Oltre ogni ragionevole logica di lettura

Era puntiglioso nella sua mania di lettura:  la sua vita era solo un sogno fra le nuvole in un mondo di immagini approssimate alla nitidezza dell’ipocrisia.  Gli piaceva precipitare nel silenzio delle pagine dei libri, inventati scritti e custoditi nella sua casa di periferia, obliqua con fiori e piante dappertutto, in periferia del paese, là dove ogni cosa era strumento di scrittura.  Leggeva non per vivere, ma per ricordare; odiava le illusioni e i rombi della frenesia dell’azzardo che sfuggivano ai suoi occhi colmi di complessità. Sorrideva quanto bastava per elargire un comodo rispetto agli amici ipocriti. Discuteva con moderazione, senza appigli filosofici. La gente lo ignorava e lo detestava.

La polizia più volte gli aveva intimato di sospendere la lettura pubblica. I libri nella sua città non erano visti con favore, e lui era stato più volte diffidato dalle autorità per porre fine alla sua attività di scrittore e di mercante di libri e di parole, di pagine scritte all’istante, di poesie inutili.

Nel silenzio melanconico della sera, mentre ogni desiderio suggeriva immagini di luna, sul balcone della sua casa, leggeva il suo libro preferito Il tramonto del sole del poeta Aziz Abazah, in attesa che quanto era stato già deciso si concludesse.

Era sereno nella turbolenza della memoria, della quale osteggiava la nostalgia e la malinconia che da essa inevitabilmente derivavano. Prediligeva la sterilità delle emozioni confezionate su misura senza impeto per non eccedere nel sentimentalismo che nello scorrere del tempo si corrodono di lacrime.

Il giorno del suo arresto la polizia lo trovò per terra con gli occhi insanguinati: aveva preferito perdere la vista per sempre.

Il mio paese è triste

Settembre mette a posto l’euforia estiva, ordina le nostre abitudini. Vedo il mio paese triste. Il campanile si storce, forse nell’estremo tentativo di addossarsi sul selciato della piazza per riposarsi della fatica dell’altezza, forse perché non vede le rondini né il cielo di una volta. È triste il mio paese. La chiesa appare disadorna, i santi ammutoliti, la Madonna è in cielo. L’incenso asperge fumi di indifferenza, gli scanni vuoti, le preghiere mute non si odono. La chiesa non è più una fabbrica sacra. Un palazzo gentilizio retrocede, le case si arricchiscono di grigio: non ci sono i colori di una volta.

Il paese è triste, settembre poi andrà, verrà ottobre, chissà…

Vedo donne minacciose, uomini incauti, bambini impazienti delle percosse della sorte. Eppure il mio paese si raccontava con gli occhi chiari e lucidi. Il palco mi pare pronto, gli attori e le attrici si compongono e sorridono. Ecco un luogo prende su di sé i caratteri un po’ solenni, e forse sacri dell’origine. La storia qualcuno la racconterà, forse un nano vestito di nero, forse una principessa di satana, forse un poeta forestiero.

Adesso il rumore è assordante, batte in aria le mani, diffonde il sapore acre della vendetta e dell’odio. Ahi, il mio paese è triste.

La necessità del bar

Il bar negli anni Ottanta era luogo incantato, dove ogni giorno all’una del pomeriggio giocavamo a briscola tra burla e urla. Il nostro preferito era il bar Cin Cin di Cosimino Toma, in piazza Garibaldi, (oggi Caffè per caso), dove programmavano le uscite per il divertimento nei giorni d’estate e nelle ricorrenze delle feste. Giuseppe, Peppe, con aria tranquilla ci rallegrava con le sue battute, mentre Paolo diriditindi rideva come un matto e Pasquale Malorgio dondolava la testa. Il bar era per noi un rito quotidiano irrinunciabile, che racchiudeva momenti di condivisione ma anche di scontri, discussioni inutili sul calcio e sulla politica, tanto da mitizzarlo a luogo storico dell’amicizia. Oggi al bar non si gioca più a carte, non c’è il fumo intenso e pungente delle sigarette, l’odore maschio del caffè, le chiacchiere, i giochi. Di quel passatempo ho solo ricordi: qualcuno non c’è più, qualcun altro è fuori, il bar, quel bar non c’è più, nonostante io ne abbia necessità. Quello spazio, quel luogo in piazza Garibaldi voluto dal misconosciuto dio del Destino non c’è. Mi mancano gli amici di quegli anni in cui la vita ci appariva lunga e bella, e niente riusciva a tenerci fermi nel vortice dei nostri desideri e speranze.  Tutto mi pare oggi sia fermo: l’orologio del campanile infartuato dal tempo, la piazza silenziosa e inamovibile, la gente… eppure un tempo ogni cosa aveva un sapore genuino di tempo, anche il caffè.

La luna del 27

Stasera, non è la solita luna: è la luna del 27. Luna mutevole.

Io, che poeta mi fingo, non sempre mi accordo a lei, neanche nelle notti difficili e insonni. Mi piace la luna sanguinate, grondante di oscurità fiorite.

Amata e verseggiata, abusata, plasmata dai poeti, dai Grandi, che le concedono onore e gloria.

A ME NON  PIACE!

Mi piace la luna in lacrime che cerca il suo sposo.

Mi piace la luna che muore, finalmente!

Mi piace la luna che litiga con il tramonto e se le danno di santa ragione.

Del suo oscuro mistero mi rattristo e vorrei essere Astolfo per sudare la sua conoscenza, conquistarla e domarla al mio istinto di scrittura fuorviante di dolcezza e mitezza.

Vorrei contenerla nel palmo della mano quanto basta per farle comprendere la stretta della vita che subiamo ogni giorno sulla terra.

Per lei ogni gioco è facile: si imbellisce  come una giovinetta e dà illusioni agli innamorati e ai poeti.

Ogni sera, quando di tondo e quando di primo quarto, cambia i colori.

Prepara letti di rose e ciclamini, colora tele di bianco per ricordarci l’altro viaggio (quel mondo dove le parole corrispondono esattamente alle cose).

Luna, non mi uccidi con i tuoi inganni, non ti declamerò mai alla maniera di Leopardi, né commetterò l’errore del cane di Mirò.

Ti ho per traverso e vorrei vederti nel pozzo, mentre affoghi e ti disciogli nell’acqua.

Luna mutevole, sprezzante, altezzosa, bugiarda, non mi raggeli con il fruscìo delle stelle.

Ti aspetterò quando l’ombra della notte cadrà pietrificante su di me, e tutto sarà ancora incompiuto.  Sì, perché la morte ci dividerà ulteriormente: io scritto nei miei versi. Tu nel cielo che non verserà una lacrima.

Non morirai. I poeti continueranno a guardarti e a innamorarsi di te.

Di me forse si dirà che pur non avendoti mai amata abbastanza, ti ho sempre cercata nei notturni diversi e incompleti, peggiori della mia vita, e ho immaginato in te la falce di argento che uccide per sedare la tua cecità.

Noi giù, tu lassù … una ragione ci sarà.

I Pappalucchi

Nella consuetudine di sempre i pappalucchi si dimenano nelle forme perverse di vanità. Dannosi a sé stessi e agli altri. Premurosi a tinteggiare di fantasia le loro idee per inneggiarsi a  super uomini. Roma li accoglie, ma li sputa altrove. Altre città si infettano. Altre ancora muoiono.

Si impupacchiano ad ogni occasione, sempre in prima fila per sorridere servilmente i loro padroni nelle attese di ricevere quanto desiderato. Affari sporchi, festini, droga, discoteca, parole in abbondanza e in silenzio per colpire l’innocenza di coloro che capitano nelle loro mani.  Vita da nababbi. Sul pulpito tuonano moralismi e sentenze per apparire gente perbene. Panciuti e magri mangiano carne e bevono birra, ruttano come porci, scorreggiano spudoratamente. Si intronizzano per celebrarsi ogni giorno ed esercitare il diritto diabolico del male. Lupi che si maritano le volpi.

Pensano di poter prendere con una mano l’oceano e metterlo nelle proprie tasche. Cinici, bastardi e vigliacchi, ma  pregano Dio con le mani giunte.  Nella loro ossessiva produzione e riproduzione di interessi intrecciano amicizie per buttarsi a capofitto nell’Assoluto. La loro bussola indica sempre il nord, poiché il sud è periferia e non interessa. Il papaluccame è ben definito da norme codificate in un libro che scandisce articoli e commi destinati a regolare l’agire, nonostante esso spesso sconfina in un orizzonte umano in cui il gioco si fa pericoloso: come la fanciulla della Bibbia che danza divertendosi nell’orizzonte di quel mondo che stava fiorendo dalle sue mani.

I pappalucchi non leggono, non sanno niente di sé stessi, neanche che moriranno. Vivono nelle vesti dorate di Messalina; maghi che spostano il sole altrove per fare della notte una donna di facili costumi sulle nubi soffici del cielo privo di stelle ma gravido di fuochi solforati. Cercano e ottengono il proprio comodo in ogni luogo e in ogni momento. Corrono con la stessa frenesia delle formiche avide che si accaparrano le briciole di pane per il granaio ben nascosto sottoterra.

Il loro viaggio è sempre di andata, mai di ritorno. Inventano tutto. Non hanno mai colpe.

Pappalucchi come dire mammalucchi, ovvero posseduti, che a loro volta posseggono e distruggono in ragione di un sentimento radicato di eterna convenienza.

Per Altre Vie

 

Ci piace fare cultura senza corone di alloro. Vogliamo difenderci dalla letteratura mercificata e spacciata sui banchi del supermercato. Non ci piacciono i parrucconi accademici, i poeti salmodianti e gli scrittori che si danno un sacco di arie. Siamo stanchi di sentire la muffa intorno a noi. Vogliamo aria nuova, fresca.

Il 20 maggio 2017, alle 19.00, presso la Biblioteca Comunale, ci piacerebbe averti con noi per condividere un evento che sarà innovativo e speciale.

Avremo ospiti due poeti, Maria Felicita Cordella e Francesco Pasca, affidati alle provocazioni di Elio, e alle cure di Paola che avrà il compito di dare il balsamo alle ferite.

E due giovani musicisti, Marco ed Ylenia Giaffreda della band Mistura Louca, che sapranno trascinarci in un viaggio in chiave acustica che da Manu Chao passa alla Bandabardò, arrivando fino agli intramontabili Buena Vista Social Club e a Bob Marley.

Il demonio si è fatto carne: è in mezzo a noi

Che delizia! Giace mansueto nelle tue labbra, e mirarti è lode di tuono.

Ecco è apparso, nel suo splendore di fiamme e di dannazione, vagabondo nei flutti degli azzurri cieli. Al pari di un gentiluomo ha cravatta  e scarpe, orologio del tempo inverso, occhi bruni, occhi di cenere. Sorride e ammalia, come un serpente contorce identità, sfinge antica. Roma è vinta? Fredda maestà di un regno-covo di dannati, salmodiante. Dante non ha il suo Virgilio, lo suo maestro. La Madonna del sorriso intercede presso l’Altissimo Potere per una danza macabra di poeti e barellieri. È apparso il due del triste mattino di un mese, a zampe all’aria come un cane, con il ventre globoso, claudicante, incerto ma certo nelle vanità. Sopra quella putredine di poesia batte il sole a picco, quasi volesse cuocerla a punto. Altri poeti contemplano lo sfacelo, rammaricati abbandonano il teatro dei parrucconi. Altri osano urlare: Poeti servi! Quante mosche sulla carcassa del poeta sfatto, informe e consunto. Teme adesso la gente che il cadavere possa ritornare, gonfio di un alito occulto di poesia. Irrompe una cagna bulgara, che con occhiate irose e ingorde saetta la scena del suo pasto. Dillo ora, o mio poeta, al verme che lo uncina, gridalo che è il demonio della poesia del purgatorio, delle grasse erbe del paradiso di Satana. Un poeta francese nel parapiglia:

Quante volte ho chiesto alla spada

che mi cavasse di prigionia

ma il veleno funesto della superbia

in soccorso alla mia vigliaccheria

ha spezzato la spada.

 

 

Canti stonati

Piano, pianissimo: il cammino è scosceso e selvaggio per queste pagine scure e di veleno.

Piano, pianissimo senza parlare. Non tutti ce la faranno e di questo libro imbeveranno l’anima di zucchero. Il frutto è pericoloso.

Piano, pianissimo senza timore. Tutto è silenzio. Le pagine sono indorate d’inferno e di zolfo e di demonio. Ci sono coloro che scrivono storie d’amore per cercare l’applauso degli sciocchi. Io, io, scrivo a dipingere le crudeltà, il dolore della gioventù, la crudeltà dello squalo, il furore insensato dei criminali, i tradimenti dell’ipocrita.

Piano, pianissimo li ho visti tutti in una volta, e ve ne parlerò nelle pagine che seguiranno. Pupecchio il selfista, Benilde, Giorgio delle lancette, Chimeno il rampista, i malelingua piazzisti, Oretta cagnetta. E altri.

Piano, pianissimo però con lieve accelerazione sul finale, alla luce della luna, vicino al mare, nei luoghi della campagna e della piazza, all’ombra della ferrovia, in forme diverse ascese e scoscese.

Piano, pianissimo declamerò senza strofe.

Un altro Natale incombe in calendario, un altro anno se ne va con il suo fardello di cose buone e brutte.

Auguri!

 

 

 

Il business della malattia

La malattia è un business per i medici e per le case farmaceutiche. La persona che si ammala ancor prima di fare i conti con la propria malattia, deve farli con le parcelle degli specialisti. Un fiume di denaro che entra nelle tasche dei medici, per quanto possibile lavato con qualche goccia di candeggina presa a prestito dalla Speranza. Non conta lo stato d’animo dell’ammalato: le sue paure, il mondo inquieto che gli appare, le attese interminabili negli ospedali e negli studi medici privati.  Il sistema è ormai così ben consolidato che i medici ti appioppano la malattia con nonchalance, liquidandoti con un sorriso cancerogeno, promettendoti che puoi salvarti o quanto meno allungare la tua vita con la chemioterapia. False promesse, attendibili per fatalismo, sconcertanti nella realtà. Nel terzo millennio ammalarsi è una gran bella storia di finanza per il commercio dei farmaci. L’uomo, o meglio, l’ammalato è tenuto a distanza, chiuso nei suoi castelli di incomprensioni, di angosce e di dolore. Schiavo di accertamenti e di terapie, di consulti medici, costruisce ogni giorno il proprio infermo  nelle corsie degli ospedali o nella propria casa. Con il tempo diventa relitto umano, privato di ogni dignità, alla mercé dei medici e dei loro inconcludenti protocolli terapeutici.

Dov’è la misericordia? Non c’è! Guai a chiedere informazioni sulla cura o delucidazioni a medici e a personale sanitario in genere, non sanno, fanno finta di non sapere, fuggono, hanno altro da fare. Una visita medica specialistica è standardizzata al tempo massimo di dieci-quindici minuti, effettuata con superbia  accademica. Nei maggior parte dei casi si conclude con una sfilza di esami diagnostici prescritti senza lasciar trapelare nulla in ordine alle possibili cause della malattia.  Gli occhi dell’ammalato sprofondano nelle tenebre dell’angoscia. Nella solitudine della malattia si instillano flebili speranze e devastanti chemioterapiche. Lasciateci morire in pace.