Il cuore indocile della Strega

La sua mania di vivere fra fumi già è voce – spartito, [i libri corrosi dal tempo nella nevrosi asfittica  della città non hanno copertine], fanno festa grande i bambini in tribunale con Pinocchio, ma Babbo Natale si ubriaca.

Ah, non si respira più, i magi non trovano il deserto: dov’è il Bene? Ridono e si spacciano in versi di cornacchie. Nuda sulla pianta invece prendeva la luna la Strega [la memoria è nevrosi di moda].

Vincenzo urla: Arrivano? Chi? Ma chi sono? Boh? Piove luce rapida, suscita colori di arcobaleno onorario, dunque è la Voce? Boh? L’udienza è già bell’è pronta. Ah, sì, veramente? Eh, vedrai, vedrai!

Sghignazzano i figli di Eva, e lei con il seno nutre i miseri, annunzia il cielo e prepara la terra,resiste alle lusinghe infide. Il valium in vena, le mani congiunte sussurra: Scenda su di voi lo Spirito. Arrivano i gendarmi, la Strega stramazza con lacrime di sangue. Ah, la memoria? Si! Vincenzo: Siano i suoi lamenti giubilo. Tutti: Evviva, la Strega è morta! Arrivano finalmente i magi. I pastori si riprendono le pecore.

 

Gatto

Te ne vai nella quiete di questo mondo con passo felpato, ti fermi e guardi, va bene la colonna di pietra, appena addobbata di gelsomino, ti stendi socchiudi gli occhi per un pisolino, appena disturbato dalle solite cicale che non smettono, e  a tutto fiato stonano note di estate, apri gli occhi quando l’ape ti ronza addosso, o la mosca ti cerca per posarsi sul tuo pelo, sei sempre tu, da anni a gironzare da padrone in questa piazza santa, senza mai porti il problema che sei nero, troppo nero, ridi sornione della stupidità di alcuni.

Ma tu sei gatto e gatto continui a essere gatto, sempre lo stesso gatto, da quando ti ho visto per la prima volta,  mi ricordo della tua antipatia, poi ti sei affezionato al mio strano modo d’esserti amico.

Arricci i tuo baffi felini alla vista del cane, ti prende il raffreddore, ma sei abile a sbarazzartene in un baleno, poi di nuovo vai via per strade e vicoli del paese fra gli odori di umido e di gazzosa dei bar della piazza, e pensi che gli uomini sono noiosi, ma anche le donne, come quella che vedi ogni giorno con il cappellino rosa, e che dire del postino cretino, e del prete carino, tu non hai il fardello della croce, sei morbido come il letto della regina sputi beffe e semini anime dei morti, non vai mai via per ripicca, ti lascio andare per strombazzare la tua insolenza, un giorno mi caccerai, e come coda di pavone spiegherai in un cielo rugoso le tue rime spezzate alla luna, che seppure non comprendi cosa sia, ti senti di amarla, e rimesterai per lei la tua zuppa di pesce.

Non è mai stato facile per me sentirmi grande

Non è mai stato facile per me sentirmi grande; è bella questa donna che ogni notte mi è vicina.

Dovessi chiudere l’anima mia a ogni barlume di felicità, tutti i miei momenti assomiglierebbero al sorriso di questa stagione d’estate, che mi soffoca e mi desidera ardentemente. È bella questa donna che ogni notte mi è vicina; e mi consola l’ultimo raggio di sole che trattiene tempo nel suo ultimo saluto alla sera.

Non è mai stato facile per me sentirmi grande, neanche quando il cuore prepotente in eterna lotta mi ha escluso da ogni sogno.

Sono cieco in un branco di ciechi che s’incontrano e si trascinano dietro la inesorabile fatalità. L’umana prudenza potrebbe rompere questa catena invisibile d’infiniti minimi.

Non è mai stato facile per me sentirmi grande. Dell’avvenire sono ombra:  tremo al male che mi farò, un’ultima speranza non ha adunanza e non mi è dato passeggiare, immobile, immobile.

Dio è in missione

C’è chi non ha casa adesso; non l’avrà più;

osserva albe mute e disfatte.

Nel giallo dei pomeriggi di giugno digiuna mezzogiorni

ancor quando il giorno fa pieno di lampi, tarda è la sera.

 

L’arsura depone le braccia alle ombre dei pini barbuti e maturi,

incerto è il tornare sui lunghi fogli di una volta a scrivere, e il

frutto della pazienza è nel campo che pare dimenticato.

Il sole in alto spreme speranze, singhiozza il cielo

– un torbido rumore non si è trattenuto, paurosamente volge!

dio è in missione, ancora!

Diversione

Vuoi scivolarmi addosso

nonostante opponga

in bilico

un respiro arruffato.

Vienimi ora

in questo bisbiglio

di verso tornito

che mi duole.

 

Bagnami pure

lacrima impenitente.

Destino

Finché il travaglio è meraviglia,

non è certo un abbaglio

la vita nelle minuscole cose

che s’intrecciano a somma di destino.

 

 

Lascia che la storia sia narrata così come piace a noi.

Quelli come noi si spacciavano in autostrade di perdizioni.

Tu, nuda cantavi al sole

fintantoché la luna si apprestava alla notte dimidiata.

Prendevi vita nella città desolata;  e indifferente agli intrighi

non  soffocavi nei sorrisi di seta e di pizzi; non eri intrigo come loro.

Non dispensavi bugie alla sorte per ritardare conclusioni

e del “come stai” sentivi il peso della morte che aggiunge imminenze.

Quale capolavoro t’inventerai per essere ancora principio?

La tua mania di vivere non era di organza e merletti.

Adesso circolano le tue memorie infiocchettate di strani eventi

e non puoi farci nulla per gli attori in costume che si avvicendano sul palco.

Magari sorridi pensando s’essere stata donna per davvero.

Felicità

Che fai? contempli e vai!

In quell’immenso ti affretti, infermo

Il tuo corso è scalzo

senza posa e solennità.

Pari o dispari?

Boh? Quale convenienza s’addice

alla sorte che d’immagine è vernice?

Chi è in appendice al pari

è poi eccedenza al dispari.

Giusto sarebbe non saper contare

per decidere di campare,

giacché il dubbio confessa la sorte

ad ogni buon conto di morte.

Pari o dispari non ci conviene

meglio il nulla che li contiene.