MATILDA

Rose rosse bianche e gialle
Ghirlande di cielo
Lune di attese
è Natale a cavallo
di campagne di gelsi
un bambino non gioca
guarda il vecchio di panchina
Come sempre
Nella grande piazza
adornata di fiori di luce
è fine di tristezza
La banda suona
Matilda si adorna nello specchio curvo
il cammello non ha la gobba
i magi si ubriacano all’osteria di Archimede, eppure
è lunedì, ah
La banda scorre
La gente si confonde, e Matilda
non ha il cappello, ah
La banda va
Vincenzo va, va
Matildaaaaaaaaaaaa

Il cuore indocile della Strega

La sua mania di vivere fra fumi già è voce – spartito, [i libri corrosi dal tempo nella nevrosi asfittica  della città non hanno copertine], fanno festa grande i bambini in tribunale con Pinocchio, ma Babbo Natale si ubriaca.

Ah, non si respira più, i magi non trovano il deserto: dov’è il Bene? Ridono e si spacciano in versi di cornacchie. Nuda sulla pianta invece prendeva la luna la Strega [la memoria è nevrosi di moda].

Vincenzo urla: Arrivano? Chi? Ma chi sono? Boh? Piove luce rapida, suscita colori di arcobaleno onorario, dunque è la Voce? Boh? L’udienza è già bell’è pronta. Ah, sì, veramente? Eh, vedrai, vedrai!

Sghignazzano i figli di Eva, e lei con il seno nutre i miseri, annunzia il cielo e prepara la terra,resiste alle lusinghe infide. Il valium in vena, le mani congiunte sussurra: Scenda su di voi lo Spirito. Arrivano i gendarmi, la Strega stramazza con lacrime di sangue. Ah, la memoria? Si! Vincenzo: Siano i suoi lamenti giubilo. Tutti: Evviva, la Strega è morta! Arrivano finalmente i magi. I pastori si riprendono le pecore.

 

Tanti asini in giro

Può ben dire la sua un leone, quando a dir la loro ci sono tanti asini in giro.

 

(W. Shakespeare, Sogno di una notte di mezza estate)

Una corsa in littorina

Prendere il treno, anzi la littorina risvegliava in me ricordi di gioventù. Ma, allora il treno era giocoso e tagliava il paesaggio in alcuni tratti, in altri lo riproduceva nella sua semplicità. Era buio del lunedì 13 novembre, ore 18,35.  Dentro il vagone un’aria strana, pochi passeggeri estraniati, una luce di caverna. Si muoveva su una tratta breve con lentezza e  discontinuità. Tre fermate cariche di tempo e di attesa. Stazioni abbruttite e chiuse, come caserme abbandonate con lucchetti e ferraglie, qualche viaggiatore, alberi e fiori dintorno appassiti. Rimaneva qualche bagliore di luci che filtrava nel buio e null’altro. Non avevo magie da deliziare né occhi per musica di panorama.  Ero in un ‘luogo’ che non era più mio, forse di altri, di nessuno, di qualcuno…

Oltre ogni ragionevole logica di lettura

Era puntiglioso nella sua mania di lettura:  la sua vita era solo un sogno fra le nuvole in un mondo di immagini approssimate alla nitidezza dell’ipocrisia.  Gli piaceva precipitare nel silenzio delle pagine dei libri, inventati scritti e custoditi nella sua casa di periferia, obliqua con fiori e piante dappertutto, in periferia del paese, là dove ogni cosa era strumento di scrittura.  Leggeva non per vivere, ma per ricordare; odiava le illusioni e i rombi della frenesia dell’azzardo che sfuggivano ai suoi occhi colmi di complessità. Sorrideva quanto bastava per elargire un comodo rispetto agli amici ipocriti. Discuteva con moderazione, senza appigli filosofici. La gente lo ignorava e lo detestava.

La polizia più volte gli aveva intimato di sospendere la lettura pubblica. I libri nella sua città non erano visti con favore, e lui era stato più volte diffidato dalle autorità per porre fine alla sua attività di scrittore e di mercante di libri e di parole, di pagine scritte all’istante, di poesie inutili.

Nel silenzio melanconico della sera, mentre ogni desiderio suggeriva immagini di luna, sul balcone della sua casa, leggeva il suo libro preferito Il tramonto del sole del poeta Aziz Abazah, in attesa che quanto era stato già deciso si concludesse.

Era sereno nella turbolenza della memoria, della quale osteggiava la nostalgia e la malinconia che da essa inevitabilmente derivavano. Prediligeva la sterilità delle emozioni confezionate su misura senza impeto per non eccedere nel sentimentalismo che nello scorrere del tempo si corrodono di lacrime.

Il giorno del suo arresto la polizia lo trovò per terra con gli occhi insanguinati: aveva preferito perdere la vista per sempre.

Il mio paese è triste

Settembre mette a posto l’euforia estiva, ordina le nostre abitudini. Vedo il mio paese triste. Il campanile si storce, forse nell’estremo tentativo di addossarsi sul selciato della piazza per riposarsi della fatica dell’altezza, forse perché non vede le rondini né il cielo di una volta. È triste il mio paese. La chiesa appare disadorna, i santi ammutoliti, la Madonna è in cielo. L’incenso asperge fumi di indifferenza, gli scanni vuoti, le preghiere mute non si odono. La chiesa non è più una fabbrica sacra. Un palazzo gentilizio retrocede, le case si arricchiscono di grigio: non ci sono i colori di una volta.

Il paese è triste, settembre poi andrà, verrà ottobre, chissà…

Vedo donne minacciose, uomini incauti, bambini impazienti delle percosse della sorte. Eppure il mio paese si raccontava con gli occhi chiari e lucidi. Il palco mi pare pronto, gli attori e le attrici si compongono e sorridono. Ecco un luogo prende su di sé i caratteri un po’ solenni, e forse sacri dell’origine. La storia qualcuno la racconterà, forse un nano vestito di nero, forse una principessa di satana, forse un poeta forestiero.

Adesso il rumore è assordante, batte in aria le mani, diffonde il sapore acre della vendetta e dell’odio. Ahi, il mio paese è triste.

In nome del prete

Presentazione del libro

Chiesa Maria SS. Annunziata (Tuglie)

18 settembre 2019

L'”Associazione Amici della Biblioteca” con il patrocino del Comune di Tuglie e della Provincia di Lecce, presentano il libro di Elio Ria In nome del prete (Terra d’ulivi edizioni).

Partecipa Mons. Fernando Filograna, Vescovo di Nardò-Gallipoli.

Relatori: Padre Roberto Francavilla e Giuseppe Mormandi.

Ospiti: Paola Sperti (Pres. Ass.ne “Amici della biblioteca”), Antonio Gabellone (Pres. Prov. di Lecce), Massimo Stamerra (Sindaco Comune di Tuglie).

Intermezzi musicali a cura dell’Orchestra S. Cecilia – Città di Taviano” con il maestro Vincenzo Guida, il maestro direttore Antonio Mariani e il soprano Antonella Alemanno. 

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Una giornata indimenticabile con amici di Tuglie e di Nardò per la presentazione del libro di Elio Ria.

Aria di festa in chiesa, ma anche commozione che preannunciava un nuovo inizio per la comunità tugliese. Non ha importanza ciò che si sarebbe potuto dire o fare ulteriormente, conta il passato che in un futuro avrà il suo peso storico.

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Con l’umano calore e la necessaria disillusione, Elio Ria ricostruisce e descrive quel legame che in maniera tante volte insana tante altre profonda si instaura tra un paese e il proprio prete, tra una piccola comunità e una figura tanto grande da diventarne il fulcro, il simbolo, l’esempio. Si comincia recitando «In nome del padre…» e si finisce per dire In nome del prete. Talvolta accade però che una tale figura venga ricordata con maggiore affetto che non diffidenza, con maggiore stima che non disprezzo, ed è certo il caso di don Emanuele Pasanisi, i cui tratti personali e religiosi sono investigati a fondo per decifrare quelli di una realtà sociale che appare invece sempre meno gratificante per chi la osservi con lucidità. Ma il mondo sociale è uno specchio che riflette il nostro mondo interiore e, al pari di questo, come scrive Elio Ria, «il mondo del prete è un mondo sconfinato, variegato, fatto di cose materiali e immateriali che include ed esclude infinite varianti di pensiero»  (Davide Dell’Ombra).

 

In nome del prete

Elio Ria

Anno edizione: 2017
Pagine: 106 p., Cartonato
EAN: 9788899089740
www.edizioniterradulivi.it/in-nome-del-prete/151

L’Autore ricostruisce e descrive quel legame che si instaura tra un paese e il proprio prete, tra una comunità e una figura importante tanto da diventarne il simbolo, l’esempio. Il libro non è la celebrazione di un prete, ma l’invito a riconsiderare l’agire umano in contrapposizione al nichilismo, al disfacimento dei valori umani e religiosi.

Elio Ria (1958) è scrittore, poeta e saggista, vive a Lecce. Si occupa prevalentemente di letteratura francese e poesia contemporanea.

info: elioria@tin.it

La necessità del bar

Il bar negli anni Ottanta era luogo incantato, dove ogni giorno all’una del pomeriggio giocavamo a briscola tra burla e urla. Il nostro preferito era il bar Cin Cin di Cosimino Toma, in piazza Garibaldi, (oggi Caffè per caso), dove programmavano le uscite per il divertimento nei giorni d’estate e nelle ricorrenze delle feste. Giuseppe, Peppe, con aria tranquilla ci rallegrava con le sue battute, mentre Paolo diriditindi rideva come un matto e Pasquale Malorgio dondolava la testa. Il bar era per noi un rito quotidiano irrinunciabile, che racchiudeva momenti di condivisione ma anche di scontri, discussioni inutili sul calcio e sulla politica, tanto da mitizzarlo a luogo storico dell’amicizia. Oggi al bar non si gioca più a carte, non c’è il fumo intenso e pungente delle sigarette, l’odore maschio del caffè, le chiacchiere, i giochi. Di quel passatempo ho solo ricordi: qualcuno non c’è più, qualcun altro è fuori, il bar, quel bar non c’è più, nonostante io ne abbia necessità. Quello spazio, quel luogo in piazza Garibaldi voluto dal misconosciuto dio del Destino non c’è. Mi mancano gli amici di quegli anni in cui la vita ci appariva lunga e bella, e niente riusciva a tenerci fermi nel vortice dei nostri desideri e speranze.  Tutto mi pare oggi sia fermo: l’orologio del campanile infartuato dal tempo, la piazza silenziosa e inamovibile, la gente… eppure un tempo ogni cosa aveva un sapore genuino di tempo, anche il caffè.

La luna del 27

Stasera, non è la solita luna: è la luna del 27. Luna mutevole.

Io, che poeta mi fingo, non sempre mi accordo a lei, neanche nelle notti difficili e insonni. Mi piace la luna sanguinate, grondante di oscurità fiorite.

Amata e verseggiata, abusata, plasmata dai poeti, dai Grandi, che le concedono onore e gloria.

A ME NON  PIACE!

Mi piace la luna in lacrime che cerca il suo sposo.

Mi piace la luna che muore, finalmente!

Mi piace la luna che litiga con il tramonto e se le danno di santa ragione.

Del suo oscuro mistero mi rattristo e vorrei essere Astolfo per sudare la sua conoscenza, conquistarla e domarla al mio istinto di scrittura fuorviante di dolcezza e mitezza.

Vorrei contenerla nel palmo della mano quanto basta per farle comprendere la stretta della vita che subiamo ogni giorno sulla terra.

Per lei ogni gioco è facile: si imbellisce  come una giovinetta e dà illusioni agli innamorati e ai poeti.

Ogni sera, quando di tondo e quando di primo quarto, cambia i colori.

Prepara letti di rose e ciclamini, colora tele di bianco per ricordarci l’altro viaggio (quel mondo dove le parole corrispondono esattamente alle cose).

Luna, non mi uccidi con i tuoi inganni, non ti declamerò mai alla maniera di Leopardi, né commetterò l’errore del cane di Mirò.

Ti ho per traverso e vorrei vederti nel pozzo, mentre affoghi e ti disciogli nell’acqua.

Luna mutevole, sprezzante, altezzosa, bugiarda, non mi raggeli con il fruscìo delle stelle.

Ti aspetterò quando l’ombra della notte cadrà pietrificante su di me, e tutto sarà ancora incompiuto.  Sì, perché la morte ci dividerà ulteriormente: io scritto nei miei versi. Tu nel cielo che non verserà una lacrima.

Non morirai. I poeti continueranno a guardarti e a innamorarsi di te.

Di me forse si dirà che pur non avendoti mai amata abbastanza, ti ho sempre cercata nei notturni diversi e incompleti, peggiori della mia vita, e ho immaginato in te la falce di argento che uccide per sedare la tua cecità.

Noi giù, tu lassù … una ragione ci sarà.

I Pappalucchi

Nella consuetudine di sempre i pappalucchi si dimenano nelle forme perverse di vanità. Dannosi a sé stessi e agli altri. Premurosi a tinteggiare di fantasia le loro idee per inneggiarsi a  super uomini. Roma li accoglie, ma li sputa altrove. Altre città si infettano. Altre ancora muoiono.

Si impupacchiano ad ogni occasione, sempre in prima fila per sorridere servilmente i loro padroni nelle attese di ricevere quanto desiderato. Affari sporchi, festini, droga, discoteca, parole in abbondanza e in silenzio per colpire l’innocenza di coloro che capitano nelle loro mani.  Vita da nababbi. Sul pulpito tuonano moralismi e sentenze per apparire gente perbene. Panciuti e magri mangiano carne e bevono birra, ruttano come porci, scorreggiano spudoratamente. Si intronizzano per celebrarsi ogni giorno ed esercitare il diritto diabolico del male. Lupi che si maritano le volpi.

Pensano di poter prendere con una mano l’oceano e metterlo nelle proprie tasche. Cinici, bastardi e vigliacchi, ma  pregano Dio con le mani giunte.  Nella loro ossessiva produzione e riproduzione di interessi intrecciano amicizie per buttarsi a capofitto nell’Assoluto. La loro bussola indica sempre il nord, poiché il sud è periferia e non interessa. Il papaluccame è ben definito da norme codificate in un libro che scandisce articoli e commi destinati a regolare l’agire, nonostante esso spesso sconfina in un orizzonte umano in cui il gioco si fa pericoloso: come la fanciulla della Bibbia che danza divertendosi nell’orizzonte di quel mondo che stava fiorendo dalle sue mani.

I pappalucchi non leggono, non sanno niente di sé stessi, neanche che moriranno. Vivono nelle vesti dorate di Messalina; maghi che spostano il sole altrove per fare della notte una donna di facili costumi sulle nubi soffici del cielo privo di stelle ma gravido di fuochi solforati. Cercano e ottengono il proprio comodo in ogni luogo e in ogni momento. Corrono con la stessa frenesia delle formiche avide che si accaparrano le briciole di pane per il granaio ben nascosto sottoterra.

Il loro viaggio è sempre di andata, mai di ritorno. Inventano tutto. Non hanno mai colpe.

Pappalucchi come dire mammalucchi, ovvero posseduti, che a loro volta posseggono e distruggono in ragione di un sentimento radicato di eterna convenienza.