Il libro dell’inferno

Dei libri che cerco non ho idea. Ho l’idea, però, del libro che un giorno si presentò a me come un demone, e non seppi leggerlo. Ancora adesso mi ritorna in mente quel libro come un gioco linguistico senza regole. Allora, adesso vorrei fingermi demone e mettermi alla ricerca in inferno. Mi fingerò demone per confondermi. Attiverò falò di parole nei momenti di rimandi dei tempi sospesi. Non avrò luna né sole, fiamme soltanto. Il paradiso smetterà di perseguitarmi. Vorrei il libro indicibile, difficile da comprendere ma chiaro nell’idea di una stagione d’inferno, di fuochi incontrollabili, serpeggianti nei luoghi di comodità. Vorrei l’inferno che non c’è ancora, da leggere nel libro dei demoni: il titolo? è già un inferno.

 

G. & P. Carachino, la storia di un commercio

Chiude lo storico negozio G&P Carachino, unico negozio di calzature di un piccolo paese del Salento, Tuglie.  Il tempo purtroppo è inesorabile allorquando non vi è più continuità di un ‘fare’. La piazza Garibaldi avrà fra poco un tassello in meno, un’assenza che darà nostalgia di un passato; avrà soltanto una storia minuta di un commercio che per quasi un secolo ha dato un servizio con simpatia e serietà. Fu Paolo Carachino senior agli inizi del Novecento ad impiantare nella centralissima piazza di Tuglie un negozio di scarpe, poi confluito a Gino ed infine a Paolo junior.

Il negozio con la sua insegna spartana e inequivocabile dà l’immagine di vita di una comunità operosa, che con fiducia si è sempre affidata alla competenza dei Carachino per avere scarpe comode e di qualità. Paolo junior giunto all’età pensionabile potrà dedicarsi a tempo pieno alla sua passione, la Juventus. Difatti, questo negozio parla incessantemente, con i tanti cimeli disseminati su scaffali, pareti e bancone, della squadra degli Agnelli: un piccolo tempio della squadra più amata e odiata d’Italia. Paolo è il simbolo della passione calcistica juventina, l’eco di una squadra sempre nel cuore e nella mente. Il negozio è punto di incontro-scontro con i tifosi, con gli amici, con la gente del paese. L’atmosfera della piazza non sarà più quella di una volta, dove Paolo con la sua presenza ha eretto il proprio monumento della simpatia con il suo fischiettare e le battute veloci e sorprendenti sull’agire umano. Un negozio che ha avuto anche come ospite d’eccezione, per tanti anni, – appeso sulla facciata d’entrata – un canarino, sempre a cantare note di spensieratezza, fintantoché un gatto maldestro in una giornata estiva non ha inteso di ‘portarlo con se’ per farne un boccone. Maledetti gatti che al bisogno della pancia non ravvedono nessun’altra esigenza, ma soprattutto nessun rispetto per gli ‘altri’.

Siamo giunti, quindi, alla fine di una storia, scritta per molti anni sui muri della piazza, sui volti della gente, sulle pagine evanescenti dell’oblio. Paolo ha una parola sempre per tutti, anche per coloro che passando per la piazza rallentano la marcia dell’auto per proferire qualcosa contro o a favore della Juventus. La risposta, o meglio la battuta, è sempre a portata di mano, con il sorriso e la giusta ironia. Ecco, Paolo è il personaggio che caratterizza il paese, diventando egli stesso autore e attore di se stesso in una comunità che sa raccogliere l’invito alla teatralità e al divertimento. Ma in questa mio piccolo racconto di Paolo, non posso sottrarmi dall’obbligo di citare alcuni dei suoi amici che puntualmente ogni giorno più o meno alla stessa ora vanno a trovarlo: Dino Pispico, Martino De Matteis. C’è difatti l’incombenza di ‘fare’ la schedina, di ragionare compiutamente all’assegnazione dell’1, x, o 2: una riunione necessaria dove viene posto il problema del razionale e della statistica per comprendere il principio di svolgimento di ogni singola partita di calcio. Mi viene da dire, un fenomeno tragico della vita che si presenta come l’ultimo residuo irrazionale di una dottrina filosofico-calcistica, che nel corso degli anni si è consolidata e sviluppata nella tragicità della fortuna, che cieca e sorda volge sguardi altrove e non considera le istanze che gli pervengono da questo piccolo negozio, dove si svolge il divenire del calcio surreale e irraggiungibile, nel tentativo di trovare la soluzione ottimale che possa oltrepassare la statistica e l’incertezza della realtà. In fondo, Paolo, Dino e Martino inseguono il sogno della perfezione e dell’importanza di un risultato calcistico, che molto spesso va oltre ogni loro ragionevole previsione. Ma loro ci riprovano sempre, non demordono e il ‘fatto’ si ripete ogni settimana. Così va la vita.

Paolo conforta e diverte il cliente: un numero di scarpe se non c’è compare per magia, un colore viene sostituito con un altro, un modello viene realizzato all’istante. Ciò che non c’è, in realtà c’è.  La sua arte di vendere è semplice e immediata: convincere con il sorriso e la simpatia, ma soprattutto con la qualità del suo modo di essere sempre quello che è con tutti. Ha sempre praticato il suo ‘onesto mestiere’ di commerciante. La sua vita è un’armonia di un spartito composto di note di colore e di semplicità che riflette l’indole buona e genuina dell’uomo che sa mettersi al servizio degli altri senza molte pretese, con dedizione al proprio mestiere.

E allora, di questo negozio forse rimarrà ancora l’insegna che per tanti anni ha dato visibilità alla quotidianità di un paese, rappresentando e costruendo ogni giorno la storia non soltanto di una famiglia ma di una comunità. Rimarrà, altresì, non il ricordo ma la presenza statica di un monumento invisibile che raffigura la gioia di vivere, la tradizione di un passato che volge al termine, poiché è nelle regole del tempo porre fine ad ogni vicenda, obbligando gli uomini a rivivere nell’oralità di un racconto la storia di un negozio che ha fatto parte dell’arredamento urbano della piazza di Tuglie e del cuore di tanti tugliesi.

Il mio amico Principe

Sono vent’anni che trascorro le serate estive in compagnia del principe Giovanni Valla della dinastia degli Asburgo. Serate con caffè in ghiaccio e parole in libertà che il principe trasforma con maestria in altre, dando un senso letterale e letterario diverso, manipolando nomi e cognomi, sconvolgendo eventi e immaginando nuovi mondi.

Il principe elegante e mite, sornione, dilata conversazioni in un senso unico di divergenze quasi impossibili da comprendere, competente ed erudito, raggiunge il Salento il 1° luglio con sua cugina Donna Rosa Hachmer, duchessa di Hallstatt. Valla a tavola ogni giorno immancabilmente gusta uova sode e brodo di gallina, servite dalla sua domestica Giuliana. La moglie del principe, popolana di Salisburgo, predilige la pizza e i panini, donna sbadata infastidisce con frequenza il principe, tanto da provocare furiosi litigi che si risolvono immancabilmente con una risata fragorosa.

Questo mio amico,  del quale mi avvalgo ogni sera insieme ad altri poche personalità della cultura, mi rallegra e mi rincuora; mi distoglie da problemi esistenziali, mi pervade di felicità. Insieme leggiamo e trattiamo pagine memorabili di letteratura e di filosofia, insieme rileviamo errori astronomici e matematici ancora irrisolti, insieme elaboriamo teorie lunari, nonostante gli interventi poco graditi di sua cugina Donna Rosetta, che tra un ballo solitario di valzer, un gelato, un cornetto, si insinua nelle conversazioni come il mago delle stelle che si chiede con insistenza che cosa siano l’infinito e l’eternità. Sopportiamo, dunque, le invadenze, ma al contempo non riusciremmo a fare a meno delle sue intemperanze e di qualche illustre (poco) ospite con cane.

E così vanno le serate di luglio, agosto e settembre, sotto il velo di scirocco che il clima salentino ci regala, con la luna che a nostra insaputa si cambia d’abito e si rende bella per Donna Rosetta, e le stelle insonni che non spengono mai la luce.

E così vanno le nostre conversazioni nella liquidità del tempo, in una sorta di tempo nel tempo che difficilmente muove se stesso e resta immobile nelle nostre mani, affinché possa subire una trasformazione eterna di un momento che ci appare e ci scompare in mille situazioni di incongruenza letteraria e filosofica. I ventagli andalusi che donna Rosetta sfoggia ci illudono di refrigerio: ma quale brezza infatti potrà mai ella generare? La brezza del delirio? La brezza delle rose gentili, di cui è figlia e madre, madonna dei fiori di Sanarica, nonché consolatrice degli afflitti? Donna Rosetta in virtù della rosa recita rosari e litanie, immersa nei fumi dell’incenso e nella fragranza dei fiori d’arancio, splende superba nella sua bellezza. Devota di Santa Liberata e di tutte le sante del Paradiso, non disdegna però approcci religiosi con altri santi.

Ecco la mia estate: il solito divertimento che da vent’anni non mi lascia, che mi bevo ogni sera nel caffè in ghiaccio che la maledetta domestica ci serve con indignazione e sofferenza; non ne conosco il motivo. Mugugna, comunque, tutta la servitù di casa del principe. Non posso svelare altro: il principe potrebbe riprendermi. Fra poco le ombre della notte estiva si appresteranno a coinvolgerci nelle loro insignificanti barlumi di luce che non rischiarano nulla ma rendono almeno per un po’ il senso della notte e della baldoria delle parole che il principe dopo la cena metterà in scena.

Così va la mia insolita, fantasiosa, irriverente estate di parole e di anagrammi, di verbi inventati, di avverbi nuovi. Ci perdoni la Logica.

Il non-tempo di Peppino

E il suo modo di vivere è il più pirotecnico: è quel modo di vivere del tempo, che a noi è concesso per breve e tardi tempo, ma non è lo stesso tempo, è quel tempo giustappunto necessario per destabilizzare quell’equilibrio ammuffito di ordine di tempo che non produce più nulla.  A noi questo è impossibile, ma a Lui non è impossibile, poiché l’atto del suo vivere è in potenza di disordine. E anche per noi, disordine e ordine non si concludono se non per azione propria di Lui, poiché egli mette fine al non-tempo, a ciò che non può essere più tale per una verità di tempo, di direzione compiuta e abusata e fin troppo determinata in lunghezza di agire di un pensiero che non sta più nel tempo, ma nel non-tempo.

Pensiero di pensiero è l’atto di tempo, in virtù di questi presenti e di quelli passati, anche senza più speranze e senza più ricordi, perché il disordine ha colto di sorpresa le travi del tempo.

Il disordine nel suo massimo grado ha per presupposto di oggetto un nuovo  disequilibrio disgregatore anche delle follie di donne e di uomini. Oggetto che diviene forma di intelligenza e di onestà, coincidenti nell’unita di un pensiero che si realizza nella forma di una sostanza sovrasensibile, un’altra divinità, che del mito è nemica –  ma nel libro di ciò che fu scritto dai precursori della verità – essa è l’essenza di un’identità vera di tempo.

E l’eternità continua ad essere ciò che deve e mai cessare di essere: costante e rivoluzionaria fase di destabilizzazione del non-tempo, e insediamento del tempo delle cose: motore immobile di un movimento che, nel disordine del proprio e altrui universo,  è sapienza e ricerca di vita, di energia, che fa muovere,  poi,  tutte le cose.

E il suo modo di vivere non è di sobillazione, non è neanche di destabilizzazione,  è subordinato alla necessità di costruzione di un tempo che non sia non-tempo, è un tempo di acquisizione delle assenze, è rafforzamento delle presenze,  è annullamento dei contrari, è principio di mutamento delle cose sensibili, è indipendenza dal male, è possibilità delle impossibilità, è differenza di tempo, è orologio di tempo anteriore, è molteplicità, è il fine di se stesso e degli altri, è universo incorruttibile e inalterabile.

E il suo modo di vivere è il più eccellente fra tutte le parole che declinano i modi e i tempi dei verbi nei consueti e inconsueti discorsi del non-tempo, nonché è la voce della divinità che è verbo, e il verbo penetra nelle parole ingiuste e le purifica, e il non tempo è così sconfitto nel tempio del tempo.

E il suo modo di vivere è dunque il più eccellente: è quel modo di vivere che a noi non è concesso, non è dato, non è percepito, non è pensabile. Spiega il movimento  e il principio di ogni causa, equilibrio-disequilibrio di se stesso e degli altri, movimento  di moto in universalità di intenti e di propositi sempre giusti nell’idea-sostanza della divinità.

 

 

 

Iperbole

Pegaso è il suo nome. Bianco con criniera morbida e fluente, occhi di fuga, zampe di libertà per assalti, coda in slancio. Sui cieli e sui mari calpesta nuvole e onde con il vento contrario – ventimila leghe sotto il mare.

In fuga dal destino degli uomini bianchi pallidi ingrati, inscrive la sfera di cielo con geometrie di archi e sobbalzi di armonie.

Al perielio finirà indenne la sua corsa come viaggio policromo di salvezza. Pèrula di un frutto inatteso.  Pegaso è generoso con i magiari, gli ittiti e gli achei, e gli altri di terre diverse e convesse, remote. Non disdegna il colore nero di un continente scarso di maggengo, fiero in fieno giusto del suo colore forte anche nello stabbio. Non gli interessa la mistione. Sorveglia sotto la specie del dio che osserva e governa il cambiamento inaspettato sui mari agitati di braccia e dolori, soffoca le voci grezze di ampiezza e di ruggine dei falsi rassicuranti. Sprona gli uomini giusti affinché all’interno del sistema siano capaci a trarre benefici delle differenze e a irrobustirsi di pluralità di colori. Pegaso galoppa, concentra il suo sguardo sui volti dilaniati dal freddo e dall’ingiustizia, corre in soccorso con le sue ali di abbondanza generosità.

Questo sogno mi è stato dato in una notte di resistenza, di fatica e di eccessi di pensieri. Ho mitigato l’incertezza in un’ipotesi astratta di certezza, affinché di questo per(corso)- sogno fantastico non dimentichi la spiega di Fabio e i suoi insegnamenti. Ho appreso che la conta non conta; vale  la singolarità di un’ operazione aritmetica che in una formula di giustezza di calcolo non distingue il colore della pelle né le gerarchie di Gobineau. Scambiamoci dunque i posti con gli occhi lucidi di ragione in un orizzonte in cui tutto appare ravvicinato nelle sue molteplici forme di tutto ciò che è inatteso, non immaginato, né sognato, né teorizzato, ma semplicemente inatteso.