Kavafis, Quanto più puoi

 

Farla non puoi, la vita,

come vorresti? Almeno questo tenta

quanto più puoi: non la svilire troppo

nell’assiduo contatto della gente,

nell’assiduo gestire e nelle ciance.

 

Non la svilire a furia di recarla

così sovente in giro, e con l’esporla

alla dissennatezza quotidiana

di commerci e rapporti,

sin che divenga una straniera uggiosa.

 

[1913, traduzione di Nicola Crocetti]

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Costantino Kavafis (1863-1933), poeta e giornalista greco. Si autodefinì un “poeta storico”, poiché riprese la memoria storica dando voce a figure storiche dimenticate o fittizie.

L’incertezza della vita, i piaceri, la psicologia degli individui, l’omosessualità sono alcuni dei suoi temi preferiti.

Le sue poesie “riconosciute” sono 154. Tutte pubblicate dopo la sua morte.

 

Leopardi:

La natura non si palesa ma si nasconde, sì che bisogna con mille astuzie e quasi frodi e con mille ingegni e macchine scalzarla e pressarla e tormentarla e cavarle di bocca a marcia forza i suoi segreti. ma la natura così violentata e scoperta non concede più quei diletti che prima offeriva spontaneamente.

 

(Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica)

Maria Luisa Spaziani

Spaziani, Maria Luisa

Enciclopedie on line

Spaziani ⟨-zz-⟩, Maria Luisa. – Poetessa italiana (Torino 1924 – Roma 2014). Formatasi nel clima postermetico di chiara ascendenza montaliana, e incline alla trasposizione in chiave allusiva così dei dati oggettivi come di quelli autobiografici, la sua poesia (da Le acque del Sabato, 1954, a Utilità della memoria, 1966, Transito con catene, 1977, La stella del libero arbitrio, 1986), è venuta via via distendendosi dal mottetto o epigramma a forme narrativo-discorsive, fino al racconto in versi Giovanna d’Arco (1990)

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Nazim Hikmet, Il più bello dei mari

Il più bello dei mari
è quello che non navigammo.
Il più bello dei nostri figli
non è ancora cresciuto.
I più belli dei nostri giorni
non li abbiamo ancora vissuti.
E quello
che vorrei dirti di più bello
non te l’ho ancora detto.

 

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Nazim Hikmet (1901-1963) è stato un poeta, drammaturgo e scrittore turco. Fu definito “comunista romantico” o rivoluzionario romantico, è considerato uno dei più importanti poeti turchi dell’epoca moderna. Fu costretto ad espatriare per la sua pubblica denuncia del genocidio armeno (1915-1916). Riparò in Russia, dove studiò psicologia presso l’università di Mosca. Conobbe Lenin, Esenin e Majakovskij. Ritornò in Turchia nel 1928 per aderire al Partito comunista. Fu condannato e rinchiuso in prigione per l’affissione irregolare di manifesti politici Nel 1935 fu amnistiato. Si risposò con una donna che aveva già dei figli e per mantenere la famiglia lavora come rilegatore di libri.  Nel 1938 fu accusato di incitare i marinai alla rivolta; fu condannato a 28 anni e 4 mesi di prigione per le sue attività contro il regime. Ne sconto quasi 12 anni in Anatolia, nel carcere di Bursa, grazie all’intervento di una commissione internazionale composta tra gli altri da Tristan Tzara, Pablo Picasso, Paul Robenson, Pablo Neruda e J. Paul Sartre.

Le sue poesie sono state tradotte in italiano da Joyce Lussu.

Poliziano, la favola di Orfeo

L’Orfeo di Poliziano riprende il mito classico, ispirandosi soprattutto a Ovidio, ma anche alle Georgiche di Virgilio (Libro IV).

poliziano

Il pastore Aristeo, invaghito della ninfa Euridice (moglie di Orfeo), la insegue e ne provoca la morte, giacché ella non si avvede di un serpente. Orfeo si reca all’Ade a scongiurare Plutone per ché gli sia resa la sua compagna: il suo canto è talmente dolce e persuasivo che il dio degli inferi se ne commuove.

O regnator di tutte quelle genti

c’hanno perduto la suprema luce,

al qual discende ciò che gli elementi,

ciò che Natura sotto il ciel produce,

udite la cagion de’ miei lamenti.

Pietoso Amor de’ nostri passi è duce:

non per Cerber legar fo questa via,

ma solamente per la donna mia.

Una serpe tra’fior nascosa e l’erba

mi tolse la mia donna, anzi ‘l mio core,

ond’io meno la vita in pena acerba

né posso più resistere al dolore,

ma se memoria alcuna in voi  si serba

del vostro celebrato antico amore, 

se la vecchia rapina a mente avete,

Euridice mia bella rendete.

(vv. 136-153)

Euridice è restituita alla vita e a Orfeo, ma a condizione che egli non si volga a guardarla finché son saranno giunti sulla terra. Il patto però viene infranto ed Euridice è riassorbita nel mondo dei morti. Il dolore e i lamenti di Orfeo a nulla valgono.

Sulla terra, dove egli maledice il fato e rifiuta ogni altro amore, le Baccanti irate lo dilaniano.

Oh oh, oh oh, morto è lo scellerato.

Eu oè, Bacco! Bacco, io ti ringrazio.

Per tutto il bosco l’abbiamo stracciato

tal ch’ogni sterpo è del suo sangue sazio;

l’abbiamo a membro a membro lacerato

in molti pezzi con crudele strazio:

or vada e biasmi la teda** legittima.

Eu oè*, Bacco, accetta questa vittima.

(vv. 186-193)

* Tipico grido delle Baccanti

** Nozze

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L’Orfeo ha un valore notevole nella storia del teatro, perché rappresenta il sorgere di un diverso tipo di rappresentazioni dopo il lungo dominio degli argomenti sacri. La nuova età rinascimentale si volge al mondo dei miti, esalta le figure dell’antichità; lì trova i suoi eroi, e li atteggia in un’aureola di bellezza.

Orfeo impaziente, sollecitato dal cuore, infrange il patto, come spesso accade agli uomini. Gli dei concedono sì, ma  a condizioni. Ogni cosa è legata al rispetto di una clausola. Ma non solo Orfeo perde il suo amore, viene massacrato dalle Baccanti, adirate dalla promessa di Orfeo di volgere il proprio amore solo ai fanciullo, non potendo amare altra donna. La vendetta delle Baccanti rappresenta il trionfo dell’irrazionalità.

L’opera di Poliziano scritta in un lasso di tempo molto breve subì le censure della Controriforma, per poi conoscere successivamente fortuna e considerazione.

Angelo Poliziano, Candida è ella, e candida la vesta

Candida è ella, e candida la vesta,

ma pur di rose e fior dipinta e d’erba;

lo inanellato crin dall’aurea testa

scende in la fronte umilmente superba.

Ridegli attorno tutta la foresta

e quanto può sue cure disacerba.

 

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Angelo Poliziano nacque nel 1454 a Montepulciano. Tra le sue opere in latino si ricordano le Praelectiones e i Miscellanea. In volgare invece le Stanze per la giostra e l‘Orfeo. 

Per approfondimenti consultare la scheda biografica in Enciclopedia Treccani al seguente link Angelo Poliziano 

Francesco Petrarca, Solo et pensoso i più deserti campi

Solo et pensoso i più deserti campi

vo mesurando a passi tardi et lenti,

et gli occhi porto per fuggire intenti

ove vestigio human l’arena stampi. 

 

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Francesco Petrarca nacque ad Arezzo nel 1304. Le sue opere in latino: l’Africa, il De vita solitaria e il De otio religioso; il Secretum. Le opere in volgare: Trionfi e il Canzoniere.

Per approfondimenti consultare la scheda biografica in Enciclopedia Treccani al seguente link Francesco Petrarca 

Guido Guinizzelli, Io voglio del ver la mia donna laudare

Io voglio del ver la mia donna laudare

ed asembrarli la rosa e il giglio;

più che stella diana splende e pare,

e ciò ch’è lassù bello a lei somiglio.

 

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Guido Guinizzelli nacque a Bologna tra il 1230 e il 1240. La sua produzione poetica è costituita da alcune canzoni e da una quindicina di sonetti.

Per approfondimenti consultare la scheda biografica in Enciclopedia Treccani al seguente link Guido Guinizzelli 

Jacopo da Lentini, Amor è un desio che ven da core

Amor è un desio che ven da core

per abbondanza di gran piacimento;

e li occhi in prima generan l’amore

e lo core li dà nutrimento.

 

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Jacopo, o Giacomo, nacque a Lentini, in Sicilia, intorno al 1210. Dante lo considerava l’iniziatore della Scuola siciliana di cui appare il più significativo rappresentante. A lui si attribuisce il merito di aver inventato la forma metrica del sonetto.

Per approfondimenti consultare la scheda biografica in Enciclopedia Treccani al seguente link  Giacomo (Jacopo) da Lentini

Paul Verlaine, Arte poetica

Musica prima di ogni altra cosa,

e perciò preferisci il verso Dispari

più vago e più solubile nell’aria

senza nulla che pesi o posi.

 

Bisogna pure che le parole

tu le scelga non senza qualche equivoco:

nulla è meglio del canto ambiguo, dove

l’Indeciso al Preciso si sposa.

 

Sono i begli occhi da dietro un velo,

la gran luce che trema a mezzogiorno,

è, per un tiepido cielo d’autunno,

la farragine azzurra delle stelle!

 

La Sfumatura è ciò che ci vuole,

non il Colore, soltanto l’alone!

Oh, fidanzi la sfumatura sola

il sogno al sogno, il flauto al corno!

 

Fuggi l’Arguzia che assassina,

lo Spirito tagliente e il Riso impuro

per cui piangono gli occhi dell’Azzurro,

tutto aglio bi bassa cucina!

 

Strangola l’eloquenza, e sull’aire

di questa energia, fa attenzione

che la Rima abbia un po’ di discrezione,

altrimenti, dove andrà a finire?

 

O chi dirà i torti della Rima!

Quale fanciullo sordo o negro folle

ci forgiò questo gioiello da un soldo

vacuo e falso sotto la lima?

 

Musica e sempre musica ancora!

Sia il tuo verso la cosa che dilegua

e senti che con anima irrequieta

fugge verso altri cieli, altri amori.

 

Sia il tuo verso la buona avventura

sparsa al vento frizzante del mattino

che porta odori di menta e di timo…

E tutto il resto è letteratura.

 

 

(Poesie, trad. it. di L. Frezza, Rizzoli, Milano, 1974)

 

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Verlaine già dai primi versi esprime la convinzione che la poesia deve essere prima di ogni altra cosa musica. Il conseguimento della musicalità è dato dai versi dispari che, con il loro ritmo irregolare e mosso, sono privi di artifici retorici e di convenzioni letterarie.

La parola deve suggerire, avere una particolare forza allusiva, in linea con i canoni della poesia simbolista che deve produrre suggestioni più che descrizioni, fatta di impalpabili realtà. L’atmosfera dell’irrealtà deve espandersi con le sfumature dei colori. La poesia deve ripudiare l’espressione concettuosa (L’Arguzia) e ogni forma di tecnica retorica e superata, e ancora bandire dai versi l’eloquenza, cioè il bello scrivere codificato dalla tradizione letteraria, vecchio e logoro strumento della poesia.

Il titolo della poesia di Verlaine prefigura un vero e proprio manifesto poetico e come tale è importante per comprendere la poesia non solo di Verlaine, ma più in generale della poesia simbolista in contrasto con la poesia classica.

Trilussa, La cecala d’oggi

Una Cecala, che pijava er fresco
all’ombra der grispigno e de l’ortica,
pe’ da’ la cojonella a ‘na Formica
cantò ‘sto ritornello romanesco:
– Fiore de pane,
io me la godo, canto e sto benone,
e invece tu fatichi come un cane.
– Eh! da qui ar bel vedé ce corre poco:
– rispose la Formica –
nun t’hai da crede mica
ch’er sole scotti sempre come er foco!
Amomenti verrà la tramontana:
commare, stacce attenta… –
Quanno venne l’inverno
la Formica se chiuse ne la tana.
ma, ner sentì che la Cecala amica
seguitava a cantà tutta contenta,
uscì fòra e je disse: – ancora canti?
ancora nu’ la pianti?
– Io? – fece la Cecala – manco a dillo:
quer che facevo prima faccio adesso;
mó ciò l’amante: me mantiè quer Grillo
che ‘sto giugno me stava sempre appresso.
Che dichi? l’onestà? Quanto sei cicia!
M’aricordo mi’ nonna che diceva:
Chi lavora cià appena una camicia,
e sai chi ce n’ha due? Chi se la leva.

 

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Carlo Albero Salustri, più conosciuto con lo pseudonimo di Trilussa – anagramma del cognome – 1871-1950), è stato un poeta, noto per le sue composizioni in dialetto romanesco. 

Borges, Se potessi vivere di nuovo la mia vita

Se potessi vivere di nuovo la mia vita.
Nella prossima cercherei di commettere più errori.
Non cercherei di essere così perfetto, mi rilasserei di più.
Sarei più sciocco di quanto non lo sia già stato,
di fatto prenderei ben poche cose sul serio.
Sarei meno igienico.

 

(J.L. Borges, Se potessi vivere di nuovo la mia vita, vv. 1-6)

 

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Jorge Francisco Isidoro Luis Borges Acevedo, noto come Jorge Luis Borges (Buenos Aires, 24 agosto 1899 – Ginevra, 14 giugno 1986), è stato uno scrittore, poeta, saggista, traduttore e docente universitario argentino.

 

 

Coleridge, aforismi

Nessun uomo è mai stato un grande poeta, senza essere stato allo stesso tempo un grande filosofo.

 

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I cigni cantano prima di morire; non sarebbe un brutto affare se certa gente morisse prima di cantare.

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Chi si vanta di aver conquistato una moltitudine di amici non ne ha mai avuto uno.

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I critici sono di solito persone che avrebbero voluto essere poeti, storici, biografi, hanno messo alla prova il loro talento, e non hanno avuto successo.

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Samuel Taylor Coleridge (1722-1834) è stato un poeta, critico letterario e filosofo inglese. Viene considerato insieme all’amico e poeta William Wordsworth tra i fondatori del Romanticismo inglese.