero e molti hanno taciuto la propria meraviglia per te, per l’albero grande, forte e bello che eri.
 
Mi dolgo e della tua sofferenza mi approprio non per confortarti ma per eterna riconoscenza. Sei saggio e sai che sfuggire non puoi al tuo decadimento. Ogni giorno avverto il tuo mesto inchinarti verso la terra che ti diede vita e che ora chiede morte.
 
********
 
Albero, tu che conosci il momento propizio per lasciare cadere i tuoi aghi, raccontami della giovane Aurora che all’ombra dei tuoi rami conobbe anticipazione della fine di giovinezza. Ne ho sentito parlare qualcosa da bambino.
 
– Aurora era una giovane bellissima, alta, magra con i capelli splendenti. Non ho mai dimenticato i suoi occhi di azzurro che nel lasciare lacrime mattutine durante le preghiere per sconfiggere il male di respiro, diventavano gravi e melanconici. Ed io forte, il migliore fra tutti gli altri alberi, mi adoperavo a stipare aria pura per lei. A nulla valsero le cure dei medici venuti da Bari. Il padre di lei costruì questa villa, nei pressi della collina a Tuglie, nell’estremo tentativo di consentirle di respirare aria buona per i suoi polmoni.
 
– E dimmi, albero, com’era la giovane Aurora? 
 
– Era dolce come la luna da spalmare di notte sulle nuvole di aprile. Bella come la Primavera che al mattino s’adorna di fiori. 
 
– Il destino era contro di lei. 
 
– Sì, il giorno stava per congedarsi e le ombre della notte si stabilirono nella pineta per smorzare i nostri respiri. Tutto doveva compiersi. L’ora del distacco sopraggiungeva e Aurora, sul letto con le lenzuola di lino, cadde come foglia, sfuggita all’attenzione di un dio. 
 
– Albero, tu piangesti? 
 
– Piangemmo tutti, tanto da spogliare le nostre chiome. Invitammo gli usignoli a cantare una nenia d’amore per lei, la nostra dolce Aurora.
 
– Poi cosa successe? 
 
– La villa fu abbandonata. Il padre non volle più rimettere piedi. Lasciò ogni cosa al suo posto.
 
– Che triste storia mi hai raccontato.
 
– Mio caro amico, io non conosco altre storie, soltanto questa, che è la più bella fra tutte, perché Aurora è nel giardino dei fiori e degli alberi della luna e attende il mio arrivo. Ecco perché io non ho paura di morire, anzi chiedo che la mia morte subisca un’accelerazione per godere dell’innocenza della natura quanto prima.
 
– Albero, ma non pensi a me?
 
– Ti penso e continuerò a pensarti. Ti chiedo soltanto un favore!
 
– Sì, dimmi quale.
 
– Ti prego di non ricordare nulla di quanto abbiamo parlato. 
 
– Perché? 
 
– Non ricordare, fa’ che la storia di Aurora nasca al mattino e muoia al tramonto come la ninfea che lei volle nella sua villa. 
 
– Ma perché vuoi questo? 
 
– Non sono io a volerlo, ma lei. 
 
– Ti prego, aiutami a capire! 
 
– Perché questa storia appartiene a noi. Non vogliamo che la gente se ne appropri e come spesso succede aggiunga dell’altro. Vogliamo che rimanga così com’è, semplice, ma bella nella sua tragicità. 
 
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Questa terra del Sud che hai amato e fatto tua, ti ricorderà e continuerà a sperare che ci siano sempre alberi come te, che nei giorni di fuoco siano sempre buoni per dare refrigerio al respiro affannoso dell’uomo del Sud che fatica ancora a rendere magia alle notti e ai giorni del sole. E semmai un giorno un poeta dovesse accorgersi di te canterà l’incerto profilo del paesaggio che rendesti romantico senza mai interrompere giorni felici. Di Aurora e la sua triste storia non proferirà parole mai con nessuno, ma lascerà intendere con gli artifizi della poesia la storia, non svelerà nessun dettaglio e canterà dai muri altissimi del cielo la bontà degli alberi di pino.
 
E io, caro albero, non dimenticherò le tue parole che hanno impressionato il mio cuore a tal punto che ora vorrei porre fino all’amarezza delle ore che accompagnano il dubbio e dell’opprimente melanconia che mi circondano. Dovrò attendere altri alberi. Dovrò fare a meno del tuo respiro, dei tuoi silenzi di resina, della tua dolce compagnia che ha saputo raccontarmi la storia di una giovane che negli alberi ha cercato la vita e li ha amati sino alla fine. Ora sei vecchio, malandato, gli uccelli ti scansano, calvo, bruciato dal sole, eppure non dai segno di viltà, sei fiero, il sole ti ha forgiato acciaio. Ecco vorrei essere come te. Io che ho sempre paura, e la notte non dormo, e mi spaventa il buio, e tu mi dai coraggio.
 
Chiunque da questa storia vorrà trarne bellezza interiore legga queste pagine con pazienza e bontà, e non si ponga la domanda se la storia qui narrata allude a qualcosa di realmente accaduto in un piccolo paese del Sud. E voglia perdonare l’autore per eventuali omissioni e inesattezze.

Tuglie, la puteca te li Papaionaca

Un giorno passare per via Veneto e accorgersi d’improvviso di un’insegna che sa di altri tempi: La puteca te li Papaionaca…

Una trovata pubblicitaria eccellente. Un ritorno al passato che fa piacere rivivere seppure nelle righe di un messaggio che prepotente rimanda nel tempo, quando leputeche di generi alimentari  in  un paese rappresentavano l’unico mezzo di approvvigionamento. La pasta, la conserva, la ricotta forte, il caffè si vendevano al minuto, non confezionati in pacchetti o simili ma sfusi.  Altri tempi. Tempi non buoni, fatti di povertà e sacrifici. Lu putacaru sovente concedeva ai clienti gli alimenti con la libretta, dove si annotavano  gli importi giornalieri della spesa: un rapporto fiduciario che si instaurava sull’onorabilità del cliente, il quale avrebbe poi provveduto a pagare appena le risorse finanziarie glielo avrebbero consentito. Un sistema che attualmente si può paragonare con le varianti moderne del compra oggi, paga fra un anno.

Gli anni Cinquanta faticosamente tendevano al progresso, le popolazioni del Sud  dovevano adattarsi alla lentezza di un divenire migliore che altrove incominciava a fare capolino. Non c’era superbia. C’era solidarietà, un alto senso di mutuo soccorso accomunava le persone. Il paese era una grande famiglia che accettava con rassegnazione le disgrazie, ma nel contempo era capace di tirare fuori il meglio di sé  per costruire futuro. Se non ci fosse stata la benevolenza, a quei tempi, dei putecari a dare da mangiare ai paesani,  la vita sarebbe stata un inferno.

E l’insegna de  La puteca te li Papaionaca, oggi nel terzo millennio, ha il sapore di un monito, di una reprimenda, di un segnale per le genti che vedono sopraggiungere una nuova povertà, diversa del passato, ma che fa sentire il suo peso: l’angoscia di non arrivare a fine mese è presente in molte famiglie. Sino a pochi anni fa, la spesa doveva compiersi nei grandi supermercati, era quasi una vergogna recarsi al piccolo negozio del paese.  La modernità pretendeva un modus operandi che doveva ostentare benessere, ricchezza e opulenza. Pagare in contanti alla cassa era da cafoni, meglio la carta di credito o il bancomat. L’imperativo  assillante era: possiamo permetterci tutto quello che vogliamo senza nessuna limitazione.

Ora però le cose incominciano a cambiare, ed è necessario rivedere molte abitudini e fare i conti con la crisi.

Il lettore vorrà perdonarmi per queste mie riflessioni, ma se avrà il piacere di continuare a leggermi sicuramente troverà nei piccoli fatti che racconto morali chiare che mai saranno oggetto di occultamento da parte degli uomini.

La famiglia Antonaci da anni opera con dedizione e passione nel commercio di generi alimentari in un piccolo paese, nello storico rione te lu Raona, il più importante di Tuglie.

Questa famiglia ha svolto da sempre imperterrita l’attività commerciale senza mai lasciarsi prendere la mano dalla modernità. Il negozio è un luogo cordiale, simpatico, dove è possibile scambiarsi quattro chiacchiere  nell’attesa del proprio turno, come un tempo. Non c’è l’aridità del supermercato. C’è il sorriso, la gentilezza, l’essenzialità delle cose.

E poi questo soprannome Papaionaca, che identifica la famiglia, è tutto un dire, una garanzia, una credenziale da esibire con orgoglio.

Silvio era il padre di Tommaso, Antonio e Gerardina, attuali gestori del negozio. Era simpaticissimo, un po’ filosofo, attento nelle sue esternazioni verbali, sempre presente nel negozio, vigilava, scrutava, comandava, raccontava fatti e aneddoti paesani. Si sedeva sul gradino posto accanto al negozio e salutava tutti. Ora non c’è più. Ma la sua assenza al pari di tante altre che erano significative, tipiche e originali per un paese piccolo,  pesano e chiedono di essere ricordate, affinché la memoria sappia trarre dal passato il meglio. Vi è sempre l’obbligo per una comunità della narrazione del passato. Non può sottrarsi.

Affermare che l’esposizione dell’insegna che rimanda al passato  rappresenti un evento è forse un’esagerazione, ma sostenere che essa ha prodotto, almeno al sottoscritto, un rinvio piacevole alla storia di una comunità è ragionevole.

Quando molti anni fa il tempo era docile e mite, considerevole e in abbondanza, la vita degli uomini scorreva senza l’assillo del “fare presto”. Il tempo veniva consumato con saggezza e la giusta attesa era presa in debita considerazione. La gente contemplava e inventava, costruiva, teorizzava e produceva.

La puteca dispensava il giusto necessario. L’acquisto compulsivo non esisteva. Si comprava quanto basta per vivere.

Si stava meglio quando era peggio: un detto della saggezza popolare per esprimere le odierne esagerazioni e le molteplici avidità.

La famiglia Papaionaca ha compreso l’utilità di un ritorno alle buone abitudini di un tempo, rinunciando alle lusinghe del consumismo sfrenato, prediligendo il buon senso e la normalità di un servizio. La puteca un punto di partenza per stemperare eccessi, ma anche un riavvicinamento al passato che fa bene.

L’utilizzo del termine dialettale (Puteca) e del  soprannome (Papaionaca), che sino a pochi anni fa sarebbe stato anacronistico, adesso indica una sorprendente novità nel grigiore di una uniformità sociale ben consolidata.

E poi provate ad andare alla Puteca te li Papaionaca, non rimarrete delusi, anzi la simpatia te la Tina, la calma te lu Tommaso, l’operosità genuina te la Gerardina, l’attenzione te lu Antonio, vi contageranno e ritornerete con piacere. Riscoprirete il gusto della spesa e della semplicità dell’approccio umano, certamente non paragonabile a quello dei commessi dei grandi magazzini.

Concludo. Forse ho esagerato. Forse ho sbagliato. Ma di una cosa sono convinto: ho raccontato in minima parte la storia di una famiglia laboriosa e onesta come tante altre del paese.