Iperbole

Pegaso è il suo nome. Bianco con criniera morbida e fluente, occhi di fuga, zampe di libertà per assalti, coda in slancio. Sui cieli e sui mari calpesta nuvole e onde con il vento contrario – ventimila leghe sotto il mare.

In fuga dal destino degli uomini bianchi pallidi ingrati, inscrive la sfera di cielo con geometrie di archi e sobbalzi di armonie.

Al perielio finirà indenne la sua corsa come viaggio policromo di salvezza. Pèrula di un frutto inatteso.  Pegaso è generoso con i magiari, gli ittiti e gli achei, e gli altri di terre diverse e convesse, remote. Non disdegna il colore nero di un continente scarso di maggengo, fiero in fieno giusto del suo colore forte anche nello stabbio. Non gli interessa la mistione. Sorveglia sotto la specie del dio che osserva e governa il cambiamento inaspettato sui mari agitati di braccia e dolori, soffoca le voci grezze di ampiezza e di ruggine dei falsi rassicuranti. Sprona gli uomini giusti affinché all’interno del sistema siano capaci a trarre benefici delle differenze e a irrobustirsi di pluralità di colori. Pegaso galoppa, concentra il suo sguardo sui volti dilaniati dal freddo e dall’ingiustizia, corre in soccorso con le sue ali di abbondanza generosità.

Questo sogno mi è stato dato in una notte di resistenza, di fatica e di eccessi di pensieri. Ho mitigato l’incertezza in un’ipotesi astratta di certezza, affinché di questo per(corso)- sogno fantastico non dimentichi la spiega di Fabio e i suoi insegnamenti. Ho appreso che la conta non conta; vale  la singolarità di un’ operazione aritmetica che in una formula di giustezza di calcolo non distingue il colore della pelle né le gerarchie di Gobineau. Scambiamoci dunque i posti con gli occhi lucidi di ragione in un orizzonte in cui tutto appare ravvicinato nelle sue molteplici forme di tutto ciò che è inatteso, non immaginato, né sognato, né teorizzato, ma semplicemente inatteso.