Vanne e dinne none

Con il dialetto i nostri modi di dire riecheggiano all’istante saggezza e umorismo al contempo. Il nostro vanne e dinne none ha il suo corrispondente in dialetto romanesco sti cazzi. C’è bisogno di aggiungere altro? Il dialetto semplifica ai minimi termini il registro linguistico, rendendolo nell’immediato fruibile e comprensibile. Saggezza popolare, quella vera, che non si compone di artifici letterari e accademici. Semplice ma con la sua forza dirompente. Asciutta.

La frase in questione nel mio piccolo paese del Salento indica che non c’è da essere contrariati ma in modo ironico, un modo linguistico di sfottò in uso molti anni fa, ora le nuove generazioni non lo ‘praticano’, non fa parte del loro modo ‘volgare’ di esprimersi.

Dunque, vanne e dinne none per contestualizzarne anche la ragione di questo mio breve scritto che lo riporta in lingua, potrebbe essere ricondotto a tutte le chiacchiere e smancerie che girano dappertutto, in ogni luogo e in ogni ora. Personaggi minimi che s’innalzano come piramidi di superbia nel dire e nel fare cose che effettivamente non hanno mai fatto. Vanne e dinne none a tutti coloro che nella negazione del caso e dei fatti rappresentano scellerate deduzioni. Ancora, a tutti coloro che si mostrano giganti e non conoscono il sistema metrico decimale. A qualcuno che ha uno spinoso rapporto esistenziale, a qualcun altro che ha posizioni critiche nei confronti del senso comune.

Vanne e dinne none mi piace metterlo in rilievo; dedicarlo alla nostra società, ai politici, agli scrittori, poeti e letterati, scienziati, virologi, esperti per le strabilianti teorie falsificate e pertanto sempre provvisorie e congetturali. Già, perché in fondo vanne e dinne none mette in luce la concezione falsicazionista degli insipienti e dei bugiardi. Speriamo che quanto prima si giunga a dire vanne e dinne sine…

 

 

Cavalli vecchi, somari nuovi

I cavalli sono animali intelligenti, conoscono in tempo la loro pensione, stante l’inesorabile perdita di forza a trainare il carro o a galoppare. Gli uomini no, agiscono per se stessi e per gli altri con sentimento di rivincita e vendetta nel loro spasmodico agire di potere, e allora essi stessi diventano cavalli vecchi per tempi nuovi, o tempi vecchi per somari nuovi. Non è un pasticcio! Non voglio confondere, ma semplicemente esporre che quando un cavallo è vecchio non ha nulla di nuovo con sé da esprimere e da dare agli altri, quindi il buon senso dovrebbe indurlo a chiudere in tranquillità il proprio passato e starsene nella propria stalla. Invece no, il cavallo ‘pieno di sé’ deve combattere quelli che esso stesso definisce ‘somari nuovi ‘che teme e non sopporta, ma sono cavalli, altri. È sempre una questione di buon senso, anche perché il cavallo non sempre ha galoppato ‘alla grande’ e qualche (se non molti passi) incerti li ha sulla coscienza. Non voglio dire quante volte il cavallo ha fatto saltare il carro o quanti capricci di potere abbia commesso; forse è giunto il  momento che i ‘cavalli di razza’ – così chiamati perché potenti –  dovrebbero non nitrire e non spacciarsi per il nuovo che avanza. Invece, questi benedetti cavalli, dopo anni di silenzio, chiusi nelle loro stalle dorate, d’un tratto fiutando l’avvicinarsi di un potere, ecco che si ripresentano alle folle, con il gel sulla criniera e con la sella da re, a ringhiare come cani. Le nitrate, chiedo perdono per il termine fuori vocabolario,  a significare la squallida retorica cavallina di tempi vecchi e fascistizzati, si susseguono con impeto e con vesti improprie di responsabilità. Corrono gli stallieri ad accudire il cavallo vecchio, a sostenerlo con forza nelle probabili cadute… di ogni tipo. Corre la folla sbigottita al passo del cavallo. Sorridono i somari nuovi (i cavalli veri), non nitriscono, non latrano, ma si preparano al passo giusto, cadenzato ai tempi nuovi. Vedo dunque il cavallo e non la cavallinità?

 

 

 

Nel bel mezzo c’è uno specchio

Gli scaffali dei libri coprono tutti i lati, in mezzo c’è uno specchio tondo e illuminato di pagine infinite di libri. Non vi sono gallerie verticali né orizzontali, ma alcuni labirinti si trovano negli spazi di pagine mandate al confino, autori un po’ maledetti, ma soprattutto scomodi ammassati nella polvere dell’indifferenza. Lo specchio sta in mezzo, riflette la coscienza di una comunità, degli scrittori, dei filosofi, dei poeti. C’è un ordine generato a mo’ di simpatia, di affari comuni, con pedanti bibliografie e parole sporche disseminate sui muri. Il luogo è un linguaggio che balbetta l’impalpabile sfumatura della cultura. Tutto è regolamentato per dare e non dare voce, per dividere e moltiplicare differenze e diversità. Regolamenti, norme, codici per un ritorno alla fascistizzazione della cultura, al libro del podestà, alla fantasmagoria del regime. Nel bel mezzo c’è lo specchio che nasconde le trame, occulta il dissenso, riflette assiomi banali. C’è il potere di trattenere e di non includere, in ossequio a scellerate norme di regolamento, idonee a ricostruire una scala e una proporzione politica per riaffermare il principio del nulla (nihil per excellentiam), della non contraddizione. Allora dove sono le voci dei libri, degli scrittori, dei filosofi, della gente? Quale altezza degli scaffali è necessaria? Quale altezza dei bisogni della gente è necessaria? Nel bel mezzo c’è lo specchio che ormai indica un luogo immaginario, di un tempo che è stato e che, con voce alta, chiede la presenza della gente. I libri vivono se vivono gli uomini, se la gente ha voglia di riunirsi, di incontrarsi per un abbraccio di pagine e di opinioni. Ritorniamo al libro, ai libri, alla gente, alle parole, alle opinioni. Ritorniamo liberi come eravamo un tempo, senza lacci e corone, senza fasci di parole inutili. Ritorniamo al luogo al quadrato, a quel luogo immaginato da Borges  con innumerevoli stanze esagonali, sviluppata in orizzontale e in verticale, per ritrovare tutti i libri  possibili: tutte le innumerevoli combinazioni di segni grafici possibili. Non perdiamo altro tempo. 

Ad ogni rintocco

I poeti non sono  indifferenti al suono della campana del Paese, per quanto vicina o lontana possa battere. Pessoa ce ne dice qualcosa in Impressioni del crepuscolo. Versi  che richiamano altri tempi, quando l’anima echeggiava nel rintocco di una campana. La voce di una campana è la voce del mondo, che si insinua nelle banali cose di ogni giorno per sorprendere il tepore dell’anima, smuoverla dalle abitudini verso l’armonia di un suono che scrive nello spartito del cielo l’armonia del mono, della gente che non vuole confondersi con le beghe dell quotidianità e reagisce dolcemente alla vita pratica di un suono nel villaggio. Suono che batte il tempo e l’immaginazione, e dell’uno e dell’altra ne fa una musica per la gente. Suono che pone interrogativi ma anche speranze e concede una sosta al tempo che fugge, quasi lo allontana dal suo desiderio compulsivo di correre, di andare oltre le parole degli uomini che oscurano la bellezza e la semplicità di un rintocco. Ora, nel mio paese, al suono si preferisce l’anestetico silenzio ben imbrigliato nelle consolanti maglie delle norme e delle risposte soporifere, giustappunto per non concludere un rintocco giusto di una campana.  Il passato è soltanto un’ombra, che ben presto verrà anch’essa rimossa. 

O campana del mio villaggio,
Dolente nel quieto meriggio,
Ogni rintocco tuo
Mi echeggia dentro l’anima.
 
E è così lento il tuo suonare,
Così lento quanto triste,
Che il suono del primo tocco
Ha già il ripetersi degli altri.
 
Per quanto vicina tu batta
Quando passo triste e errante,
Sei per me come un sogno –
Mi suoni sempre distante…
 
Ad ogni rintocco tuo,
Vibrante nel cielo aperto,
Sento più lontano il passato,
Sento la nostalgia più accanto.

Il gran bazar delle verità sul rintocco dell’orologio del campanile di Tuglie

È ormai da molto tempo che il suono della sirena è stato bandito, soppresso senza una ragione. Il suono della sirena alle 8, alle 12 e alle 20 ha scandito, dal dopoguerra sino a pochi anni fa, il tempo del ricordo dei caduti in guerra cittadini tugliesi, per iniziativa del nostro sindaco Cesare Vergine. Stessa sorte è capitato al rintocco delle ore dell’orologio del campanile. Ora, a mandare la voce in giro, da un po’ di tempo si sta interessando il Bene Comune, che con interrogazioni al Sindaco e raccolte firme intende ripristinare ciò che è stata tolta alla tradizione, al nostro stesso sentirci comunità. Pare che l’Amministrazione Comunale non fornisca adeguate risposte all’assenza dei suoni e di conseguenza il caso diventa ancor di più un ‘caso serio’.  Il Bene Comune in una nota pubblicata su Facebook afferma: Quella dei suoni della Torre Civica, però, è diventata semplicemente una questione di principio e di rispetto verso chi ci ha preceduto, verso i nostri padri e verso quel senso di attaccamento alle nostre origini e alle nostre tradizioni. Sì, caro Sindaco, è una questione di principio, ma anche una questione di verità storica, di inaccettabile silenzio, di uno sfregio alla cultura. Potremmo pensare che il tempo a Tuglie si sia fermato, forse lo è davvero, forse non lo è, e quindi non vi è alcunché di necessità di avere rintocchi, orologi e quant’altro. Invece, dobbiamo evitare che i ricordi del passato creino una distanza tra noi e la nostra vita. Abbiamo paura del tempo e del suo stesso divenire? C’è una posta altissima: la passione e la voglia di tramandare e preservare le nostre tradizioni, già depauperate da alcune scellerate iniziative. La verità è legata al linguaggio, alle parole, alle azioni. Dire, ulteriormente dire è un atto di coraggio e al contempo di fedeltà ai valori umani e sociali. Eppure, dovrebbe essere chiaro che tutti gli uomini hanno messo la propria vita nelle mani del tempo, nelle sue brevi e infinite ore, nelle sue maglie dell’incertezza, nel suo libro della memoria. Invece, illogicamente a Tuglie il suono del tempo è vietato, è stata creata la pausa del tempo, generato il non-tempo, le strade prive delle arterie dei rintocchi, lo spazio fisico delle condivisioni e delle rappresentazioni di vita della comunità è compromesso.

L’idea di falsicabilità come criterio di demarcazione della verità è data appunto dal silenzio, dal non detto, dai continui rimandi che l’Amministrazione Comunale utilizza senza giungere a qualcosa di concreto come risposta ad un’istanza cittadina.  Allora, è necessario ribadire il concetto: le tradizioni e usanze del nostro paese sono ritenute importanti non solo come eredità storica ma anche per il potere che hanno di creare un legame tra l’eredità culturale del proprio territorio e le nuove generazioni. È cosa da poco? No!

Il silenzio non diventi l’terno enigma del mondo, si trasformi nel suono ideale del tempo, dettato dai rintocchi dell’orologio.

Caro Sindaco, Lei è stato investito della questione più antica e filosoficamente dibattuta, il tempo.