Impossibile venire dopo Shakespeare

Il 23 aprile 1616 morì William Shakespeare. Le incertezze biografiche sono tante, alcune sono ormai accettate come ufficiali, come la sua data di nascita che si è voluto farla coincidere sia con il giorno della morte, sia con la celebrazione della festa di San Giorgio, patrono d’Inghilterra. La data del battesimo 26 aprile 1564 si conosce con precisione grazie al ritrovamento del registro battesimale della chiesa di Stratford.

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Ritratto di mastro Iachelino (L.Ariosto, Il Negromante)

 

Per certo, questa è pur gran confidenzia
che mastro Iachelino ha in sé medesimo,
che mal sapendo leggere e mal scrivere
faccia professione di filosofo,
d’alchimista, di medico, di astrologo,
di mago, e di scongiurator di spiriti;
e sa di queste e de l’altre scienzie
che sa l’asino e ‘l bue di sonar gli organi;
benché i faccia nominar lo astrologo
per eccellenzia, sì come Virgilio
il Poeta, e Aristotele il Filosofo;
ma con un viso più che marmo immobile,
ciance, menzogne, e con altra industria
aggira et avviluppa il capo a gli uomini;
e gode, e fa godere a me (aiutandoci
la sciocchezza, che al mondo è in abbondanzia)
l’altrui ricchezze.

 

(Il Negromante II, 473)

Dialogo tra un poeta e un filosofo – SITOSOPHIA

Ho inventato un amico perché mi sentivo di non averne. L’ho trovato per caso nelle pagine dei miei libri, in un momento di ripensamento sulle cose che avrei dovuto fare, prendendomi così una manciata di tempo solubile nei miei ragionamenti di sconfitta, di amarezza, nonché della vittoria che esse implicano a favore della realtà, eterna dominatrice dei fatti e degli uomini.

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La sottile ambivalenza della Gloria arriva al Festival della filosofia

Leggi l’articolo di Roberto Ciccarelli pubblicato sul Manifesto il 12/09/14

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Il tema dell’edizione 2014 è la Gloria.

Gloria indica fama e onore universalmente riconosciuti, ottenuti con il compimento di azioni insigni.

 

Alcune citazioni tratte dal Dizionario delle Citazioni Zanichelli.

  • Perché la gloria venga gradita devono resuscitare morti, ringiovanire vecchi, tornare lontani. Noi l’abbiamo sognata in un piccolo ambiente, tra facce familiari che per noi erano il mondo e vorremmo vedere, ora che siamo cresciuti, il riflesso delle nostre imprese e parole in quell’ambiente, su quelle facce. Sono sparite, sono disperse, sono morte. Non torneranno mai più. E allora cerchiamo intorno disperati, cerchiamo di rifare l’ambiente, il piccolo mondo che c’ignorava ma voleva bene e doveva essere stupefatto di noi. Ma non c’è più.

Pavese, Cesare (1908-1950)
            Il mestiere di vivere: 1949, 8 febbraio

 

  • Oh vana gloria de l’umane posse!
    com’ poco verde in su la cima dura,
    se non è giunta da l’etati grosse!

Dante Alighieri (1265-1321)
            La Divina Commedia – Purgatorio: C. XI, vv. 91-93

 

  • Ad maiorem Dei gloriam.
    [A maggior gloria di Dio.]

[anonimo]
            Motto usato nella Compagnia di Gesù, posto in epigrafe di quasi tutte le loro pubblicazioni, abbreviato in A.M.D.G.Nota:               Importante il violento attacco che ne fa Voltaire nel Dizionario filosofico, alla voce Gloria.

 

 

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Link sito ufficiale del Festival della Filosofia 

 

 

L’Occidente nelle analisi di Cateno Tempio in “Apocalissi e Conversioni”

L’Occidente cos’è adesso? La risposta potrebbe essere questa: un inferno di demoni che vengono nutriti anziché combatterli. Eh sì, l’Occidente non è il paradiso della civiltà, troppe contraddizioni e infiniti mali lo affliggono. Il libro  di Tempio Apocalissi e conversioni  edito da Villaggio Maori è il libro sull’Occidente,  che conduce alla consapevolezza di considerarci occidentali. Questo luogo geografico della civiltà è minato da interessi economico-finanziari universali che minano le fondamenta su cui per millenni si è appoggiato. Inutile nasconderlo non è quello di una volta.

L’autore ipotizza scenari apocalittici, da cui però si può ripartire serenamente secondo le regole della natura. La distruzione sembra essere un atto dovuto per dare continuità ad un sistema di civiltà minacciato da più parti. L’Occidente in caduta libera secondo le leggi della fisica? Allora bisogna fare qualcosa da subito. Arrestare la caduta o favorirne la velocità? Oggi come dovrebbe essere l’Occidente? Domande a cui non è facile dare risposte convincenti e condivisibili. Tempio ci prova!

 

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Stavolta il gallo dovrebbe non cantare

Il gallo non canterà. Cristo non morirà. Non può e non deve morire. C’è bisogno di Lui. Magari potesse fare ordine disfacendo il disordine. Il mondo è segnato dalle ferite del denaro, della bruttezza dell’agire, inquinato e devastato. L’uomo sembra trovarsi intrappolato nelle gallerie delle piramidi egizie,  vivente nell’attesa della morte. Gli incroci e le direzioni sono molteplici  e la via d’uscita non è segnalata, qualche dettaglio è anche ingannevole, poiché la parvenza di una porta indica la biforcazione di un labirinto che si contorce e si dirama per chiudersi definitivamente.

Si è accumulato in covoni l’irreale in dilatazioni di falsità per giungere al gigantismo delle irresponsabilità singole e collettive. L’uomo si è adoperato a forgiarsi una condizione a sua misura in dispregio di quella originaria, compiacendosi della sua inquietudine e perenne insoddisfazione. Caduto nel tempo, adesso la vertigine della caducità lo travolge in una zona di assenza e di nullità, tanto da non essere né con se stesso né con il mondo in una sorta di zona franca.

Come può quindi Cristo morire sulla croce lasciando le cose in questo modo? La morte va prorogata sine die. Cristo è l’uomo nuovo, immagine dell’invisibile, perfezione dell’intelligenza, artefice della creazione imperfetta dell’uomo. Se c’è stato un disegno qualcosa non ha funzionato e sicuramente il creatore è afflitto in cuor suo. Le imperfezioni dell’uomo sono molteplici e allora sarebbe il caso che Cristo non morisse. Difatti il vero miracolo non sarebbe la sua resurrezione ma  la sua permanenza in vita, poiché la morte non gli spetta non avendo preso parte in alcun modo al peccato che la provoca. E seppure la resurrezione rappresenta il mistero dell’incarnazione, il miracolo dei miracoli, la ripresa del suo stato naturale, nonché la rivelazione della condizione di eternità, rimane il problema di fondo di come andrebbe gestito il presente degli uomini, che comunque va vissuto e nessuno finché rimane in vita può sottrarsi.

L’eternità è qualcosa che riguarda il tempo subito dopo la morte, di cui non si conoscono né le modalità, né le condizioni, né le leggi che la regolano, ma non è nei pensieri assillanti dell’uomo, poiché ciò che veramente conta all’uomo è la vita del presente da esprimersi con qualità e di cui egli spesso ignora i parametri della generosità, della solidarietà, della giustizia, trovandosi spesso impigliato negli errori generati da valutazioni sbagliate. Ecco, allora, perché Cristo non dovrebbe morire. Dovrebbe mettere riparo ai cattivi funzionamenti dell’agire passivo e contro natura dell’uomo, che stenta a capire,  e quando riesce a comprendere un dettaglio ne fa ben volentieri a meno, considerata la sua attitudine all’appropriazione della lussuria, che rimane l’unico obiettivo che intende perseguire: il raggiungimento massimo del piacere in tutte le cose, scartando a priori ogni elemento disturbatore della morale. Altrimenti non si riuscirebbero a capire lo sfruttamento delle classi deboli da parte di quelle più forti, l’arricchimento forzoso di alcuni, la corruzione, la condizione indigente di molti uomini, la bramosia del potere che instaura sui falsi principi della democrazia l’inesistente uguaglianza, il proliferare della menzogna, l’arroganza, l’odio nei confronti dei giusti (pochi), la finanza allegra, la strumentalizzazione delle menti.

Ecco allora perché non dovrebbe andare in scena la morte e resurrezione di Cristo, almeno per una volta.

La Bellezza ci stucca

Da tempo abbiamo rinunciato a coltivare le orchidee nei nostri giardini.

Certo che anche noi distinguiamo le capre e i cavoli, la Bibbia e l’Elenco

dei telefoni. Ma ci seducono le opere effimere, i titoli transitori, le proposte

caduche. La Bellezza ci stucca. Quante volte Baudelaire si è vantato di

sapere innestare alla severità dello stile racinien la labilità dello stile

journaliste!

 

(Leonardo Sinisgalli, Nota alla Mostra <Arte e Pubblicità>, Milano, 29 gennaio-15 febbraio 1955).

I. kant, Sul senso della dignità

Agisci in modo da trattare l’umanità, tanto nella tua persona come nella persona di ogni altro,sempre anche come un fine e mai unicamente come mezzo*

 

Non è un caso il fatto che in questa nostra era segnata profondamente dalla crisi economica e finanziaria, si torni a riflettere – seppure timidamente – nuovamente sul senso della dignità. Ma andando oltre l’assunto filosofico, la dignità è il vestito buono della festa da indossare sempre ogni giorno.

*(I. Kant, Fondazione della metafisica dei costumi, a cura di N. Pirillo, Laterza, Roma-Bari 1992, p. 111)

Libri fin troppo insipidi

Editori come fornai che sfornano pane di lettere in abbondanza, eludendo spesso e volentieri la qualità del testo. Il quadro è chiaro, intorno al libro gira una cortina di fumo: balletti di presentazioni di libri, televisione, interviste, recensioni compiacenti, inchini, festival della lettura, premi, concorsi, fiere, città del libro, sagre della paparina e delle frisselle  prese a pretesto per immolare nella banalità il libro. In Italia sono più coloro che scrivono che quelli che leggono. Strano, vero? Eppure la realtà non inganna, nel dorato mondo dei libri passa di tutto, dai libri di cucina, al romanzetto sentimentale dell’adolescente, alle sillogi di poesie orrende, al romanzo poliziesco, al racconto dello zio d’America. Il libro è la passerella della vanità per scrittori emergenti e per quelli affermati. Tra l’altro pubblicare un libro è facile e non richiede nessun impegno: basta pagare l’editore, o almeno quelli che pretendono il cosiddetto “contributo” per le spese di stampa.   Ma che mondo è quello dei libri rovesciati sulle bancarelle e negli scaffali delle librerie, quando l’interesse per la lettura è minimo e interessa soltanto a pochi sfigati? I libri immessi sul mercato sono pieni di refusi, di traduzioni malfatte, di sciatterie. Gli editori arraffano tutto, stampano, pubblicano e reclamizzano prodotti di pessima qualità. Il lettore ha il diritto di pretendere dall’editore serietà per il libro, che non deve essere commisurato al budget per fare cassa, rovesciando sui lettori tonnellate di banalità librarie, salvo rare eccezioni che provano a resistere.

Le novità librarie nella maggior parte dei casi sono la festa dell’asino che si conclude con sorrisi, strette di mano, abbracci e qualche copia del libro venduta. Senza dubbio in questo Paese manca un vero progetto culturale alternativo da opporre alla sistemica e patologica devastazione della lettura.

È necessario affinare la missione di divulgazione di opere magistrali che per il loro valore aggiunto sono capaci di sollecitare la lettura e interagire con il pensiero, sviluppando riflessione in una direzione originale, contribuendo ancora a nuove forme di relazione con i classici, germogliando un frutto succoso di sapere e di conoscenza.

Il libro sia una cosa seria nell’idea dello scrittore, ma soprattutto sia approfondimento che s’incarna nella parola e nel linguaggio. Sia strumento e attrezzo di lavoro per il lettore che intende accedere al pensiero e al mondo delle parole in una tensione continua con l’esigenza di arricchimento dello spirito. Al bando dunque le illusorie speranze del libro costruito sul niente e sulla vanità dell’autore.

 

 

[Pubblicato in  in LeccePrima, 10 novembre 2013, (Articolo), Leggi]

 

Cioran, L’impudicizia poetica

Chi non ha mai frequentato i poeti ignora che cosa siano la irresponsabilità e la sciatteria mentale. Ogni volta che si sta con loro, si prova la sensazione che tutto sia lecito. Poiché non hanno da render conto a nessuno (se non a se stessi), non vanno – né vogliono andare – da nessuna parte. Capirli è una grande maledizione, perché ci insegnano a non aver più niente da perdere.

Rivolgendosi a qualcuno, cioè Dio, i santi limitano fatalmente il loro genio poetico. L’indefinito della poesia è fatto per l’appuntamento di brividi sacri senza Dio. Se i santi avessero saputo quanto avrebbe perso il loro lirismo a causa dell’intrusione della Divinità, avrebbero rinunciato alla santità e sarebbero diventati dei poeti. La santità conosce soltanto la libertà in Dio. Ma i mortali non si lasciano possedere che dall’impudicizia poetica.

(E.M. Cioran, Lacrime e Santi, Adelphi, 2009, pp. 38-39)

Il passo della notte

«La notte mesce il vino della poesia»: inebriante e carezzevole.
Privilegiato luogo della poesia, essa si lascia interrogare dai poeti, apre con loro un colloquio, ne accoglie ansie e trasalimenti, accorda il suo al loro canto. L’intesa tra i poeti e la notte è profonda esaltante. Anche nello svelare gli inganni della vita e della società in cui siamo immersi.» (Luigi Scorrano)

 

 

Altri versi

L’opera è suddivisa in sei sezioni: La perversione del dubbio – Nel silenzio del dolore – Dio, gli uomini, i sacerdoti e il male – La magia di un Sud persa nella credenza – Versi diversi – Il Tempo. I testi evidenziano l’attrazione che il poeta prova verso contenuti metafisici e la sua propensione alla problematizzazione del reale alla ricerca filosofica.

info elioria@tin.it

Schopenhauer, Il ritmo e la rima

Della potenza meravigliosa del loro effetto (si riferisce al ritmo e alla rima) io non so darmi altra spiegazione se non questa: che la nostra facoltà di rappresentazione, essenzialmente legata al tempo, acquista con il loro aiuto un’intonazione speciale, che ci spinge a seguire interiormente ogni uomo che si ripete a intervalli regolari, e ci fa quasi vibrare all’unisono con quello. In tal modo il ritmo e la rima tengono incatenata l’attenzione, perché ascoltiamo la recitazione con maggior piacere; fanno inoltre sorgere in noi una disposizione cieca, anteriore ad ogni giudizio, di acquiescenza alla cosa che si recita; il che le conferisce una certa potenza enfatica e persuasiva, indipendentemente da ogni ragionamento. 

(A. Schopenhauer, Il mondo come volontà e rappresentazione (1859), trad. it. Mursia, Milano, 1969, p. 285)