Il non-tempo di Peppino

E il suo modo di vivere è il più pirotecnico: è quel modo di vivere del tempo, che a noi è concesso per breve e tardi tempo, ma non è lo stesso tempo, è quel tempo giustappunto necessario per destabilizzare quell’equilibrio ammuffito di ordine di tempo che non produce più nulla.  A noi questo è impossibile, ma a Lui non è impossibile, poiché l’atto del suo vivere è in potenza di disordine. E anche per noi, disordine e ordine non si concludono se non per azione propria di Lui, poiché egli mette fine al non-tempo, a ciò che non può essere più tale per una verità di tempo, di direzione compiuta e abusata e fin troppo determinata in lunghezza di agire di un pensiero che non sta più nel tempo, ma nel non-tempo.

Pensiero di pensiero è l’atto di tempo, in virtù di questi presenti e di quelli passati, anche senza più speranze e senza più ricordi, perché il disordine ha colto di sorpresa le travi del tempo.

Il disordine nel suo massimo grado ha per presupposto di oggetto un nuovo  disequilibrio disgregatore anche delle follie di donne e di uomini. Oggetto che diviene forma di intelligenza e di onestà, coincidenti nell’unita di un pensiero che si realizza nella forma di una sostanza sovrasensibile, un’altra divinità, che del mito è nemica –  ma nel libro di ciò che fu scritto dai precursori della verità – essa è l’essenza di un’identità vera di tempo.

E l’eternità continua ad essere ciò che deve e mai cessare di essere: costante e rivoluzionaria fase di destabilizzazione del non-tempo, e insediamento del tempo delle cose: motore immobile di un movimento che, nel disordine del proprio e altrui universo,  è sapienza e ricerca di vita, di energia, che fa muovere,  poi,  tutte le cose.

E il suo modo di vivere non è di sobillazione, non è neanche di destabilizzazione,  è subordinato alla necessità di costruzione di un tempo che non sia non-tempo, è un tempo di acquisizione delle assenze, è rafforzamento delle presenze,  è annullamento dei contrari, è principio di mutamento delle cose sensibili, è indipendenza dal male, è possibilità delle impossibilità, è differenza di tempo, è orologio di tempo anteriore, è molteplicità, è il fine di se stesso e degli altri, è universo incorruttibile e inalterabile.

E il suo modo di vivere è il più eccellente fra tutte le parole che declinano i modi e i tempi dei verbi nei consueti e inconsueti discorsi del non-tempo, nonché è la voce della divinità che è verbo, e il verbo penetra nelle parole ingiuste e le purifica, e il non tempo è così sconfitto nel tempio del tempo.

E il suo modo di vivere è dunque il più eccellente: è quel modo di vivere che a noi non è concesso, non è dato, non è percepito, non è pensabile. Spiega il movimento  e il principio di ogni causa, equilibrio-disequilibrio di se stesso e degli altri, movimento  di moto in universalità di intenti e di propositi sempre giusti nell’idea-sostanza della divinità.

 

 

 

Iperbole

Pegaso è il suo nome. Bianco con criniera morbida e fluente, occhi di fuga, zampe di libertà per assalti, coda in slancio. Sui cieli e sui mari calpesta nuvole e onde con il vento contrario – ventimila leghe sotto il mare.

In fuga dal destino degli uomini bianchi pallidi ingrati, inscrive la sfera di cielo con geometrie di archi e sobbalzi di armonie.

Al perielio finirà indenne la sua corsa come viaggio policromo di salvezza. Pèrula di un frutto inatteso.  Pegaso è generoso con i magiari, gli ittiti e gli achei, e gli altri di terre diverse e convesse, remote. Non disdegna il colore nero di un continente scarso di maggengo, fiero in fieno giusto del suo colore forte anche nello stabbio. Non gli interessa la mistione. Sorveglia sotto la specie del dio che osserva e governa il cambiamento inaspettato sui mari agitati di braccia e dolori, soffoca le voci grezze di ampiezza e di ruggine dei falsi rassicuranti. Sprona gli uomini giusti affinché all’interno del sistema siano capaci a trarre benefici delle differenze e a irrobustirsi di pluralità di colori. Pegaso galoppa, concentra il suo sguardo sui volti dilaniati dal freddo e dall’ingiustizia, corre in soccorso con le sue ali di abbondanza generosità.

Questo sogno mi è stato dato in una notte di resistenza, di fatica e di eccessi di pensieri. Ho mitigato l’incertezza in un’ipotesi astratta di certezza, affinché di questo per(corso)- sogno fantastico non dimentichi la spiega di Fabio e i suoi insegnamenti. Ho appreso che la conta non conta; vale  la singolarità di un’ operazione aritmetica che in una formula di giustezza di calcolo non distingue il colore della pelle né le gerarchie di Gobineau. Scambiamoci dunque i posti con gli occhi lucidi di ragione in un orizzonte in cui tutto appare ravvicinato nelle sue molteplici forme di tutto ciò che è inatteso, non immaginato, né sognato, né teorizzato, ma semplicemente inatteso.

 

Le stelle di Hack

La conobbi fra le pagine dei suoi libri e m‘innamorai delle sue stelle. Margherita era donna di geometrie lunari, straordinariamente scienziata. Mi è sempre piaciuta questa donna onesta, che ha conseguito risultati importanti in ambito scientifico grazie alla sua tenacia, pazienza e capacità di ricerca.

In astronomia il progresso della conoscenza è stato straordinario. Abbiamo, ad esempio, appreso che la Terra è al centro dell’universo, ed è un pianeta del sistema solare, ma questo non è al centro della nostra galassia, la Via Lattea, come si pensava; difatti, è saltato fuori che siamo in periferia. La nostra galassia è una fra miliardi di altre, e forse quello che continuamente ancora chiamiamo universo non esaurisce tutto l’esistente. Lo spazio pare essere davvero infinito e nessuna equazione matematica né ipotesi potrà mai contenerlo né circoscriverlo.

Nei libri che Hack ha scritto durante la sua vita, tutto mi sembra facile da comprendere: una bella favola per adulti che fa sognare e al contempo capire quanto sia minuscolo il luogo in cui viviamo rispetto a quella periferia dell’universo in cui si trova la nostra galassia. Viene da dire che le stelle stanno a guardare i nostri insignificanti affanni di vita sulla terra, quando un po’ più in altezza (così per dire) ci sono altezze siderali, imponderabili, che possono soltanto magnificare la nostra immaginazione. Non conosciamo la meccanicità dell’universo, il senso delle stelle, l’importanza delle nebulose, l’energia di un sole che non inciampa mai nei suoi ingranaggi, la luce tenue della luna, il silenzio di un universo che non va oltre la su apparenza, e il cielo per quanto tempo ancora sarà lo specchio della terra? Il vuoto è davvero vuoto, ha un massa, un’energia di consistenza, qual è la sua evoluzione? Potremmo un giorno viaggiare per galassie e imbatterci in un buco nero? Il buco nero cos’è? Hach così lo descrive in Notte di stelle (Sperlinng & kupfer editori, 2010, poi Pickwick, 2013, pag. 164).

«Per capire che cosa sia un buco nero e anche l’origine di questo nome, si pensi a un volume abbastanza piccolo in cui sia concentrata tanta materia da far sì che la velocità di fuga da questo volume superi la velocità della luce, e  quindi che neanche la luce possa uscire: dunque veramente un buco nero».

Strabiliante: la velocità di fuga dal volume di materia rende la luce prigioniera, tanto da offuscarla e renderla non più luce. E noi ce ne stiamo sulla faccia del nostro pianeta a disquisire sulle nostre piccole cose senza la consapevolezza che qualcosa di enorme ci sovrasta e ci contiene, magari fintantoché il sistema dell’universo lo consentirà. Alziamo gli occhi verso il cielo, quel cielo che ha affascinato gli antichi, e hanno assistito all’apertura del sipario del giorno e della notte. Uno spettacolo che si replica senza interruzione da parecchie migliaia di anni, e che ha il solo torto di essere finito nella nostra indifferenza poiché ci appare noioso non solo nell’osservazione ma anche nello studio.

Hack non c’è più, ma ci ha lasciato le sue buone stelle, i suoi cieli di coscienza e di scienza, le sue certezze ma anche i suoi onesti dubbi.

Le damigelle del Risorgimento

Questa è la storia di due damigelle che in un piccolo paese del Salento si inventarono di essere maestrine; ma il Risorgimento storico non c’entra, anzi è qualcosa d’altro che non svelo, ma lascio alla libera interpretazione dei lettori: di coloro che leggeranno per fare degli accostamenti oppure di coloro che leggeranno soltanto per il piacere di leggere una novella un po’ particolare.

In quel paese di gente chiacchierona, il sole non tramontava mai, né il giorno aveva il passo della notte; tutto filava liscio come l’olio (di una volta, di un tempo di ricchezza); qualche baruffa politica dei soliti ‘migliori’ in un’asse di bene che doveva proporsi guida ‘spirituale’ del paese; qualche scaramuccia residuale di rancori resa fantastica per l’impeto di opposizione alle maestranze di governo.

Potrebbe essere mai questa novella un fantastico frivolo della letteratura d’evasione?

«Ci sono più cose in cielo e in terra/di quante ne sogni la tua filosofia, Orazio». Con queste parole il pallido principe commenta l’apparizione del fantasma del padre nell’Amleto. Ebbene, in questa storia compaiono mostri e fantasmi, sirene ed elfi, fate e vampiri, arpie e asini volanti. Le damigelle del Risorgimento conducono il mondo della fantasia nel loro piccolo castello, in una via di traverso della piazza maggiore, sdrucciola e pericolosa per i passanti. In fondo, per le damigelle la fantasia è equiparata all’algebra, ovvero in quella forma di ragionamento esatto che esclude postulati di pensiero in divenire e accetta soltanto figure (umane) riconoscibili e assimilabili alla loro logica di imperialismo paesano, camuffato con riccioli d’oro e sorrisi di serpe.

Un giorno un pensatore del paese decise di collaborare con loro per la ‘costruzione di un luogo’ in cui la filosofia, la scienza e le arti avrebbero dovuto avere un posto predominante fra tutte le altre attività simil-culturali. Il pensatore purtroppo non si accorse dei loro giochi di divinazione e di fascinazione che avrebbero dovuto eleggerle reginette del sorriso e dei sogni. In verità, le due damigelle odiavano la poesia, la letteratura e la filosofia, tant’è che si adoperarono a cospargere i libri di veleno, stipati sugli scaffali, lì dovevano rimanere e nessuno era autorizzato alla lettura di essi; tuttavia i libri parlavano tra di loro: se non sopra gli scaffali, nella testa di chi li apriva e vi entrava. Nei loro ‘Atti di bilancio’ non v’era traccia di resa né di spesa. Tutte le cose dovevano rimanere oscure agli altri. Ridevano e facevano corte con ragazzine e ragazzini. Il castello fatato era tenuto a chiave con sentinelle di provata fede. Tramavano e si trastullavano. Sorridevano come la buona serpe, vestita a festa, che, nel meriggio di sole tiepido, se ne va tranquilla in giro per i sassi a rimediare la buona preda. Il pensatore subiva tutti oltraggi, insulti e  infamie di ogni genere. L’agire delle damigelle era di una finezza unica: avevano acquisto così tanta destrezza che in ogni circostanza riuscivano a montare ad arte un palcoscenico di menzogne pur di raggiungere i loro scopi di potere. La cultura doveva essere servile ad esse, redigevano testi sacri di false verità per i loro piccoli adepti. Il paese sonnecchiava e della cultura non aveva nessun interesse e in siffatta situazione il castello delle damigelle si popolava di barbie e di fighetti scemi.

Il pensatore un giorno disse: «No. Così non va bene! Adesso ci vuole un cambiamento». Le damigelle sorrisero come erano da sempre brave a fare; ma era un sorriso di morte, sorriso di serpe che nell’immediatezza della sua manifestazione sputò il veleno in faccia al pensatore, che cadde inerme per terra. «Bene, finalmente ci siamo liberate di costui, ora sia sepolto nel cimitero degli introvabili e il suo nome non sia mai più pronunciato nella corte», disse una delle due.

Del pensatore non se parlò più. Le damigelle del Risorgimento per avvallare il loro misfatto chiesero aiuto agli ‘oppositori’, ovvero a tutti coloro che erano animati di rovesciare il governo del paese della cultura  per stabilire un regime totalitario. Cultura vista come alleanza strategica di potere e di mantenimento di privilegi; anche perché il loro possesso del castello avvenne in un tempo in cui le damigelle amoreggiavano con coloro che stavano al comando… e in caso di stravolgimento degli equilibri già si adoperavano a trattare nuove alleanze e nuove amicizie.

La storia non è finita.

La puttana te nunnata secondo Camillo

Nel mese di agosto le mie frequentazione al Bar della piazza Garibaldi sono giornaliere, intorno alle ore otto, di primo mattino, con il sole in picchiata che non scoraggia i soliti pettegoli, tuttologi, incompetenti di politica e di tante altre cose. Sempre i soliti a disquisire, a urlare qualche bestemmia che colpisce la chiesa matrice, in un divenire di giorno paesano, simile a tanti altri in una piazza austera con il campanile che in altezza non delude e l’orologio che sfida il tempo arretrandosi di ore. Tutto qui, si potrebbe concludere. Invece no! C’è ad esempio Paolo Carachino che va e viene dal suo negozio di calzature, prepara schedine, regge gli insulti alla Signora degli anti juventini, proclama vendette e ritorsioni in caso di vittoria della Champions League, ritaglia giornali sportivi e appende foto ricordo  nel negozio-santuario di Santa Juve. Tutto qui? No, certamente. La commedia degli equivoci prosegue nell’accogliente bar Provenzano: aria climatizzata, professionalità, pasticciotti e pasticcini dal 1920, in rispetto delle migliori tradizioni artigianali. Qui, Camillo si aggira sornione fra i tavoli a dispensare notizie buone e cattive, fatti e rifatti, tarocchi, verità confezionate secondo il suo codice osceno Lu malangu.  Il bar  come il palcoscenico del teatro San Carlo si popola di attori e di comparse. La star è lui, tutto in tondo, grassoccio, un po’ claudicante. È  un sole prigioniero delle sue stesse nubi che lo attorniano per insidiarlo, pungolarlo, scuoterlo per ascoltare le sue locuzioni verbali taglienti, precise come un bisturi, massime paesane di buona fattura. Fra tutte quelle che mi piace sentire è «la puttana te nunnata», calibrata con astuzia e bravura fonetica. Su ‘puttana’ non vi è necessità di spiegare il significato; su ‘nunnata’ va detto che si intende la madrina del battessimo. Quando la indirizza a me, va detto che la mia madrina ha sempre condotto una vita virtuosa, sempre dedita alla famiglia e al lavoro. La locuzione di Camillo è la sua arma estrema per zittire gli altri, liquidarli con efficacia dal discorso che non gli piace. La puttana te nunnata lo contraddistingue, lo rende unico nell’enunciazione che è a sorpresa e d’istinto, lasciando a bocca aperta tutti coloro che la ricevano.

Camillo è la memoria orale del paese, l’oracolo di antica memoria, pieno di bontà, cordiale e simpatico. Finge pur sapendo di non fingere per concludere i suoi commenti, analizza gesti e fatti, complica ma al contempo riduce le equazioni con incognite in sintesi discorsive edulcorate da qualche inesattezze e fantasie. Ispiratore della corrente di pensiero dell’esistenzialismo di distrazione, teoria filosofica tendente a distrarre ogni cosa che non sia piacevole per una che invece potrebbe esserla; un tentativo di escludere ogni periglio e  imprevisto o accenno di infelicità per una condizione di ingenuità che dovrebbe consentire un sospiro, un sollievo di benessere artificiale, così fluido da far scorrere nel fiume dell’oblio tutto ciò che rende l’essere infelice. In attesa che riceva il premio Nobel, il Sindaco del Paese sta concordando con le istituzioni una settimana di festeggiamenti in suo onore. Purtroppo, la minoranza politica non è favorevole e minaccia di intraprendere la strada della giustizia. Tra l’altro vi è anche la trascrizione di tutte le sue opere filosofiche per una maggiore divulgazione delle stesse, nonostante la contrarietà dei consiglieri di minoranza che intravedono nelle opere del filosofo un attacco alla democrazia, alla libertà, al diritto alla salute. Ne vedremo delle belle? Certamente!

 

Così tanto per dire (?)

Era il periodo del solleone. Il sole si arrampicava fin sopra i capelli e arroventava il corpo nell’acciaieria del Sud. Lo Ionio ansimava scirocco, il ghiaccio scarseggiava, i climatizzatori non funzionavano, l’energia elettrica era erogata al minimo. Il paese sudava, la gente mormorava e minacciava rivolta.

[Questa storia non è una storia, se lo fosse sarebbe realtà, magari potrebbe essere una favola, una di quelle che punta il dito sulle magagne del mondo e solleva i veli dell’ipocrisia. Comunque sia, mi pare non sia né l’una né l’altra. Niente di alta fattura letteraria. Non pensiamoci tanto, poiché nessuna formula umana potrà garantire il possesso di una verità ultima. Ecco, benedetta Verità!].

Girava la donzelletta con il suo cane, capelli dorati, minuta, pimpante. Il cane dice Platone che è la bestia filosofica del mondo, siete d’accordo? Invero, trattare di filosofia era anche la passione degli abitanti del paesino, poggiato su una collinetta dedicata alla Madonna, a pochi metri di un tagliamento che serviva da ferrovia. Filosofia non come conoscenza, ma come pratica di vita. Altri cantavano e ballavano, festivalieri sempre. Cultura da vendere e per una chiarificazione della visione del mondo con presentazioni di opere alla ricerca di un senso letterario. Un’antologia di figuri all’apparenza irreprensibili ma all’occorrenza ben altro, dediti all’opportunismo,  al protagonismo schizofrenico. Una parte della gente incapace di sorvegliare il futuro, si appendeva a strani appigli estratti dalla monotona quotidianità di un paese che voleva soltanto essere normale, forse con l’ambizione di uscire fuori da sé e scoprire i mondi degli altri. Le abitudini rassicurano ma è pur vero che incatenano, soffocano la libertà.

Alcuni abitanti erano dediti ormai da anni all’idea di prendere il paese,  echeggiava sempre la solita frase «QUISTI L’ANE SPICCIARE» . Il capobranco come un baldo cannoniere sparava cannonate visionarie; la magistrata, invece, donna di altezza giuridica, la signora (così la chiamavano i notabili) mutava spesso abiti di eloquenza per vedersi austera e forte. Quisti l’ane spicciare, locuzione che sintetizzav la non tolleranza degli altri, il fastidio di confrontarsi, la bramosia di imporre una propria politica a spregio di qualsivoglia rispetto democratico. La solita solfa di una parte che nella moltitudine era minoranza, voce immobile e informe di statua girovaga in cerca di un piedistallo. Si rappresentava ogni giorno una realtà di distrazioni e di indifferenze, non conforme, non certificata, dalla quale emergeva la cattiveria della gente dedita alla passione di se stesse, convinte di detenere la bilancia, dove soggiacevano i fantasmi di autonomia e al contempo di possesso, di rivendicazione e di grido liberatorio da un incubo. Era la commedia della parola esclusa dalla grammatica e deturpata nell’etimo, vivisezionata secondo sporche esigenze di lingua parlata. Era la parola spacciata per verbo, insulsa e introitata in un modello folcloristico e populista, roba da aristocrazia proletaria. Luoghi comuni senza un fondo di verità. C’era un viaggio verso una perdita di senso della vita; c’era una fatale bizzarria della sorte a mandare in frantumi qualsiasi tentativo di assestamento in continue turbolenze telluriche di parole e di verbi.

Ottusi esegeti del luogo comune che nel tentativo di sacralizzarlo nella parola veniva invece cucito addosso a fior di rivoluzionari di una finta rivoluzione, che dava l’impressione di essere arrivati allo scopo, di aver capito tutto, invece tutto scivolava via, sfuggiva, e ricadeva nell’identica retorica di partenza, con un’altra locuzione ‘QUISTI NON LA SPICCIANE MAI’.

Il principe dei fiori e dell’invidia

Il giovane principe in qualche modo era simpatico agli uccelli. Lo avevano visto spesso nei giardini, ballare come un elfo dietro le foglie fluttuanti, o accovacciato all’incavo di un vecchio ulivo. Era invidiato da tutti anche dagli dei, almeno così credeva. Così tutti gli uccelli gli svolazzarono ripetutamente, sfiorandogli le guance con il becco, il principe arrossiva e meditava gloria. Gli fecero tutti una gran festa, anche le lucertole e i nani del paese di Speranza. Le lucertole erano assai filosofiche, quando non avevano niente da fare se ne stavano immobili su una pietra calda a meditare. Accadde però che i fiori si seccarono della vanità del principe e con urgenza chiamarono il giardiniere per cambiare aiuole a difesa della loro dignità. Già, dignità, che il principe non aveva, dedito a banchetti, cerimonie e adulazioni. Di notte osservava estasiato l’immagine di Endimione. Le stoffe pregiate esercitavano su di lui un grande fascino, e nel suo desiderio di procurarsene aveva mandato in giro molti mercanti in Persia, in Egitto e nel Mare del Nord. Si profumava assai. Ogni giorno specchiava la sua immagine negli specchi concavi dorati della reggia. Pensava giorno e notte alla sua incoronazione di re della Bellezza e del Regno di Persia. Si profumava con ambra e acqua distillata di rose vergini dell’Amazzonia.

Come gli uccelli che non hanno un domicilio permanente,  egli saltellava di fiore in fiore, di albero in albero, di festa in festa per farsi dire che era bravo, bravissimo, intelligentissimo e migliore di tutti. I fiori avrebbero voluto che fosse arrestato, rinchiuso nella prigione di Festigar, anche il nanetto espresse il suo disappunto. Povero principe invidiato da tutti, così almeno credeva. Arrivò nel giardino l’infanta e i fiori si prostrarono alla sua bellezza, gli uccelli cantarono e le lucertole ballarono in suo onore. L’infanta accarezzava i petali di rosa, i gigli le sorrisero, tutti i fiori del giardino emanarono un profumo inebriante. Il principe nell’angolo delle petunie gonfiava il petto di invidia e tremava, il nano gli ballava attorno. Povero principe invidiato da tutti, così almeno credeva. Preso dall’ira incominciò a calpestare i fiori, disprezzando l’infanta e tutta la gente della terra poiché non lo amavano, almeno così credeva. Arrivò allora il re con il suo corteo, i saggi e i poeti, i filosofi, le madonne, e tutto si fermò.

Il re pronunciò:

– Principe, mio principe, nessuno ti invidia. Sei tu a invidiare te stesso, giacché sei scorpione e vipera, maledetto dagli dei, cerchi le prede per saziarti di vanità. Non posso più tollerarti.

Ordinò dunque alle sue guardie di catturarlo e portarlo nel deserto. In quel luogo avrebbe imparato ad amarsi e farsi amare, a capire la differenza tra la sabbia e l’oro, tra la notte dei giardini e la notte dei paradisi plastici, e soprattutto a non importunare gli dei e gli uomini di buona volontà.

Sminchiato

Con il ghiaccio dentro il bicchiere il caffè si annacqua, ma ci si accontenta, berlo caldo d’estate alla santa temperatura di 28 gradi non è per niente piacevole, già al bar del piazzale degli sciancati resistere alle discussioni fuori logo e senza lievito di birra è impresa ardua. Tra tanti bonacci c’è però qualche sminchiato; sì permettete il neologismo dialettale coniato all’occorrenza dal mio amico Giorgio Leo. Sappiamo cosa significa minchia e minchionesminchiato invece ha un significato diverso, che tenta letteralmente di tradurre la condizione di una persona in un particolare momento della sua giornata o della vita. Sostantivo maschile e femminile, al plurale sminchiati, verbo transitivo sminchiare.

Vediamo nel dettaglio il suo significato: si dice di persona che in un determinato momento vorrebbe non interessarsi di nulla, avendo assunto la consapevolezza che ogni cosa genera altre cose in illusioni e delusioni; non è una forma di remissione, anzi c’è la forza di uscire fuori dalle regole per sovvertirle in senso positivo, in considerazione anche dell’accrescimento a livello individuale di una razionalità adeguata a fronteggiare situazione difficili. Lo sminchiato dunque è colui che si appresta a dare una svolta alla propria vita, dopo un’intensa riflessione di se stesso, abbandonando qualunque tipo di alienazione, in rafforzamento delle proprie capacità. La capacità di sminchiare implica dedizione e cura di se stessi per poter raggiungere la condizione ottimale di rafforzamento psichico, generalmente è preceduta da una fase latente di intorpidimento, poi tutto diventa più chiaro.

Le zuffe degli animali

Pochi giorni fa, il cavallo ha insultato il cammello definendolo storpio del deserto,  l’asino  subito ha dato del razzista al cavallo, quest’ultimo  del fascista all’asino e al cavallo, l’asino ancora ha apostrofato il cavallo comunista,  il cammello di rimbalzo li ha definiti sporchi immigrati. D’improvviso arriva il cane nobile e domestico di Laura e ringhia: sporchi fascisti tornate nelle fogne… Nel frattempo sopraggiunge la iena che grida al complotto,  intanto la giraffa Ilda del Congo: devono andare a casa, sono lecchini e mafiosi.

Ma dov’è la polizia? Gli elefanti: basta immigrati, andate via. Le serpi della corte ridono e il topo intona bella ciao. Arriva Nello il gatto tranello: Votate i gatti e vi libereremo dai matti. Fuori dall’Europa! Toglieremo la scorta a Saviano. Ferie pagate a tutti gli animali regolarmente censiti. Cacceremo dalla foresta i cammelli e le giraffe. 

Il ministro della Difesa  allerta l’esercito, pronti ad intervenire il Battaglione Leoni al comando del generale Perdis. L’opposizione guidata dal cigno, capogruppo dei dissidenti del Partito Animali Anarchici. Marzia Tilde, denuncia il commesso nonché Presidente degli uccelli migratori della Savana, Degiovanni Petri, di sciacallaggio.

Qualcuno (in verità, più di uno, non molti, ma approssimativamente un po’ tanti): Oh, ma quando si mangia? 

Già, ma quando si mangia?

Omero

Ci incontravamo tutti i giorni nello stesso posto. Spartivamo versi e sigarette. Parlavamo degli altri poeti, delle loro stellette conquistate sulle pagine scritte, delle loro manie, degli abusi di scrittura. Nessuno di noi avrebbe potuto immaginare quello che di lì a poco sarebbe successo. Vedemmo il tempo annodarsi la cravatta in un calendario carico di fiori, le ore profumarsi di incenso, la terra rotolare nel vuoto. Apparve Omero dalle tombe sotto il cielo in un giorno in cui il sole era di fili spinati. Achille ci indicò le vendemmie di poesie e ci armò per combattere un duello. Fummo però uccisi dalla notte in riva al mare. Apollo innalzò i suoi templi dappertutto e Omero era ancora l’unico e grande poeta.