Ritratto di mastro Iachelino (L.Ariosto, Il Negromante)

 

Per certo, questa è pur gran confidenzia
che mastro Iachelino ha in sé medesimo,
che mal sapendo leggere e mal scrivere
faccia professione di filosofo,
d’alchimista, di medico, di astrologo,
di mago, e di scongiurator di spiriti;
e sa di queste e de l’altre scienzie
che sa l’asino e ‘l bue di sonar gli organi;
benché i faccia nominar lo astrologo
per eccellenzia, sì come Virgilio
il Poeta, e Aristotele il Filosofo;
ma con un viso più che marmo immobile,
ciance, menzogne, e con altra industria
aggira et avviluppa il capo a gli uomini;
e gode, e fa godere a me (aiutandoci
la sciocchezza, che al mondo è in abbondanzia)
l’altrui ricchezze.

 

(Il Negromante II, 473)

Il topo Re

Battuto dai venti e dalle acque nella lunga stagione non ascoltò l’acuto grido della legge, morì il re.

In un paese dell’Italia meridionale, in basso alla punta del tacco, prospiciente il mare, intorno all’anno 1211, fu incoronato re Aipino III della tribù dei topi, figlio di Topin I e di Topessa della Murgia.

Paura, però,  ebbero le zanzare e i pipistrelli. Si prostrarono i gatti e le rane e i buoi.

Molta gloria ebbe e crebbe felice sui prati verdi. Roma non mostrò ostilità e l’alloro inviò.

I forestieri non ebbero memoria del passato, e non seppero mai dove fossero capitati.

Nessuna difesa era più necessaria, Aipino III regnava e mangiava a grandezza senza pesantezza. Nel Gabinetto di pubblica lettura leggeva sopra ogni misura di conoscenza e di scienza. Il giovedì si recava dal dotto Vane Vanzi, mentre il venerdì dal poeta Tocchi Paraocchi, discendente di Omero. Il sabato aveva usanza di andare nella vecchia chiesa del paese  a rosicchiare zitelle di annata;  la domenica puliva i suoi denti con il superdentex.  Suo zio il conte Pitzer gli regalò la biblioteca reale, guarnita di libri di bellissima sembianza con oro e nastri tricolori, dove amava passeggiare rosicchiando parole di poeti e di filosofi.

Non molto lunga fu la sua età. Morì con ipotesi di un sentimento, sostenuto da altra sorte e altra natura, senza gloria.

Si scelse allora un nuovo re dalla tribù dei cani randagi: gli fu dato il nome di Federec Ra XV e il comando di ogni forza di terra e di mare. Abbaiava troppo e per tacitarlo si decise di rinchiuderlo nella Torre sita nella campagna di Parabita, feudo del conte Gabbius Antonino da Ventura, padre di  Ignazius Preziusus governatore della Contea di Tuglie.

Si scelse ancora  un nuovo re dalla tribù dei Conti mediani della famiglia Aximus De Starre, un cavallo di media stazza che non aveva nemici durante il camminare innanzi al popolo dei gatti e delle gazze. Cortese a tempo, servile di aspetto, diceva di essere ben legato e stretto e che non poteva fare scherzi alcuni. Dimorò in ville di proprietà della  gatta di Parabita, trastullandosi come un duce seppure in assenza di luce. Gelò però sotto la favella di un noto anarchico di Parabita  tal Anonymus  Antoniunus, che latrava giustizia.  Il Gran Consiglio del Regno (dormiente) pensò che era giusto per calmare le acque di avvelenarli entrambi per disfarsene per sempre. Così fu fatto.  Seguì funerale di Stato con regine e re di ogni contrada. Giunsero da ogni paese le pettegole vergini. Piansero tutti, e a sera si  scordarono del re defunto e del suo accusatore.

Proclamarono d’urgenza re Mimotto del Botto, duca di Sfigaperpetua. Risero tutti e mangiarono in abbondanza fra pizziche e tarantelle.

Durante la festa arrivarono d’improvviso i soldati e imprigionarono il cardinale Rimerio Antes, discendente del re di Albania per presunti traffici gattari in combutta con il re Mimotto. Il re fuggì e non se ne seppe più nulla.

Si riunì nuovamente il Gran Consiglio per dare un re alla Terra di Telemaco, ma non trovarono l’accordo necessario a comporre il re per l’ostilità del principe vedovo S.A.R. Binchion Servus Semper, che con autorevolezza squarciò: «con tutti gli sforzi che io faccia qui non trovo legittimo potere, da molti eletto sono costretto a fare l’angioletto, non accetto orbene il vostro fare circospetto,invoco giustizia e chiedo che tutti i topi siano messi in catene giù nelle segrete». «Sì, ha ragione il Principe, si faccia subito re il principe Binchion», urlò il cancelliere. I topi anziani rintanati nel castello reale, decisero che serbare l’equilibrio stabilito tanti secoli fa non era più fattibile, s’imponeva la fuga verso il Cile. Arrivò però  il messo comunale Ezius degli Ozius che consegnò al cancelliere la notifica dell’Imperatore Gabbius. «Zitti » – ordinò il cancelliere –  «Il Giudice visto e considerato, premesso e ritenuto, accertato, e non accertato, per tali motivi nomina Reggente pro tempore del feudo di Tuglie Binchion Servus Semper.  Così si è deciso e così sia fatto».

Tutti a urlare: «Lunga vita a Binchion Servus Semper! W il Reggente!»

Cose normali nel paese degli animali, dove ogni cosa è messa a posto pur in assenza di assetto di guerra  e ciò che conta è la razza per tenere la piazza. Vennero da tutte le topaie i gentil topi e le gentili topesse inghirlandate e profumate. Vennero i gatti mangioni accompagnati dai compari sciacalli. Vennero in tanti, in molti, e si stanziarono nei prati e nelle ville. E tutti danzarono e mangiarono, bevvero e scordarono.

 

Dialogo tra un poeta e un filosofo – SITOSOPHIA

Ho inventato un amico perché mi sentivo di non averne. L’ho trovato per caso nelle pagine dei miei libri, in un momento di ripensamento sulle cose che avrei dovuto fare, prendendomi così una manciata di tempo solubile nei miei ragionamenti di sconfitta, di amarezza, nonché della vittoria che esse implicano a favore della realtà, eterna dominatrice dei fatti e degli uomini.

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In difesa dell’asino

Montaigne dedica nei Saggi un piccolo e significativo interesse a questo animale, apostrofandolo con il termine ânerie, l’equivalente bruniano di asinità. Il filosofo attribuisce all’asino il titolo di animale contemplativo, ne sottolinea la natura riflessiva e meditabonda, elevandolo al rango di filosofo.

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Gatto

Te ne vai nella quiete di questo mondo con passo felpato, ti fermi e guardi, va bene la colonna di pietra, appena addobbata di gelsomino, ti stendi socchiudi gli occhi per un pisolino, appena disturbato dalle solite cicale che non smettono, e  a tutto fiato stonano note di estate, apri gli occhi quando l’ape ti ronza addosso, o la mosca ti cerca per posarsi sul tuo pelo, sei sempre tu, da anni a gironzare da padrone in questa piazza santa, senza mai porti il problema che sei nero, troppo nero, ridi sornione della stupidità di alcuni.

Ma tu sei gatto e gatto continui a essere gatto, sempre lo stesso gatto, da quando ti ho visto per la prima volta,  mi ricordo della tua antipatia, poi ti sei affezionato al mio strano modo d’esserti amico.

Arricci i tuo baffi felini alla vista del cane, ti prende il raffreddore, ma sei abile a sbarazzartene in un baleno, poi di nuovo vai via per strade e vicoli del paese fra gli odori di umido e di gazzosa dei bar della piazza, e pensi che gli uomini sono noiosi, ma anche le donne, come quella che vedi ogni giorno con il cappellino rosa, e che dire del postino cretino, e del prete carino, tu non hai il fardello della croce, sei morbido come il letto della regina sputi beffe e semini anime dei morti, non vai mai via per ripicca, ti lascio andare per strombazzare la tua insolenza, un giorno mi caccerai, e come coda di pavone spiegherai in un cielo rugoso le tue rime spezzate alla luna, che seppure non comprendi cosa sia, ti senti di amarla, e rimesterai per lei la tua zuppa di pesce.

Non è mai stato facile per me sentirmi grande

Non è mai stato facile per me sentirmi grande; è bella questa donna che ogni notte mi è vicina.

Dovessi chiudere l’anima mia a ogni barlume di felicità, tutti i miei momenti assomiglierebbero al sorriso di questa stagione d’estate, che mi soffoca e mi desidera ardentemente. È bella questa donna che ogni notte mi è vicina; e mi consola l’ultimo raggio di sole che trattiene tempo nel suo ultimo saluto alla sera.

Non è mai stato facile per me sentirmi grande, neanche quando il cuore prepotente in eterna lotta mi ha escluso da ogni sogno.

Sono cieco in un branco di ciechi che s’incontrano e si trascinano dietro la inesorabile fatalità. L’umana prudenza potrebbe rompere questa catena invisibile d’infiniti minimi.

Non è mai stato facile per me sentirmi grande. Dell’avvenire sono ombra:  tremo al male che mi farò, un’ultima speranza non ha adunanza e non mi è dato passeggiare, immobile, immobile.

La ginestra

Il canto composto nella villa Ferrigni a Torre del Greco, nel 1836 e pubblicato per la prima volta nei Canti a cura di Antonio Ranieri in Firenze nel 1845. È l’ultima opera di Leopardi, in cui non parla di sé stesso. Il suo approccio , o meglio, la sua vocazione a identificarsi con la natura è il suo modo di funzionare prima ancora del registro poetico, ed in questo modo egli è universale, al di fuori di ogni contaminazione e contatto storico con la vita. «Un uomo di cui i biografi attestano che non visse mai, che non conobbe mai la vita, e quando si legge qualcosa di lui sembra di vivere per la prima volta, o addirittura scoprire di vivere[1]».

Si tratta di una canzone libera di sette strofe di endecasillabi e settenari, dove ogni strofa viene chiusa da un endecasillabo, con qualche rima nel mezzo e in fine di verso.

Sotto il titolo il poeta riporta una citazione evangelica:

« Καὶ ἠγάπησαν οἱ ἂνθρωποι μᾶλλον τὸ σκότος ἢ τὸ φῶς.

E gli uomini vollero piuttosto le tenebre che la luce »

(Giovanni, III, 19)

[1] Giacomo Leopardi, Canti, (a c. di N. Gallo e C. Garboli), Einaudi, Torino 2008, p. 273

 

 

 

Dio è in missione

C’è chi non ha casa adesso; non l’avrà più;

osserva albe mute e disfatte.

Nel giallo dei pomeriggi di giugno digiuna mezzogiorni

ancor quando il giorno fa pieno di lampi, tarda è la sera.

 

L’arsura depone le braccia alle ombre dei pini barbuti e maturi,

incerto è il tornare sui lunghi fogli di una volta a scrivere, e il

frutto della pazienza è nel campo che pare dimenticato.

Il sole in alto spreme speranze, singhiozza il cielo

– un torbido rumore non si è trattenuto, paurosamente volge!

dio è in missione, ancora!

Kavafis, Quanto più puoi

 

Farla non puoi, la vita,

come vorresti? Almeno questo tenta

quanto più puoi: non la svilire troppo

nell’assiduo contatto della gente,

nell’assiduo gestire e nelle ciance.

 

Non la svilire a furia di recarla

così sovente in giro, e con l’esporla

alla dissennatezza quotidiana

di commerci e rapporti,

sin che divenga una straniera uggiosa.

 

[1913, traduzione di Nicola Crocetti]

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Costantino Kavafis (1863-1933), poeta e giornalista greco. Si autodefinì un “poeta storico”, poiché riprese la memoria storica dando voce a figure storiche dimenticate o fittizie.

L’incertezza della vita, i piaceri, la psicologia degli individui, l’omosessualità sono alcuni dei suoi temi preferiti.

Le sue poesie “riconosciute” sono 154. Tutte pubblicate dopo la sua morte.

 

Paolo lo zebrato

L’aria ogni giorno è sbarazzina nella piazza principale del paese: c’è Paolo a parlare della sua squadra del cuore. Il  primo pensiero del mattino è il Corriere dello Sport per confortare e irrobustire la fede calcistica. Un amore che non ha mai subito tentennamenti neanche nei momenti meno fortunati e turbolenti degli scandali e degli imbrogli, della retrocessione in serie B, delle inchieste giudiziarie. Altre cose ormai che appartengono al passato, occultate, considerate come invenzioni d’inganni e maldicenze contro la Signora… Signora? Mah!

Chi avrà l’audacia di leggere queste righe sappia che dovrà liberarsi di ogni passione per la propria squadra, adorare l’unica e grande Juventus, non dovrà scandalizzarsi del contenuto poiché non vi è in esso né male né infezione semmai perfezione di fede. Meglio comunque di riso che di pianto scrivere. Voi tutti ochette  di interisti e milanisti, dediti a gufare per le imprese della Signora bella e tracagnotta che non declina inviti a passare da un letto all’altro, prostituendosi con eleganza. Ah, che donna!

D’altronde Paolo Carachino è il tifoso per antonomasia, senza nulla spartire con Luigi G Longo (sfigato milanista), tantomeno con Antonio Scarpa – capo di una schiatta di tifosi interisti piagnoni. Il nostro Paolo con la sua capigliatura bianca e l’incedere veloce dei suoi piedi di piombo,  periodizza vittorie e coppe, scrive la biografia di Puffon, ama docciarsi con il Vidal.  È  l’uccello che canta le arie delle opere e sparge per la piazza l’armonia. Cinguetta la marcia  a tubo, istiga Quintino (il giovane Mourinho), si fionda nel Bar per caso, smonta teorie e strategie, urla Juventus; si inorgoglisce per la sua squadra vittoriosa contro il Monaco (militante nel campionato francese di serie B). Sorride e come un folle va su e giù per la piazza con in mano il giornale sportivo, diméntico ormai di quel conte dalla parrucca ballerina e dal temperamento irascibile che sul campo turco coperto di neve raggelò per la sconfitta subita.  Allora non c’era da stare allegri. Oggi invece Rubentus vince e fa incetta di calci di rigori: rigorosamente concessi dagli arbitri all’ultimo minuto secondo quanto stabilito dalle nuove norme del regolamento del calcio.

Paolo lo zebrato è il guru dei tifosi della Rubentus. Nella sua attività di catechizzare le giovani leve è coadiuvato da Dino, sul quale proietta il proprio credo facendo ricorso a qualunque fantastica e stupefacente teoria calcistica. Dino è il guardiano dell’impero juventino, discute pacatamente; è tra l’altro nietzschiano e non disdegna disquisizioni filosofiche al bar  accompagnate dallo scampanio di bicchieri. Ironico, sempre pronto a dimostrare e a denunciare l’assurdità malvagia dei tifosi antijuventini.

Paolo è anche il ragazzo perbene, disponibile e gioioso. Il suo negozio di calzature sito al lato estremo della piazza del paese è l’unico del paese. Senza dubbio è da considerare il più antico negozio: dal 1900 “veste” i piedi della maggior parte dei tugliesi. Il nonno Paolo fu abile artigiano nella sua bottega all’aperto nel cortile del Palazzo Panunzio; confezionò e riadattò scarpe consunte dal tempo e dalla fatica dei passi. Altri tempi – ovviamente senza nessuna audace comparazione con quelli calcistici – ma certamente più congeniali in un contesto di vita corroborato dalla condivisione delle cose e delle passione, con persone che insegnavano mestieri  ed educazione e sapevano mettere a profitto il tempo. Erano tempi in cui la vita non era bella e confezionata come adesso, bisognava adoperarsi e piegarsi alle regole della fatica. Paolo ha raccolto dal padre Gino la migliore tradizione artigianale e commerciale che con dedizione  porta avanti da molti anni. Che dire altro che possa fare felice Paolo? In verità, egli è maestro nell’insegnare ogni giorno agli amici la difficoltà che insiste nella complessità dei rapporti, significando nella semplicità – depurata dalle inutili inutilità della vita –  la sapienza del vivere tra un sorriso e una battuta, tra uno scherno e un indirizzo di serietà, tra un dolore e un piacere. E allora sia fatto a mo’ di stadio il coro Paolo for ever!