Tra i grandi…

La preoccupazione del poeta non è di piacere al lettore e carpirne la sua attenzione o benevolenza, piuttosto vedere attratto il lettore dal linguaggio affascinante della poesia che non vuole essere soltanto verità o dimensione visuale inoppugnabile del poeta, ma una traduzione della realtà purificata dai suoi stessi preconcetti. 

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Poesia, Ragazza mia

 

 

 

Il libro arricchito da citazioni di poeti, filosofi e scrittori diventa nella lettura un compagno fra le righe della poesia e della prosa, dove il poeta pur raccontandosi ed evidenziando le sue paure, le sue felicità, le sue meraviglie, traccia un sentiero di radicale adesione alla vita, parlando del mestiere di uomo e di quello di poeta.

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Venire al mondo della poesia

I fatti più semplici  sottratti all’approfondimento dimostrerebbero, poi, colpa di negligenza. Un gesto, una parola, un sorriso, sono semplici avventure umane di ogni giorno, di cui non si coglie l’aspetto peculiare della ripetizione e del cerimoniale della vita.

Sopraffatti dalle articolazioni iperboliche del vivere a strappi non si riesce a comprendere il significato delle disattenzioni che si pongono nei confronti di se stessi e degli altri.

Si va per superficie, dimenticando di andare anche per profondità. Si dimenticano e si assottigliano, nel ritmo incalzante dell’agire, le cose conseguenziali al miglioramento della qualità dell’esistenza.

Si disfa la forma della materia che della parola è sostanza nelle nuove residenze della scrittura frivola. La prossimità dello spazio visibile di uno sguardo è lontana: i lineamenti di un paesaggio dell’alfabeto non è misurabile. Quel luogo dove qualcosa potrebbe nascere, da cui qualcosa potrebbe scaturire non si compone nei versi del poeta.

L‘aver luogo dell’atto poetico, soprattutto fra terra e cielo, in una congiunzione di necessaria e indispensabile disarmonia, vorrebbe una geografia della poesia, un altrove d’invenzione di parole: distanza approssimativa della poesia e del luogo che precede l’immaginazione per conseguire un oltre. 

L‘oltre è mondo che raccoglie la prima stesura dell opera, la ritrae senza ombre, con luce. Istigatore della vena, suscita sussulto nel poeta, è mezzo che conduce alla visibilità del venire in poesia in nuova geografia della parola che del suo luogo prescelto è rivelazione di qualche verità messa allo scoperto in un suo apparire di fulminea ispirazione.

Émile Cioran. Qualcosa sulla follia.

“A ciascuno la sua follia: la mia è stata di credermi normale, pericolosamente normale. E poiché gli altri mi parevano folli, ho finito per aver paura, paura di loro e, più ancora, paura di me stesso “

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Émile Cioran (1911-1995)  è stato un filosofo, scrittore e saggista rumeno. In ambito filosofico non appartiene a nessuna corrente di pensiero. Il suo stile è fin troppo diretto, caustico, emotivo. Scrive non per pubblicare le sue opere, bensì per alleviare la propria sofferenza, causata da un’insonnia costante che lo conduce sull’orlo del suicidio.

Esopo, Il corvo e la volpe

Un corvo, dopo aver rubato un pezzo di formaggio da una finestra, si appollaiò sulla cima di un albero con il formaggio in bocca. Una volpe lo vide e, desiderosa d’impadronirsi del formaggio, gli disse. <Oh corvo, come splendono le tue penne! Sei proprio bello ed elegante. Certo se la tua voce è pari allo splendore delle tue penne, tu sei davvero il più bello degli uccelli>.

E quello stupido, toccato nella sua vanità, aprì il becco per cantare e lasciò cadere il formaggio che l’astuta volpe afferrò felice.

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Esopo visse in Grecia tra il VII e il VI secolo a.C. Era uno schiavo e, secondo la tradizione, era zoppo e deforme. Scrisse centinaia di favole, che hanno come protagonisti uomini, animali e piante.

Platone, La Repubblica

“Quando un popolo, divorato dalla sete della libertà, si trova ad avere a capo dei coppieri che gliene versano quanta ne vuole, fino ad ubriacarlo, accade allora che, se i governanti resistono alle richieste dei sempre più esigenti sudditi, sono dichiarati tiranni.
E avviene pure che chi si dimostra disciplinato nei confronti dei superiori è definito un uomo senza carattere, servo; che il padre impaurito finisce per trattare il figlio come suo pari, e non è più rispettato, che il maestro non osa rimproverare gli scolari e costoro si fanno beffe di lui, che i giovani pretendono gli stessi diritti, la stessa considerazione dei vecchi, e questi per non parer troppo severi, danno ragione ai giovani.
In questo clima di libertà, nel nome della medesima, non vi è più riguardo né rispetto per nessuno. In mezzo a tanta licenza nasce e si sviluppa una mala pianta: la tirannia”.

(Platone – 427/348 a.C. – La Repubblica – libro VIII)

 

platone1

Questo mio Sud

Questo mio Sud

           Soffro dell’inarrestabile scorrere del tempo. Degli infiniti, dei miei infiniti, sono innamorato. In questa mia terra di fuoco, ho l’inferno accanto ogni momento. Assorto nelle mie cose di sempre, monotone, acquasantiere dei desideri, non m’accorgo degli orologi perduti. Ho il fiato corto quando percorro la via dei fichi d’india rossi tra le campagne;  talvolta prenderei a pugni – se potessi –  l’afa ingorda d’umidità. Spunterà il tempo di un’altra spiegazione per questi palazzi morti in lontananze bianche di case arroventate. Questo mio Sud è palude della voluttà, stagno di apparente serenità, un fiore vizzo. Si è inebriato di cemento e catrame. Troppa pizzica aumenta il glucosio, le albe particolari di una volta sono diventate acerbe ipocrisie, le narici si saziano di rumori, il mare è lento e fulvo, la gente impomatata, i cieli ocracei.

            Ho paura di questo mutamento. Resterei volentieri fra i significati cari di un tempo, che mi sembrano ancora buoni. Attendo che il senso si dissolva come le nuvole e ricada come acqua affinché possa riassaporare  un ritorno. Questo Sud mi fa deglutire sogni amari tanto da invocare l’insonnia. L’isteria dell’aria gonfia a tutti i costi è nota ormai anche agli occhi di Dio. È davvero così facile nuocersi che non vi è alcun bisogno d’aiuto. È difficile raccontare. Impensabile farsi ascoltare. Le lamentazioni sono urticanti.

            Questo mio Sud di oleandri smorfiosi, di strade contorte, di carnai di spiagge, di venti superbi, di palazzi signorili, di prigioni delle musiche, di parcheggiatori abusivi, pescatori fraudolenti, non mi piace. Vorrei guardare l’orologio del campanile di un paese per rivedere dolcezze verginali. Vorrei che la gente non fosse compulsiva nel passeggiare indifferenti avanti e indietro, vorrei che le signore fossero ancora signore e i signori vestissero abiti impeccabili.

            Questo mio Sud è come il notabile del paese che ha perso il cappello e le ricchezze e non gli è più permesso di passeggiare. S’inventa allora stranezze pur di raccogliere un simpatico sorriso, ma il volto è vuoto, senza lineamenti né ricordi: vestito già per la bara.

            Questo Sud segue vie strane. S’immagina d’essere donna bella e seducente. Vorrebbe che il giorno iniziasse come primavera, sognando poeti di luna e di mare, inventando giochi come i bambini. Questo Sud dovrebbe togliersi il tanfo del modernismo e ritrovarsi vecchio ma con il sangue forte nelle vene.

(Pubblicato in Il Paese nuovo – Pagine di cronache, culture e riflessione politica, prima pagina, 04 agosto 2013)

Pasticche di felicità

 

 

 

Fra la gente indaffarata e frettolosa inciampo…

Non tutte le azioni di idea hanno un ritmo. Con l’artificio della poesia un parallelismo s’instaura tra me e la gente. Sorrido! Ho pasticche di felicità e di lode per i disadattati, e non posso distogliere i miei spasmi dalle loro maledizioni e neppure volgerli in alto per pregare.

Il compito è di alleggerire l’anima per renderla veloce, veloce, veloce; dolce, dolce, dolce.

Lavorare alle corde dell’impossibile si può, si deve. Far cadere il sole addosso alla gente è miracolo di poesia. Non pioverà.

Gli altari della carità feriscono il cuore con ferocia. Il sangue degli eroi non lievita, svanisce nelle viscere dell’oblio con ritmo incalzante e convulso. Parlare alle capre che belano e si saziano d’erba fresca mattutina non si ricava nulla, nonostante sia un fatto naturale, quasi di moda.

È tempo di poesia in un contesto di semplice chiarezza di umiltà con valori universali ed eterni, senza sopraffare la verità, ma con piena adesione alla realtà.

Poesia, ragazza mia è il mio libro per la gente, scritto per coloro che vogliono sorridere alla vita e non si arrendono, ma combattono come Achille e non chiedono suppliche, non ingannano, amano e vivono.

Ma è ormai venuta l’ora di andare. Io a morire, e voi, invece a vivere. Ma chi di noi vada verso ciò che è meglio, è oscuro a tutti, tranne che al dio (Il Socrate di Platone rivolto ai giudici: Apologia, 42a).

Il poeta non è l’essere ozioso

    Dante, nel canto XXI del Purgatorio, al v. 85, dice che quello di poeta è il nome «che più dura e più onora»; è, in termini molto accessibili, il titolo che dura meglio nel tempo e che procura  onore a chi se lo è guadagnato sul campo, essendosi dedicato a raggiungere l’eccellenza nella poesia. Viene attribuita, così, alla poesia la responsabilità di promuovere chi fedelmente la serve, chi la onora, a sua volta, esercitandola con rispetto e devozione.

   Il poeta non è l’essere ozioso che il sempre facile giudizio di chi osserva superficialmente vede come un perditempo, uno che – perduto in un suo mondo fantastico – perde ogni contatto con la realtà e volontariamente vi rinuncia e perciò non esercita nessuna azione positiva in seno alla società.

   Michelangelo, che oltre ad essere pittore scultore architetto era anche poeta, in un sonetto che gli ha dedicato chiama Dante «lucente stella» che con la sua luce rischiara il cammino umano e si fa portatore di verità.

   Dante, Michelangelo non erano poeti interessati a lodarsi o a lodare l’opera altrui per essere lodati a loro volta. Per loro poesia e verità coincidevano. Ai poeti si attribuiva la sapienza e anche la capacità di toccare gli affetti più segreti, quelli che risvegliavano negli uomini il desiderio di azioni grandi e significative a cui tutti avrebbero guardato.

   Al poeta, gli uomini chiedono di essere portatore di verità ed illuminatore della coscienza nel suo operare a favore del singolo o della collettività. Se il poeta è portatore di verità, la sua azione di trasmettitore della verità attiva un processo di riconsiderazione della realtà, di rimodulazione delle proprie azioni per ognuno che ne accolga il messaggio. Un poeta più vicino al nostro tempo, Salvatore Quasimodo, rilevava che ai poeti gli uomini chiedono la verità e la vita. E si domandava: gli uomini muovono queste richieste «perché non sanno nulla della vita e della verità, o perché si vogliono confrontare e sapere se quella che vivono è vita, se quella in cui credono è verità?»

(Luigi Scorrano)

Il tema della notte nella letteratura europea

Dante (Inferno, canto II, vv. 1-6)

 

Lo giorno se ne andava, e l’àere bruno

toglieva li animai che sono in terra

da le fatiche loro; e io sol uno

m’apparecchiava a sostener la guerra

sì del cammino e sì de la pietate,

che  ritrarrà la mente che non erra

 

Non c’è la descrizione di un notturno. C’è il rapido accenno all’àere bruno del crepuscolo, con il rinnovato motivo del contrasto fra la quiete e la fatica del singolo.

Nel passo dantesco è accentuato il carattere autobiografico (io sol uno) collocato in posizione rilevante a chiusura della terzina; il poeta si accinge (m’apparecchiava) a una dura fatica così come gli esseri viventi si accingono al riposo.


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Torquato Tasso (Gerusalemme liberata, canto II, 96)

 

Era la notte allor ch’alto riposo
Han l’onde e i venti, e parea muto il mondo,
Gli animai lassi, e quei che ’l mare ondoso,
de’ liquidi laghi alberga il fondo,
E chi si giace in tana, o in mandra ascoso,
E i pinti augelli nell’oblio giocondo
Sotto il silenzio de’ secreti orrori
Sopían gli affanni, e raddolciano i cori.

 

Esplosione di silenzio, tregua, sonno, riposo.

 

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Goethe (Canto notturno del viandante)

 

 Sopra tutte le vette

è pace,

tra le cime degli alberi

senti tu

appena un alito.

Gli uccellini tacciono nel bosco.

Attendi ora. Presto

avrai pace anche tu.

 

È una scena affascinante: possiamo facilmente immaginare un viandante seduto all’aperto in una notte di primavera, al chiaro di luna. La natura attorno è un mare calmo di pace e tutto pare tacere, tutto è in riposo. La genialità di Goethe sta nel far corrispondere al tranquillo paesaggio esterno una quiete interiore all’animo del viandante.

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  Vincenzo Monti (Pensieri d’amore, 8)

 

Alta è la notte, ed in profonda calma

Dorme il mondo sepolto, e in un con esso

Par la procella del mio cor sopita

 

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Ugo Foscolo (dal sonetto La sera)

 

della fata quiete tu sei l’imago

 

La quiete serale è immagine, prefigurazione della morte

 


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 Gabriele D’Annunzio (O falce di luna calante)

 

O falce di luna calante
che brilli su l’acque deserte,
o falce d’argento, qual mèsse di sogni
ondeggia al tuo mite chiarore qua giù!

Aneliti brevi di foglie,
sospiri di fiori dal bosco
esalano al mare: non canto non grido
non suono pe ’l vasto silenzio va.

Oppresso d’amor, di piacere,
il popol de’ vivi s’addorme…
O falce calante, qual mèsse di sogni
ondeggia al tuo mite chiarore qua giù!

Gli elementi naturali sono quelli consueti del notturno classico (luna, mare deserto, aneliti di vento, silenzio, profondo sonno).

 


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 Salvatore Quasimodo (Ed è subito sera)

 

 Ognuno sta solo sul cuor della terra

trafitto da un raggio di sole:

ed è subito sera.

 

Il tema della solitudine dell’uomo e della precarietà della sua esistenza in questa lirica di Quasimodo  è espresso nella essenzialità poetica tanto da diventare  un modello- limite  di fare poesia. La lirica condensa, in tre versi liberi di varia misura, la concezione della vita e delinea tre condizioni esistenziali dell’uomo: nel primo verso l’uomo è solo con se stesso; nel secondo si allude alla precarietà della vita in segmenti di dolore e speranza; nel terzo l’inevitabilità della morte che improvvisa e fulminea colpisce ogni illusione… ed è subito sera.

 

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Novalis

 

Il poeta tedesco nei suoi Inni alla notte, scritti fra il 1797 e 1798 (pubblicati nel 1800), rende materia poetica il contrasto fra la vita terrena e diurna, con tutti i suoi valori apparenti e la realtà vera che la notte rivela.

Nel primo dei sei inni, dice proprio del sopraggiungere della notte astronomica come momento in cui il poeta sperimenta quelle vibrazioni interiori che gli permettono di immergersi nell’essere e conoscere l’ineffabile.

 Dopo una parte iniziale in cui è celebrata la luce del giorno vivificatrice degli esseri, il poeta passa a considerare la notte costruendo un’antitesi fra luce e tenebra.

 

Da lei mi distolgo e mi volgo

Verso la sacra, ineffabile

misteriosa notte.

Lontano giace il mondo –

perso in un abisso profondo –

la sua dimora è squallida e deserta.

Malinconia profonda

fa vibrare le corde del mio petto.

Lontananze della memoria,

desideri di gioventù,

sogni dell’infanzia,

brevi gioie e vane speranze

di tutta la lunga vita

vengono in vesti grigie,

come nebbie della sera

quando il sole è tramontato. 

 

L’immersione nel mondo notturno è per il poeta il modo per allontanare il quotidiano, il diurno, il mondo dell’apparenza dilatando la prospettiva in cui la mente spazia senza tempo. L’allentarsi del livello della coscienza è favorito da uno dei doni della notte, l’oppio ricavato dai papaveri:

 

Da noi ricevi anche tu godimento,

o tenebrosa notte?

Quale cosa tu porti

sotto il tuo manto,

che gagliarda e non vista

all’anima mi giunge?

Delizioso balsamo

dalla tua mano stilla,

dal mazzo di papaveri. 

 

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 Giacomo Leopardi

 

Anche Leopardi, pur partendo da presupposti diversi, esprime bene i motivi di tale effetto poetico in due passi dello Zibaldone:

 

il poetico in uno o in altro modo, si trova sempre consistere nel lontano, nell’indefinito, nel vago…le parole notte, notturno ecc. le descrizioni della notte ecc. sono poeticissime, poiché la notte confondendo gli oggetti, l’animo non ne concepisce che un’immagine vaga, indistinta, incompleta, sia di essa che di quanto ella contiene. Così oscurità profondo ecc.» e ancora dopo aver analizzato il suono e i suoi effetti riguardo all’idea di infinito dice: «…udendo tali canti o suoni per la strada, massime di notte, si è più disposti a questi effetti, perché né l’udito né gli altri sensi non arrivano a determinare né circoscrivere la sensazione e le sue concomitanze…vedi in questo proposito Virgilio, Eneide VII v. 8 e segg. La notte o l’immagine della notte è la più propria ad aiutare o anche a cagionare detti effetti del suono. Virgilio da maestro l’ha adoperata. (Zibaldone, 1929-30, 16 ottobre 1821)

 

 

La sera del dì di festa è il componimento maggiormente collegato e più in generale al fascino che il notturno ha esercitato su Leopardi. L’incipit riprende un passo dell’Iliade(VIII 555-59) che Leopardi conosceva bene :

 

Dolce e chiara è la notte e senza vento,

e queta sovra i tetti e in mezzo agli orti

posa la luna, e di lontan rivela

serena ogni montagna.

 

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Dino Campana

 

Dalla metà del Settecento il notturno si lega anche al tema della morte e tale accostamento è accompagnato dai motivi tipici della meditazione sulla tomba: il mistero dell’oltretomba e la caducità della vita. La poesia sepolcrale di gusto romantico svilupperà ampiamente questi temi. Si crea nello stesso periodo il topos del poeta che nel suo vagare pensoso è accompagnato solo dalla notte .

Nella poesia Il canto della tenebra di Dino Campana, pubblicata nella raccolta Canti orfici nel 1914, un paesaggio notturno fa da sfondo a immagini tradizionalmente legate alla notte: la dolcezza delle tenebre, il fascino della morte, l’evocazione di un amore perduto, il rumore dello scorrere di acque e il movimento del vento. Queste immagini però sono presentate dal poeta in ordine sparso e alogico, in un testo tutto gremito di iterazioni secondo un modo di far poesia moderno, in continuazione col gran simbolismo francese:

La luce del crepuscolo si attenua:

inquieti spiriti sia dolce la tenebra

al cuore che non ama più!

Sorgenti sorgenti abbiam da ascoltare,

sorgenti, sorgenti che sanno

sorgenti che sanno che spiriti stanno

che spiriti stanno a ascoltare…

Ascolta: la luce del crepuscolo attenua

ed agli inquieti spiriti è dolce la tenebra:

ascolta: ti ha vinto la sorte:

ma per i cuori leggeri un’altra vita è alle porte:

non c’è di dolcezza che possa uguagliare la morte

più più più

intendi chi ancora ti culla:

intendi la dolce fanciulla

che dice all’orecchio: Più Più. 

 

Se non è l’inferno è un rogo allora…

Che la poesia sia dappertutto è incontestabile. Eppure quando il mondo non la rifiuta, la ignora perché è cosa troppo seria o noiosa, roba per svitati. […] La poesia deve fare di necessità virtù per resistere.

(Elio Ria, Poesia ragazza mia, Lettere animate Editore, 2013, pagg. 15-16)

Un po’ di poesia, briciole di letteratura, di romanzo di vita, di gioie, di riflessioni. Un libro per condividere il piacere della poesia.

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La poesia è risposta a se stessa

Poesia, ragazza mia, un libro, un titolo, una semplice ingenua voce di un poeta inconsolabile che dai pastori Kirghisi ha imparato a guardare la luna e le sue cose di cielo. L’ansia di conoscenza ben si adatta alla quiete notturna e le domande si levano nella notte da un deserto all’altro per descrivere la semplice realtà. Il poeta si rivolge alla musa per comprendere le sorti dell’uomo e quella forza misteriosa che regge l’universo; constata e contesta la sua assoluta ignoranza. Richiama le citazioni dei Grandi, non per arricchimento dei testi suoi, piuttosto per un rimando ad un approfondimento.

Il pastore invidia il suo gregge non solo perché soffre pochi dolori, ma soprattutto perché non ne prolungano la durata con il ricordo e non conoscano la noia. Il poeta invece ha sempre un ricordo che esplode nella sua breve esistenza, ne apprezza la luminosità illusoria, consuma la mente nella condizione di essere vittima di un fastidio che non tende al riposo, anzi è in costante turbolenza di rimaneggiare l’esistenza della memoria. L’uomo è l’unico essere vivente che piange e il suo dolore rimane nelle vene, scorre per comunicare espressioni di emozioni.

La poesia è un dolore puntorio preciso come un orologio del tempo che non ha punti cardinali, che gravita come forza centripeta nell’infinito dell’insoddisfazione. Non è solo noia. È qualcosa di più. Non è solo insofferenza o fastidio. Vi è il problema di essere ascoltati in una piccola parte di mondo: insignificante nella sua divisibilità, ma drammaticamente essenziale nell’appartenenza ai luoghi dell’universo. L’ultima pagina di un libro è sempre esaltante come la fine della vita. Ricordare un verso è un esercizio del cuore. La poesia è risposta a se stessa, senza inganni, né trucchi, con le buone maniere della lingua.

Poesia, ragazza mia è anche un tentativo di promuovere la poesia, senza pretese, senza alcunché di zelo, semplicemente per ricordare, sì, ricordare che c’è qualcosa di poetico in noi, in mezzo all’effimero e alla reiterata disattenzione dell’uomo.

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Scheda del libro e recensioni 

Bibliografia dell’autore

Flaubert, un frammento del suo capolavoro Madame Bovary

Stava bene, Carlo, aveva buona cera: la sua fama era ormai completamente fatta: i contadini gli volevano bene perché non aveva ombra di superbia; accarezzava i bambini, non andava mai all’osteria, e, d’altra parte, ispirava fiducia per la sua moralità. Eccelleva soprattutto nella cura dei catarri e delle malattie di petto. Carlo, infatti, avendo sempre timore d’ammazzare i clienti, non prescriveva quasi mai altro che pozioni calmanti, e di quando in quando degli emetici; un pediluvio o salassi. La chirurgia del resto non lo spaventava affatto: salassava la gente abbondantemente, come cavalli, ed estraeva i denti con mano di ferro.

(Gustave Flaubert, I sogni di Emma, da Madame Bovary, 1856)

madame bovary

In buona compagnia

Tanto grandi sono le meravigliose imprese della follia che proviene dagli dei, e altre ancora te ne potrei illustrare: perciò è proprio questa follia che non dobbiamo temere, né ci deve disorientare […]  A noi spetta il compito di dimostrare il contrario, cioè che questa forma di follia è concessa dagli dei in vista della più grande felicità. 

(Platone, Fedro, 245b-c)