Andar per gita

Un viaggio breve, ovvero una gita con amici e conoscenti, organizzata dalla Pro Loco Tuglie. Ore 15,20, il cielo si manifesta con la sua consueta luce mediterranea, di ultimo avamposto della terraferma a sud, estremo lembo abitato da gente tranquilla. Appuntamento al piazzale Matteotti: ci si saluta con sorrisi di compiacimento, poi qualche battuta; infine la chiamata e ognuno prende posto sulla corriera, sì corriera e non pullman, è più genuino, ricorda cose semplici.
 
Otello Petruzzi dà il benvenuto e qualche raccomandazione per i più discoli. Si parte. La signora Antonietta intona l’Ave Maria e tutti partecipano con devozione e rispetto. L’ora è prima: qualcuno è ancora assonnato e non disdegna continuare il sonno interrotto. Il cielo si distende, irradia i primi raggi di sole, la pioggia non compare, e dopo Bari il paesaggio assume un altro aspetto, non più la vasta pianura salentina,  ma la pianura dauna incastonata tra i monti del Gargano e dei Monti Dauni, mentre in altura si intravedono le pale eoliche bianche che tagliano il vento.
 
Una prima sosta all’autogrill Sarni di Bisceglie per caffè e cappuccini, brioche, acqua; Riccardo adocchia dei modellini di auto e da buon collezionista non si lascia sfuggire l’acquisto di una BMW. Camillo come un gatto sornione si aggira nel piazzale e quando può dà qualche graffio verbale per scatenare una risata.
 
C’è tanta strada da fare, la corriera va, incuneandosi nell’autostrada. Mesciu Vitucciu ha la voce rauca, Giovanni invece ha le trombe in gola, Biagino sorride e dispensa risposte alle consuete domande: «Quando arriviamo» e «A che ora si mangia». Va, la corriera va. La signora Enza, magliese, sposata con un tugliese, percorre ogni tanto il corridoio della corriera per sgranchirsi le gambe, con simpatia ci parla della sua cittadina  e di Aldo Moro. Camillo nel suo posto si raggomitola, tace, poi qualcuno lo sprona e lui come un maestro d’orchestra si lascia andare a dirigere la conversazione. I culacchi non si contano, i suoi «Citta tie zzuccula» si moltiplicano, «Che attore ca ghete» è il suo modo di dire corrente e di fare combriccola. Camillo è anche tante altre cose: persona cara a tutti i tugliesi, un’icona pop, simbolo della tradizione locale, generoso, ligio al pettegolezzo. Conosce tutti e sa tutto della storia di ognuno di noi, altro che Enciclopedia Britannica…, con un curriculum vitae di tutto rispetto senza imbrogli, con titoli accademici certificati dalle più prestigiose università europee.
 

In questo luogo mobile che è la corriera inquadriamo nei nostri spicchi di finestrino il paesaggio, ordiniamo la realtà secondo la nostra prospettiva e nell’attesa di giungere a destinazione gustiamo i torroncini di cioccolato offerti da Trudy e Leopoldo. I nostri giovani Giancarlo e Flavio diminuiscono il peso degli anni di noi altri; educati, gioviali ci rallegrano con la loro presenza.

Sono le ore 13,30 quando arriviamo all’albergo Mingone in località Carnello, frazione di  Sora, Isola del Liri e Arpino (provincia di Frosinone). Pranziamo e ci concediamo un pisolino. Carnello è situato lungo le rive del Fibreno, fiume dal passato glorioso e  molto caro a Marco Tullio Cicerone, nato presso le sue rive e cresciuto all’ombra dei suoi pioppi. Dalle testimonianze dell’oratore stesso, si può ritenere che a Carnello esisteva la villa che Cicerone si era fatto costruire. Qui il fiume Fibreno, noto anche come il ‘fiume di Cicerone’, sorge dalle acque cristalline dell’omonimo lago. Cicerone scrisse nel  De legibus: «molto volentieri infatti io mi fermo in quel posto, sia quando sono intento ad elaborare qualche progetto solo con me stesso, sia quando scrivo o leggo qualcosa». Il posto è incantevole, appartato, non si odono rumori, se non lo starnazzare delle papere, casette sparse, aria umida, quiete di infinito. Immortaliamo con i cellulari  spazi e persone  in un’atmosfera suggestiva.

Intorno alle 17,30 del 19 maggio 2018, giungiamo all’Isola del Liri, un paese che si sviluppa su un’isola formata dal fiume Liri, dove questo si biforca in due bracci che in prossimità del centro cittadino, all’altezza del castello Boncompagni – Viscogliosi, formano ciascuno un salto, la Cascata Grande e la cascata del Valcatoio.

Una cascata che irrompe con delicatezza nel cuore del paese;  lo scroscio dell’acqua e i suoi vapori inondano la comunità di armonia. Rimaniamo stupefatti di tanta bellezza: qui la natura ha creato i suoi giochi di architettura naturale anche di luce e di straordinari arcobaleni.

Sopraggiunge la sera, ceniamo e subito a letto, domani 20 maggio ci attende Roma.

Roma è anzitutto la città della storia e della civiltà, stare anche per poco tempo vuol dire intendere la sua grandezza. Giungiamo alle ore 8,00 per dirigerci alla Basilica di San Pietro in Vaticano.

All’interno fervono i preparativi per la messa che dovrà celebrare il Santo Padre; l’odore dell’incenso ci fa apparire la Basilica in una luce di gloria inseparabile dalla caducità, dall’eterno destino di vanità delle cose umane. In questa Chiesa si percepisce una minore distanza con Dio, la Sua presenza è attestata dalla grandiosità delle opere che raffigurano la cristianità. Lo sguardo di tutti è avido di conoscenza, di apparizione della divinità; smarriti registriamo mnemonicamente i dettagli dell’inimitabile Basilica, che cambia la nostra sensibilità di essere partecipi della nostra storia personale nella dimora di Dio.

Ad un tratto scorgiamo il corteo dei cardinali, dei chierici e dei sacerdoti che accompagnano Papa Francesco verso l’altare. Ci troviamo a  due passi dal Papa, che nel suo incedere lento ci dà la possibilità di osservarlo e di manifestargli la nostra vicinanza con un sorriso e un abbraccio, ma avvertiamo anche il passo veloce della storia e per un momento viviamo l’attimo della presenza che conta e che ci rende partecipi di qualcosa di sacro.

Fuori dalla Basilica il sole è alto, si intravedono turisti, pellegrini, preti e suore in abbondanza. Roma superba ci accoglie e ci guida nelle sue tracce di storia. Camminiamo e guardiamo; contempliamo la maestosità del Colosseo; ci sorprendiamo alla vista di austeri e pregevoli palazzi; via della Conciliazione si mostra come la più grande delle vie dove l’infinito volge verso la Basilica, gustiamo le ville aristocratiche.

Entriamo nella Basilica di San Giovanni in Laterano, la mater et caput di tutte le chiese di Roma e del mondo, a mezzogiorno inoltrato. La Basilica, dedicata al SS. Salvatore, venne consacrata nel 324 (o 318) da Papa Silvestro I. Dal IV secolo fino al termine del periodo avignonese (XIV sec.), in cui il papato si spostò ad Avignone, il Laterano, fu l’unica sede del papato. Il Patriarchio, o dimora lateranense (l’antica sede Papale), annesso alla Basilica fu la residenza dei Papi per tutto il Medioevo.

Nel portico, ornato da 24 pilastri di marmo, troneggia la statua dell’imperatore Costantino, accediamo attraverso una delle cinque porte all’aula basicale. Troviamo il celebre affresco di Giotto raffigurante Papa Bonifacio VIII nell’atto di indire il primo Giubileo del 1300. Ci sovrasta il magnifico soffitto a cassettoni della navata centrale, mentre poggiamo i piedi sul pavimento abbellito con tarsìe marmoree policrome di forme svariate e fantasiose. Rappresentiamo lo stupore di ammirazione nei confronti delle statue dei dodici apostoli poste ai lati della navata centrale e del tabernacolo della seconda metà del ‘300, sopra di esso, dietro una grata sono custodite le reliquie degli apostoli Pietro e Paolo. Facciamo capolino al Chiostro, costruito tra il 1215 e il 1232, il più grande di Roma, ornato da lastre tombali e da materiali di scavo di eleganza e semplicità. Non ci lasciamo sfuggire l’occasione di visitare la più celebre scala santa, nelle immediate vicinanze della Basilica di San Giovanni, meta di pellegrinaggio. I 28 gradini di cui è formata conducono alla cappella dei Papi detta Sancta Sanctorum,  dove si venera l’immagine del SS. Salvatore.

Guardiamo l’orologio e le lancette ci segnalano l’ora del pranzo, a piedi raggiungiamo Il Ristorante in via Daniele Manin al numero civico 52. Pasta alla carbonara, scaloppine e contorno di patate ci rifocillano. Dopo il pranzo, l’ultima tappa: Basilica di Santa Maria degli Angeli che custodisce la meridiana più grande del mondo e la tomba del generale Diaz.

Si riparte per la nostra Tuglie. La gita è conclusa, ci rimangono negli occhi le bellezze e la storia di Roma. In verità, l’atto di spostarsi da un luogo all’altro è intrinseco del volere cercare qualcosa di nuovi che ci appaghi. Noi – quel qualcosa di indefinibile, di fantastico e di gloria di una città –  lo abbiamo colto e ci rimane un ricordo intenso di due giorni trascorsi con amici, allegramente.