Libri fin troppo insipidi

Editori come fornai che sfornano pane di lettere in abbondanza, eludendo spesso e volentieri la qualità del testo. Il quadro è chiaro, intorno al libro gira una cortina di fumo: balletti di presentazioni di libri, televisione, interviste, recensioni compiacenti, inchini, festival della lettura, premi, concorsi, fiere, città del libro, sagre della paparina e delle frisselle  prese a pretesto per immolare nella banalità il libro. In Italia sono più coloro che scrivono che quelli che leggono. Strano, vero? Eppure la realtà non inganna, nel dorato mondo dei libri passa di tutto, dai libri di cucina, al romanzetto sentimentale dell’adolescente, alle sillogi di poesie orrende, al romanzo poliziesco, al racconto dello zio d’America. Il libro è la passerella della vanità per scrittori emergenti e per quelli affermati. Tra l’altro pubblicare un libro è facile e non richiede nessun impegno: basta pagare l’editore, o almeno quelli che pretendono il cosiddetto “contributo” per le spese di stampa.   Ma che mondo è quello dei libri rovesciati sulle bancarelle e negli scaffali delle librerie, quando l’interesse per la lettura è minimo e interessa soltanto a pochi sfigati? I libri immessi sul mercato sono pieni di refusi, di traduzioni malfatte, di sciatterie. Gli editori arraffano tutto, stampano, pubblicano e reclamizzano prodotti di pessima qualità. Il lettore ha il diritto di pretendere dall’editore serietà per il libro, che non deve essere commisurato al budget per fare cassa, rovesciando sui lettori tonnellate di banalità librarie, salvo rare eccezioni che provano a resistere.

Le novità librarie nella maggior parte dei casi sono la festa dell’asino che si conclude con sorrisi, strette di mano, abbracci e qualche copia del libro venduta. Senza dubbio in questo Paese manca un vero progetto culturale alternativo da opporre alla sistemica e patologica devastazione della lettura.

È necessario affinare la missione di divulgazione di opere magistrali che per il loro valore aggiunto sono capaci di sollecitare la lettura e interagire con il pensiero, sviluppando riflessione in una direzione originale, contribuendo ancora a nuove forme di relazione con i classici, germogliando un frutto succoso di sapere e di conoscenza.

Il libro sia una cosa seria nell’idea dello scrittore, ma soprattutto sia approfondimento che s’incarna nella parola e nel linguaggio. Sia strumento e attrezzo di lavoro per il lettore che intende accedere al pensiero e al mondo delle parole in una tensione continua con l’esigenza di arricchimento dello spirito. Al bando dunque le illusorie speranze del libro costruito sul niente e sulla vanità dell’autore.

 

 

[Pubblicato in  in LeccePrima, 10 novembre 2013, (Articolo), Leggi]

 

Cioran, L’impudicizia poetica

Chi non ha mai frequentato i poeti ignora che cosa siano la irresponsabilità e la sciatteria mentale. Ogni volta che si sta con loro, si prova la sensazione che tutto sia lecito. Poiché non hanno da render conto a nessuno (se non a se stessi), non vanno – né vogliono andare – da nessuna parte. Capirli è una grande maledizione, perché ci insegnano a non aver più niente da perdere.

Rivolgendosi a qualcuno, cioè Dio, i santi limitano fatalmente il loro genio poetico. L’indefinito della poesia è fatto per l’appuntamento di brividi sacri senza Dio. Se i santi avessero saputo quanto avrebbe perso il loro lirismo a causa dell’intrusione della Divinità, avrebbero rinunciato alla santità e sarebbero diventati dei poeti. La santità conosce soltanto la libertà in Dio. Ma i mortali non si lasciano possedere che dall’impudicizia poetica.

(E.M. Cioran, Lacrime e Santi, Adelphi, 2009, pp. 38-39)

Il passo della notte

«La notte mesce il vino della poesia»: inebriante e carezzevole.
Privilegiato luogo della poesia, essa si lascia interrogare dai poeti, apre con loro un colloquio, ne accoglie ansie e trasalimenti, accorda il suo al loro canto. L’intesa tra i poeti e la notte è profonda esaltante. Anche nello svelare gli inganni della vita e della società in cui siamo immersi.» (Luigi Scorrano)

 

 

Altri versi

L’opera è suddivisa in sei sezioni: La perversione del dubbio – Nel silenzio del dolore – Dio, gli uomini, i sacerdoti e il male – La magia di un Sud persa nella credenza – Versi diversi – Il Tempo. I testi evidenziano l’attrazione che il poeta prova verso contenuti metafisici e la sua propensione alla problematizzazione del reale alla ricerca filosofica.

info elioria@tin.it

Schopenhauer, Il ritmo e la rima

Della potenza meravigliosa del loro effetto (si riferisce al ritmo e alla rima) io non so darmi altra spiegazione se non questa: che la nostra facoltà di rappresentazione, essenzialmente legata al tempo, acquista con il loro aiuto un’intonazione speciale, che ci spinge a seguire interiormente ogni uomo che si ripete a intervalli regolari, e ci fa quasi vibrare all’unisono con quello. In tal modo il ritmo e la rima tengono incatenata l’attenzione, perché ascoltiamo la recitazione con maggior piacere; fanno inoltre sorgere in noi una disposizione cieca, anteriore ad ogni giudizio, di acquiescenza alla cosa che si recita; il che le conferisce una certa potenza enfatica e persuasiva, indipendentemente da ogni ragionamento. 

(A. Schopenhauer, Il mondo come volontà e rappresentazione (1859), trad. it. Mursia, Milano, 1969, p. 285)

Tra i grandi…

La preoccupazione del poeta non è di piacere al lettore e carpirne la sua attenzione o benevolenza, piuttosto vedere attratto il lettore dal linguaggio affascinante della poesia che non vuole essere soltanto verità o dimensione visuale inoppugnabile del poeta, ma una traduzione della realtà purificata dai suoi stessi preconcetti. 

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Poesia, Ragazza mia

 

 

 

Il libro arricchito da citazioni di poeti, filosofi e scrittori diventa nella lettura un compagno fra le righe della poesia e della prosa, dove il poeta pur raccontandosi ed evidenziando le sue paure, le sue felicità, le sue meraviglie, traccia un sentiero di radicale adesione alla vita, parlando del mestiere di uomo e di quello di poeta.

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Venire al mondo della poesia

I fatti più semplici  sottratti all’approfondimento dimostrerebbero, poi, colpa di negligenza. Un gesto, una parola, un sorriso, sono semplici avventure umane di ogni giorno, di cui non si coglie l’aspetto peculiare della ripetizione e del cerimoniale della vita.

Sopraffatti dalle articolazioni iperboliche del vivere a strappi non si riesce a comprendere il significato delle disattenzioni che si pongono nei confronti di se stessi e degli altri.

Si va per superficie, dimenticando di andare anche per profondità. Si dimenticano e si assottigliano, nel ritmo incalzante dell’agire, le cose conseguenziali al miglioramento della qualità dell’esistenza.

Si disfa la forma della materia che della parola è sostanza nelle nuove residenze della scrittura frivola. La prossimità dello spazio visibile di uno sguardo è lontana: i lineamenti di un paesaggio dell’alfabeto non è misurabile. Quel luogo dove qualcosa potrebbe nascere, da cui qualcosa potrebbe scaturire non si compone nei versi del poeta.

L‘aver luogo dell’atto poetico, soprattutto fra terra e cielo, in una congiunzione di necessaria e indispensabile disarmonia, vorrebbe una geografia della poesia, un altrove d’invenzione di parole: distanza approssimativa della poesia e del luogo che precede l’immaginazione per conseguire un oltre. 

L‘oltre è mondo che raccoglie la prima stesura dell opera, la ritrae senza ombre, con luce. Istigatore della vena, suscita sussulto nel poeta, è mezzo che conduce alla visibilità del venire in poesia in nuova geografia della parola che del suo luogo prescelto è rivelazione di qualche verità messa allo scoperto in un suo apparire di fulminea ispirazione.

Émile Cioran. Qualcosa sulla follia.

“A ciascuno la sua follia: la mia è stata di credermi normale, pericolosamente normale. E poiché gli altri mi parevano folli, ho finito per aver paura, paura di loro e, più ancora, paura di me stesso “

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Émile Cioran (1911-1995)  è stato un filosofo, scrittore e saggista rumeno. In ambito filosofico non appartiene a nessuna corrente di pensiero. Il suo stile è fin troppo diretto, caustico, emotivo. Scrive non per pubblicare le sue opere, bensì per alleviare la propria sofferenza, causata da un’insonnia costante che lo conduce sull’orlo del suicidio.

Esopo, Il corvo e la volpe

Un corvo, dopo aver rubato un pezzo di formaggio da una finestra, si appollaiò sulla cima di un albero con il formaggio in bocca. Una volpe lo vide e, desiderosa d’impadronirsi del formaggio, gli disse. <Oh corvo, come splendono le tue penne! Sei proprio bello ed elegante. Certo se la tua voce è pari allo splendore delle tue penne, tu sei davvero il più bello degli uccelli>.

E quello stupido, toccato nella sua vanità, aprì il becco per cantare e lasciò cadere il formaggio che l’astuta volpe afferrò felice.

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Esopo visse in Grecia tra il VII e il VI secolo a.C. Era uno schiavo e, secondo la tradizione, era zoppo e deforme. Scrisse centinaia di favole, che hanno come protagonisti uomini, animali e piante.