Felicità

Che fai? contempli e vai!

In quell’immenso ti affretti, infermo

Il tuo corso è scalzo

senza posa e solennità.

Pari o dispari?

Boh? Quale convenienza s’addice

alla sorte che d’immagine è vernice?

Chi è in appendice al pari

è poi eccedenza al dispari.

Giusto sarebbe non saper contare

per decidere di campare,

giacché il dubbio confessa la sorte

ad ogni buon conto di morte.

Pari o dispari non ci conviene

meglio il nulla che li contiene.

 

Ingenuità

Vivere vorrei dentro la mia età, così

come è, in nessun modo surrogata,

per un privilegio di singolare originalità:

ingenuo desiderio di sentire la vita.

 

 

Pensate forse di non andare via?

Ce ne andiamo, finalmente,

e non sappiamo cosa dirvi

vorremmo ma non possiamo

voi con il dolore, noi con l’ultima fatica

non crucciatevi, sapeste come stiamo

capireste.

Non crucciatevi dei giorni:

vanno e vengono, vi sfiorano

soltanto per un momento

e credete d’essere vincitori.

 

Ce ne siamo andati ubbidendo,

tacere dobbiamo per obbligo,

rivelare non dobbiamo.

Pende un sogno da capo a fondo

Eccomi in un ritardo di gente:

di giorno non posso uscire,

non c’è nessun Dio che mi raccolga.

Dinanzi alla catastrofe del tempo

in argumentium e silentio

sia lode del fiorir morte.

 

Aprile

Solo ieri è arrivato con un carico di sole

e già morde pioggia.

Del calendario è il più bizzarro,

mese della miseria di sole,

non si prodiga all’affare.

S’annuncia felice ma

muore nel suo destino di paglia.

 

 

Il poeta del caffè

Il bello ritornava nelle note di una canzone

che dei giorni andati era sussulto di giovinezza

così nel rituale di un solito e nero caffè

un poeta forestiero che pareva nomade

vendeva per quattro soldi versi d’amore

agli astanti stupidi e noiosi

che ridevano e rastrellavano versi.

 

 

 

 

Tanto poi cosa succederà?

Eri méntore

e del tuo frinire

mi allietasti in percorsi di autunno

e fu un fiorire di ciclamini,

ora è sequela di aneliti

per un calco di disubbidienza

 

(Il passo della notte, Lupo editore, 2012)

Vorrei morire

Vorrei morire con il profumo degli aranci, di giorno,
possibilmente senza nubi con un sole mite. Con la
gente per strada a far finta di niente. Fumando l’ultima
chesterfield. Col gel sui capelli, rasato e profumato. Con le
mani nelle mani di colei che ha voluto amarmi. Bevendo
l’ultimo caffè. Sorridendo al mio avanzare nella staticità di
un inizio eterno.

(Elio Ria, Il passo della notte, Lupo Editore, Copertino 2012, IX, p. 41)