Gratitudine

Acconsentire ad un dono ringraziando con il pensiero e il cuore. Acconsentire al dono è accettazione, accoglimento, gratitudine.

In un presente connotato di una profonda crisi, globale, devastante, intensiva, conflittuale, espressione massima dell’egoismo, generatrice di odio, portatrice di violenza, ricevere un dono di onestà è quasi impossibile.

Un dono fatto di semplicità e di correttezza. Il mondo e la società sono paralizzate dal mostro della finanza. L’umanità ha perso la spiritualità che per secoli le ha consentito di progredire in tutti i campi. L’interesse prioritario in primis  è il lavoro che manca e non si sa come inventarlo; in secundis il denaro che deve soddisfare la vanità. E tutto ruota e diventa centralità attorno alla moneta.

La società è spoglia. Vive in un tempo di fibrillazione e di elastica confusione con le voci dei politici che si affannano ad aggiustare ciò che ormai è in frantumi e nessuna colla riuscirebbe a rimettere insieme. Vi è una letargia comune: condizione soporifera dei principi e dei valori. La nostra umanità non si fonda su un bel niente. manca un linguaggio della comunicazione responsivo – responsabile. Forse la crisi dell’uomo dipende dall’affermazione che tralascia, che non prevede, che non include il sentirsi in debito e ringraziare.

La stupidità

Ogni giorno la stupidità è sulla bocca di molti, assente su quella di pochi. Confutarle tutte si rischia di andare dritti al manicomio. La stupidità è il retaggio di molti, una sorta di scuola che forma professionisti del domani. Essa è soprattutto una delle forme attraverso le quali si concretizzano le edificazioni del pensiero corrente, che va di moda. Non ha standard ben precisi, è in continua evoluzione. Tutti possono avvalersene.

Oggi è quasi una virtù, giacché essere stupidi fa bene agli ascolti televisivi, nel lavoro, nella scuola. È stata creata dall’uomo. Dio stavolta non c’entra niente. È l’ombelico delle idee che non potrebbero trovare una mente sana ad accoglierle. È la guida dei Grandi! Sì, ha certamente connotati diversi, ma il filo conduttore è sempre lo stesso: apparire più che contenere.

È anche un dato inoppugnabile che la stupidità sia secolare e spesso riflette un humus culturale che accetta e fa proprie le suggestioni di una vita senza valori, ma che riesce a sbalordire con pretese e situazioni paradossali, al limite della decenza e dell’integrità mentale.

Dicembre

Quando passi di qui non ti fermi, non ti chiedi perché ti aspetto. Segui il sole, che ti è compagno. Non fa niente se tu pensi che non importa rendermi un saluto. Lo so. Forse il sole lassù è di tutti, ma la strada appartiene anche a te. Non piangi come un ragazzo, ridi infelicità. Sei sempre uno schianto di forza. Non avrai solenni altari. In deserti di mari innocui porrai i tuoi piedi giganti, del tuo cuore non si saprà nulla, resterai consacrato nel tempo.

Inattese invenzioni

Che giorno è? Se c’è un veleno morirò. Stamattina fra le mani d’un barbiere, poi un caffè da te… e c’è qualcosa di nuovo in me. Ho deglutito i sogni in un bisogno pungente per dirti quello che volevi, e da quando il sole è luna, e il vento mi ha sussurrato, non so cosa inventarmi per farti ridere un po’.

E adesso cosa dirò? Conosco tutte le tramontane e gli scirocchi sbavati e trinciati di noia autunnale che negli spruzzi dei sarcasmi d’estate scoppiano in una ghignata generale.

I viali infestati di poesie hanno spolverato le goliardiche prose degli idioti. Fumo e rispolvero i polmoni con le narici dilatate alle nausee delle incontinenti trame dei buffoni.

E adesso cosa dirò ancora? sarà così, sempre, i vermi, i lividi vermi freneranno gli stenti degli audaci.

Cosa farò adesso? un appello alla vita? un canto? una poesia? Assetato di calme diurne, cerco la formula chimica dello splendore nelle braccia della scienza. Notti di verità? Sogni di sudore? Rido e piango!

Ho la gola annodata di parole e di taciturno sapore di caffè, un altro allora, per qualcosa di nuovo.

Luigi Scorrano, L’uomo che guarda le stelle e altre storie

L’opera si compone di 13 racconti scritti un anno dopo l’altro per una circostanza particolare: la “fera te santa Lucia” (13 dicembre). La festa di santa Lucia è la ricorrenza durante la quale tutti gli artigiani (e i dilettanti) di figurine del presepio (in cartapesta o in gesso) espongono e vendono. Una tradizione leccese.

Accogliendo questi dati di tradizione, l’Autore ha fatto protagonisti dei suoi racconti uomini e pupi che ricordano i Natali del passato, riflettono sul senso di una giornata particolare, fanno i conti con il proprio passato o con la propria funzione in quella che è la tradizione del presepio. Rimpianti e delusioni, piccole gioie ritrovate, scettico sguardo su una tradizione che sempre più ha perduto i suoi connotati originali, malinconica presa d’atto di tante promesse mancate della vita.

Varietà di toni e di registri sono armonizzati da una scrittura piana e attraente; l’invenzione va da una memoria dell’infanzia che si cerca di recuperare per interrogarne i remoti trasalimenti (A Natale i treni) allo sguardo disincantato e alla memoria pungente di L’uomo che guarda le stelle; dall’ilare invenzione di Ma che cos’è questastoria della Befana? e di Uno strano caso al vario atteggiarsi dell’animo dei protagonisti del presepio (da I Magi a Baldassare per la strada a L’albero cantava).

Non si tratta, come si potrebbe pensare, di racconti per ragazzi o di piccole storie consolatrici. Sullo sfondo c’è il nostro tempo, con le sue angosce e i suoi affanni quotidiani.

Ciascun racconto è corredato da una illustrazione realizzata da Gabriella Torsello.

Io, tradito, ricondotto alla frontiera

Io, tradito, ricondotto alla frontiera, dissolto nei languidi spazi del luogo della memoria. I capelli gommosi tradiscono vampate di pensieri, inspiegabilmente.

La scrittura è indecifrabile, spenta, l’ho detto anche a Maria. Ho la febbre e il corpo cede al fuoco, quanta durezza mi rimane ancora? A testa bassa mi addormento nei tormenti dell’ingratitudine. La minuta  non m’interessa per ripicca. Distruggo ma non cancello. Le stelle sono tre e non mi appassionano. Il mestiere non mi sta bene in questa successione di chimere e di supplizi legati a un racconto che non voglio più. Dalla sua logica sono ormai fuori, nonostante il rumore dei protagonisti. Non so  perché mi dico no. Le mie strane follie intrecciano respiri e smembrano il corpo che mi sono dato.

Prigioniero del chiuso, l’unico appiglio sei tu… non mi chiedere perché vado via per sottrarmi alle tracce dell’esistenza, di quella linea d’ombra che eccede lo scarto. La pagina, questa pagina è crivellata di incertezze fino all’estremo tentativo di morte. Restano vive misure di spazio del luogo che mi diedi in gruppi compatti di parole e di segnali. Subordinato all’annullamento mi rischiaro nella trama di un racconto per difetto e la fatica che mi aspetta è tanta. Mi preparo per assaltare la fortezza dell’immaginazione, per raccontarmi zingaro.

Mi manderei volentieri all’inferno se conoscessi un demonio amico che mi prenderebbe con sé per apprestarci al balzo, gettandoci fuori, escludendoci da ogni forma e contenuto.  Il lavoro continua senza aver iniziato il lavoro, con sfrontatezza e inoperosità essenziale nella gradazione irresistibile dell’impercettibilità delle cose. Le parole, queste parole dal senso erratico e inafferrabile mi rimandano nel freddo di una notte fuori portata.

Assorbito nel racconto cerco di rendere possibile il fuori delle parole che non deturpano la sintassi ma danno graziosità alla trama.

Ci vuole una canna

Cosa c’è ancora da riscoprire in questa faccenda di vita in verticale? È buio intenso e le luci non hanno specchi, e non mi va di dire ci vuole il cuore, dobbiamo farcela, coraggio… sono stufo. Al bar un bicchiere di risate dura poco. Vorrei una saggezza di furfanteria, per divertire il mio migliore stato d’animo fin troppo tenuto nell’idiozia della regola. Una canna mi farebbe bene, almeno penso, ma sì perché non fumarla abbandonando la chesterfield per una sola fumata.

Ci vuole un respiro per quel sapere importante ed essenziale che non appaga mai. Per fortuna che c’è il caffè, dopo la doccia e il profumo del dopobarba, quando mi sono fatto (rifatto) ancora una volta per un giorno che non sia grottesco ed estremamente piegato in foglietti di felicità zingaresca.

Cosa posso fare per cambiare l’aspetto esteriore delle cose nel pieno della festa picaresca che non sopporto per niente? Ora che non si potrà più cantare cosa si farà? Il vino non scioglie la parola, a filosofare in questo banchetto di amici c’è il rischio di immoralità. Se almeno ci fosse un dio coraggioso, avido di anime, o magari un demonio pentito, o un santo, per un’idea di conclusione finale.

Ci vuole la canna per non morire di questa fottuta angoscia di vivere.

Caro amico

Caro amico,

le insegne della tua simpatia sono in balia del consumo di sorrisi. Non si può brindare ai tuoi inganni, alle tue promesse, ai tuoi tentennamenti, di cui fai uso assiduo. Non sai più cogliere il momento e ti aggrappi alle labili luci dell’illusione, tuttavia nella speranza ritardi il futuro. E del principio che ti proponesti d’essere fautore sei l’artefice della sua fine. Ciò che chiedi, invero, è preghiera che non accada, per continuare ad essere ciò che sei. Frattanto mordi il tuo corpo di astuzie e frasi ambigue, passeggiando sul presente ozioso. Ora vai svelto, ora vai lento, e metti il tempo dietro alle tue spalle; avanzi senza contare il tempo, mettendo al tuo fianco il fantasma di te stesso. Consumi giornate di rischio e di rabbia, non sei lindo. La tua toga ti cade bene addosso ed è senza macchie. Stai attento a che il piede non nuoti in una scarpa troppo larga. Gridi al mare sordo e indifferente, quando il lido è flagellato dall’onda gonfia e rabbiosa.

Sii risoluto. Non fare dell’infelicità la tua professione.

I. kant, Sul senso della dignità

Agisci in modo da trattare l’umanità, tanto nella tua persona come nella persona di ogni altro,sempre anche come un fine e mai unicamente come mezzo*

 

Non è un caso il fatto che in questa nostra era segnata profondamente dalla crisi economica e finanziaria, si torni a riflettere – seppure timidamente – nuovamente sul senso della dignità. Ma andando oltre l’assunto filosofico, la dignità è il vestito buono della festa da indossare sempre ogni giorno.

*(I. Kant, Fondazione della metafisica dei costumi, a cura di N. Pirillo, Laterza, Roma-Bari 1992, p. 111)

Cercasi persone serie

Possibile che il carnevale in Italia non finisca mai? Cercasi persone serie da prendere a modello, che sappiano fare il proprio lavoro con professionalità, che non osano fare i furbetti. Ma soprattutto non fanno a gomitate per apparire in televisione o sui giornali; sanno valutare attentamente le indecenze e di conseguenza rifiutarle; rispettano le leggi, sono coraggiosi e d escono allo scoperto, non urlano ma dialogano, ascoltano, non raccontano barzellette, non legittimano sconvenienti atteggiamenti personalistici.

In un momento in cui il degrado politico e civile è in forte accelerazione tanto da impressionare e angosciare le coscienze, un rimando alle regole è d’obbligo per riaffermare la moralità delle regole, senza eccessi o moralismi, né tallonamenti continui nei confronti degli immorali, ma con umiltà e determinazione, considerato anche che siamo un po’ tutti colpevoli  di qualcosa. E accade che non siamo rispettati perché non siamo rispettabili, comportando l’estensione di un fenomeno di complicità e di connivenza in un sistema in bilico, profondamente alterato nei suoi appoggi sociali e politici. La rispettabilità è un attributo che l’uomo si conquista nel tempo con il proprio agire in linea con la propria coscienza e le leggi dello Stato, non deve essa apparire come prerogativa del piccolo borghese che sacrifica l’essere all’apparire e guarda ai contenuti piuttosto che alle forme.

Non è difficile per un uomo fare qualcosa di buono. Ciò che è difficile è agire bene tutta la vita e non fare mai niente di male.

Mao-Ze-Dong (1893-1976) I pensieri – Il libro delle guardie rosse

 

[Pubblicato in L’Altra Faccia, 14 novembre 2013]